Luigi Pirandello-Leonardo Sciascia, Una conversazione (im)possibile di Matteo Collura

Sembrerebbe davvero impossibile immaginare una fitta conversazione tra due scrittori conterranei che non ebbero occasione di incontro, fortemente legati l’uno all’altro in modo indiretto. Tuttavia, è possibile scrivere un’alta opera letteraria che mette in scena un dialogo fittizio, talmente impossibile da apparire reale al lettore, tra due grandi autori della letteratura italiana del Novecento: Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia.

E’ mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle. Cinque ore, dalle otto alle tredici. M’accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia. Non so perchè, di solito accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare. Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona grazia; prendo nota dei nomi e delle condizioni di ciascuno; tengo conto dei loro sentimenti e delle loro aspirazioni.

Un’udienza anche per Leonardo Sciascia

Una conversazione (im)possibile, scritto dal biografo di Sciascia Matteo Collura ed edito Rubbettino, è stato messo in scena in occasione del Taobuk di Taormina (per ricordare un secolo dalla nascita di Leonardo Sciascia) insieme a Fabrizio Catalano, che recita nei panni del nonno Sciascia. E in questa conversazione è proprio Pirandello a esordire evocando il rovesciamento del rapporto tra lo scrittore e i suoi personaggi (quelli dell’opera teatrale Sei personaggi in cerca d’autore), che bussano alla porta dello scrittore chiedendogli udienza.

Anche Leonardo Sciascia, compare, come uno dei suoi personaggi, al suo cospetto, ma alle tredici, con ossequioso silenzio e naturale imbarazzo suscitato dall’incontro con una delle figure fondamentali della letteratura italiana e della sua personale formazione. Sciascia era un profondissimo conoscitore delle opere e della vita di Luigi Pirandello, tanto da considerarlo un padre e tanto da tenere un suo ritratto sulla scrivania del suo studio. Lo aveva ammirato così tanto da prendere le sue parti anche quando i critici si rivolsero in modo sprezzante al premio Nobel.

Nel dialogo, Sciascia afferma che era stato Pirandello, con le sue opere teatrali, a rovinare gli anni della sua gioventù, intendendo dire che la lettura di quei testi lo aveva condotto verso la comprensione di una realtà fatta di specchi in cui ognuno di noi si riflette per scorgere tanti altri noi tutti differenti. Il teatro delle maschere aveva condotto Sciascia verso l’illusione che scaturisce dalla depersonalizzazione dell’uomo, che riesce a guardarsi fuori da se stesso, cogliendosi tra il fisico e il metafisico, che si cristallizza in forme diverse di se stesso e si fissa in maschere.

[…] lei è il più siciliano di tutti noi scrittori siciliani. E con questo intendo dire … mi permetto di dimostrare che il massimo della sicilianità coincide con il massimo dell’universalità.

Pirandello come uomo, padre, scrittore, siciliano e con una coscienza politica

Afferma Sciascia in una battuta, riassumendo per l’appunto il significato universale e al contempo specifico che ha il pensiero di Pirandello, vissuto in un contesto storico nel quale l’uomo analizza se stesso, fa una ricerca delle cause delle contraddizioni, che lo scrittore di Girgenti cerca di risolvere attraverso l’umorismo.

<< La Sicilia come teatro del mondo >> dirà più tardi Sciascia nel suo discorso per il cinquantenario di Luigi Pirandello. Ma la conversazione tra i due letterati va ben oltre il pensiero di Pirandello, perchè si addentra nei meandri della vita dello scrittore, una vita segnata dal dolore a causa del delirio paranoide della moglie; dal rapporto difficile con i figli e dal desiderio non espresso dello stesso Pirandello di essere un padre diverso da quello che fu il suo, poco affettuoso, noncurante e prepotente; la presunta relazione con l’attrice Marta Abba e il Fascismo. Il rapporto con Sciascia, a poco a poco, arriva ad una conoscenza vera e propria, tanto che Pirandello riesce a intuire la sua personalità immediatamente:

