Ma domani partiremo…: Marisa Madieri, un ritratto verde acqua

Parlare di Marisa Madieri (1938-1996) è come cercare di afferrare l’acqua che scorre e credo che, per quanto indegnamente e per quanto altri abbiano già usato paragoni simili, in fondo, forse, avrebbe apprezzato essere definita così. Non è facile provare a circoscriverne l’esistenza (letteraria e non solo: ma c’è differenza?): “Siamo profondi, ridiventiamo chiari”, scriveva Nietzsche, vale per Saba, che con questa frase descriveva la propria poesia, e vale per Madieri.

Proprio come l’acqua, in cui “colori e trasparenze, riverberi e increspature appaiono lo specchio delle nostre passioni e dei nostri pensieri, il simbolo del mutamento e dell’eterno ritorno […] la chiarità fa apparire le cose nella loro verità, mentre il limo dei fondali nasconde relitti di naufragi e torbide scorie del cuore” (M. Madieri, “Acqua è poesia – Water is poetry”, Cigahotels magazine, XVII, n.81, 28 marzo 1989, pp.64-71).

Forse, la Verità

Forse è in questa afferenza acquatica che troviamo spiegazione della vita e delle opere di Marisa Madieri, un’esperienza, un’esistenza che, prima di essere letteraria, è umana e prova a nascondere la densità dietro la semplicità di un quotidiano che sembrerebbe non fare notizia. Un po’ come la vita di ciascuno di noi: vorremmo vivere solo di giorni straordinari e siamo frustrati, perché non è possibile che accada. Ci vogliamo votati ai fuochi d’artificio e, invece, ci ritroviamo a passare giorni fatti di ordinarietà, di capelli che imbiancano, di mani che invecchiano e, anche se ci è estremamente difficile ammetterlo, di ipertrofia dell’Io. 

Credo sia questo il motivo fondamentale per cui dovremmo leggere Marisa Madieri: fare i conti con la realtà del mondo è complicato e, allora, sembrerebbe più facile rifugiarsi nei libri. La letteratura è sì luogo della trasfigurazione, dove la realtà viene innalzata a un livello più incantevole di quanto sia solita presentarsi nel quotidiano, ma è anche un pericoloso specchio della bellezza: nei racconti di Madieri, troviamo invece un concetto di letteratura che si poggia su un forse, come leggiamo nel racconto La Radura, “La letteratura, forse, era soprattutto il regno della verità”. Non ricercare la falsificazione estetica, ma una pienezza di significato che si può trovare solo scrivendo di ciò che si ama. Di ciò che si vive. Con il coraggio e l’onestà di descrivere con tersa e spietata trasparenza le cose così come esse sono.

Esodi e Terre Promesse

Marisa Madieri, nata a Fiume nel 1938, è, anche, figlia di una plurima identità di frontiera (esule istriana, venetoadriatica, mitteleuropea) che, spesso, si tende a dimenticare, così come il fatto che la Grande Storia corre sempre più veloce e lascia indietro le storie minute: la frontiera, scrive Claudio Magris, può essere ponte per incontrare l’altro o barriera per respingerlo, un luogo di apertura. La risposta sta in quello che è forse il libro più noto, Verde acqua, ed è testimonianza della non comune capacità di vivere un’identità estremamente complessa senza ideologizzarla, proprio perché non si è immemori delle contraddizioni, ma si prova, per tutta la vita, a conciliare i frammenti di cui si è fatti.

Credo sia per questo che il protagonista di Verde Acqua non è tanto l’autrice o la storia dell’esodo, ma il fluire del tempo nella vita, un passato che si riflette nel presente e un presente che si specchia a propria volta nel passato, nella consapevolezza che “Dunque il giorno muore”, sì, ma senza averne paura, perché il tempo della vita si consuma nella pienezza. L’esilio non è solo quello istriano, ma è quello di qualsiasi essere umano scacciato da quella Terra Promessa che è la condizione di vivere. Eppure, giacché si è vivi, bisogna vivere: anche, e forse soprattutto, vivere di storie semplici.

Dal buio alla luce, dalla luce al buio

Il rischio è considerare gli scritti di Madieri banali: la risposta esattamente contraria ci è offerta dalla sua capacità di non indorare quanto di brutto, di obbrobrioso, di insensato ci sia nell’esistenza. C’è, in ogni suo racconto, la testimonianza di una consapevolezza che sa che la vita non è un idillio, ma è tessuta di contraddizioni e oscurità. La grandezza sta proprio nella coscienza che gli spietati meccanismi del vivere, dell’ordinario, dei giorni grigi possono far emergere la grazia, la tenerezza. Qualcosa che Magris, suo marito, ha saputo descrivere nella meravigliosa postfazione all’edizione Einaudi di Verde Acqua:

“Lei sapeva che, una volta guardato in faccia il lato oscuro delle cose, si possono amare lietamente la loro giostra scombinata e godibile, la loro comicità, il bislacco e amabile teatro del mondo, cui lei mi ha insegnato a lasciarmi gioiosamente andare, superando quegli scrupolosi e insicuri moralismi che Kafka considerava colpevoli nei confronti della vita”.

(Ri)Tornare

C’è una dimensione omerica, in Madieri, che forse è possibile ritrovare in ogni esiliato che abbia una patria del cuore da chiamare casa: la necessità del partire per poter tornare, anche quando tutto sembrerebbe definito, forse proprio perché c’è la certezza che ovunque si vada, si porti se stessi con sé, nel bene e nel male. Nella nostra interezza composta di frammenti, c’è “l’ombra con cui dobbiamo convivere. Ogni vita porta in sé il seme della propria distruzione. Ma domani partiremo…”. Si parte perché si è consci dell’esiguità del proprio tempo e, con brusca variatio da Trieste alla Oxford di Tolkien, “tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci viene dato”.

Partire per un’avventura, anche se può sembrare banale: quotidiane umane verità, gioiosamente o dolorosamente semplici, lievi e dense, chiare e profonde. Scoprire la Bellezza e le brutture del mondo, la paura, i cambiamenti esteriori e interiori. Un’avventura intrisa di pietas nell’aprirsi all’altro, a un’umana fraternità, fino al saper accogliere il mistero della morte senza ribellione, domandandosi non più se esista la fine del mare, ma beandosi del mare che si è vissuto. Una storia semplice, in fondo, come ricorda anche Magris, a conclusione di quel breve scritto citato poc’anzi,

“Abbiamo avuto la nostra estate, ha detto, poche settimane prima di morire, col tono di sfida con cui si parla di qualcosa che nessuno potrà più portarci via, perché poco prima, agli inizi di giugno, avevamo trascorso dei giorni incorruttibili al mare di Miholašćica di Cherso. Quel paesaggio in certo modo la contiene, perché, come dice l’io narrante della Conchiglia cercando di ricordare i lineamenti della donna amata morta da tanti anni, è come se il suo viso si fosse stemperato nelle cose, affidandosi a esse”.

“Il tempo della mia vita si consuma nella pienezza”

(Marisa Madieri, 12 settembre 1982)