[…] lei è un personaggio che non cerca autore … E’ evidente che lei è autore di se stesso! E non capita spesso nel nostro mestiere … Ma mi dica, l’ha trovata, qualche volta questa benedetta verità? SCIASCIA: La verità, come lei sa, come lei insegna … è sempre sotto gli occhi di tutti. Tutto sta nel coraggio di guardarla. Veda, gli impostori, i criminali, ogni sorta di lestofante sono stati visti sempre come un male inevitabile, tenuto a basa da carceri e tribunali. C’è sempre stata pietà per gli impostori, i criminali, per ogni sorta di lestofante … Quelli che non hanno avuto mai scampo sono gli eretici, vale a dire coloro che cercano la verità, e la dicono, la professano! Io ho peccato di eresia …

Il Fascismo

Per quanto riguarda la parentesi fascista di Luigi Pirandello, occorre precisare che essa ha origini ideologiche ma soprattutto familiari. La famiglia Pirandello fu protagonista del Risorgimento italiano e siciliano in particolare, schierandosi fortemente contro i Borboni e contro il papa, e partecipando a quella che fu l’Unità d’Italia ad opera di Garibaldi. Il nonno di Luigi, Giovanni Ricci Gramitto morì in esilio a Malta, dopo aver partecipato alla rivoluzione del 1848; lo zio Vincenzo si arruolò fra i garibaldini e partecipò alla liberazione della Sicilia; la madre di Luigi, Caterina, cucì al buio la bandiera del tricolore in vista del 4 Aprile, sperando che il popolo si sollevasse; lo zio Innocenzo raggiunse Garibaldi a Palermo e divenne ufficiale dell’esercito regolare italiano e lo zio Rocco aveva combattuto come luogotenente al fianco di Garibaldi in Aspromonte, luogo in cui venne ferito alla gamba e Rocco lo soccorse, per poi portare con sé il suo stivale forato e insanguinato come prezioso cimelio.

Il padre di Luigi, Stefano Pirandello, aveva origini liguri e fu un garibaldino. Ciò che colpì Pirandello del Fascismo ai suoi esordi da movimento, fu il suo programma politico che comprendeva repubblicanesimo, anciclericalismo e un’istanza antimilitaristica. Inoltre, era affascinato dalle dichiarazioni pubbliche di Mussolini e si definiva antidemocratico, nonostante fosse paradossalmente il più democratico fra gli autori di teatro.

Tuttavia, durante la gioventù e la mezza età, Luigi Pirandello, aveva abbracciato diverse ideologie politiche come il patriottismo umanistico e borghese carducciano; il radicalismo e il socialismo alla Rapisardi a contatto con De Luca a Palermo; il socialismo dei Fasci siciliani; l’estremismo antigiolittiano a seguito dello scandalo della Banca Romana; l’anticlericalismo laico, garibaldino e massonico e il misogallismo crispino e post-risorgimentale.

Nel Fascismo, Pirandello vedeva un continuo divenire, un continuo tendere verso forme nuove che creano la vita, un’energia che crea la vita. Di conseguenza, Mussolini era un artefice di vita, che infondeva lo spirito e imponeva la propria realtà al popolo italiano. E proprio questo Fascismo riusciva a soddisfare quella irrisolta doppia tensione pirandelliana verso la distruzione e verso la conservazione, ovvero la volontà di distruzione sociale nelle forme più estreme e il desiderio di conservazione di alcuni miti del presente e del passato.

L’uomo dei paradossi

Il pentimento faceva parte della natura di Pirandello e gli ultimi anni della sua vita prenderà le distanze dal partito e da Mussolini, ritenendolo volgare e ripugnante. A questo proposito, occorre non dimenticare la famosissima novella pubblicata nel 1936 e intitolata C’è qualcuno che ride, che dimostra quanto la vita dello scrittore di Girgenti fosse piena di paradossi e come lui stesso rappresentasse il paradosso: si trattava forse di satira nei confronti del Fascismo o della dimostrazione del fatto che la massa interpretasse una maschera?

Qualunque fosse il vero pensiero dello scrittore a riguardo, ne resta la memoria e il valore inestimabile impressi su carta, perchè come diceva Pirandello stesso: << la vita o la si vive o la si scrive >>.