Luigi Pirandello e il teatro della stranezza

A differenza di quegli scrittori che si formarono nei grandi centri della cultura italiana, Luigi Pirandello si formò a Girgenti (Agrigento per i contemporanei), un luogo che rappresentava la periferia della periferia e di certo non era un centro culturale. Girgenti era a quel tempo un luogo remoto, irraggiungibile, un luogo in cui vivevano pescatori e contadini.

La sua anima (e quella di Pirandello) era scissa tra l’identità greca e l’identità araba e al contempo quasi contrapposta dalla presenza di monumenti come l’Acropoli, radicata sulla collina e la maestosità dei templi dorici in rovina.

Luigi Pirandello nasce in un luogo in cui vige l’immobilità, ancor più che altrove nell’isola, ma si percepisce l’antichità e il respiro arcaico. In un contesto storico a ridosso dell’unificazione nazionale e in un contesto letterario che vede come capostipiti e rappresentanti siciliani Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto, Luigi Pirandello compare ai primi segni di modernità in quell’immobilità atavica: le miniere di zolfo.

Da quel momento in poi, i minatori e gli operai contaminano il mondo naturale dei contadini e dei pescatori. Ma Pirandello riesce comunque a realizzare una grande differenziazione tra sé e i capostipiti della letteratura italiana di cui egli si nutre, distinguendo tra scrittori di natura storica e scrittori di natura filosofica, accostandosi a quest’ultima accezione.

Come moltissimi scrittori, Pirandello emigra prima a Palermo, successivamente a Roma e poi a Bonn, laureandosi in filologia romanza con una tesi in lingua tedesca, ma senza dimenticare mai le proprie radici e dunque trattando del dialetto di Girgenti.

L’esclusa

Il primo tentativo letterario, di matrice verista, è l’Esclusa. Un’opera che vede come protagonista una donna che ricorda i romanzi e i racconti di Verga, di Capuana e di De Roberto. Del romanzo colpisce l’atmosfera da caccia alle streghe tipica di una Sicilia conservatrice e superstiziosa, che affonda le proprie radici in una sessuofobia dalla morale tipicamente cattolica e nel lascito della tradizione musulmana.

Era opinione di Pirandello, che la vita fosse imitazione dell’arte e diversi elementi biografici influenzarono le sue opere letterarie e teatrali, basti pensare alla tematica costante della pazzia della moglie gelosa. Infatti, sua moglie, Antonietta Portulano, era affetta da delirio paranoide che la portava spesso ad avere attacchi di gelosia.

Luigi Pirandello fotografato insieme alla moglie Maria Antonietta Portulano e due dei loro figli

Il fu Mattia Pascal

Ma il debole successo de l’Esclusa, non impedì allo scrittore di Girgenti di realizzare un romanzo che avrebbe costituito l’esordio di un superamento del concetto ideologico di avanguardia. Il fu Mattia Pascal vede protagonista Mattia Pascal che è l’Escluso che decide di morire anagraficamente per poi rinascere anagraficamente con il nome di Adriano Meis, sfuggendo così ad una vita asfissiante, insopportabile e circondata da persone che non facevano altro che detestarlo. Ecco, l’Escluso chiude una porta per impedire che questa possa mai più essere aperta.

Mattia Pascal in altre parole – e lo dice il cognome – è sia un matto sia un filosofo perchè osa ascoltare le voci dell’oltre determinate da quel lanternino costantemente acceso, perchè riesce a scorgere il confine tra Eros e Thanatos, facce della stessa medaglia, onnipotenti e complementari, e perchè con lo strappo sul cielo di carta riesce a percepire il rapporto tra verità e finzione e tra verità e verosimiglianza.

Il teatro dell’alienazione e delle maschere

La stessa tematica dell’alienazione e dello straniamento dell’uomo viene proiettata nel teatro di Pirandello, caratterizzato inizialmente dal relativismo gnoseologico, che consiste nell’incomunicabilità tra quegli individui, che custodiscono ciascuno una propria verità che li condurrà alla solitudine, all’esclusione da se stessi e dagli altri.

Secondo lo scrittore di Girgenti, gli attori si trovano separati dal pubblico e dall’azione viva del palcoscenico e dunque condannati all’esilio. Essi, nel gioco della finzione sociale, impersonano le tre corde (secondo la teoria pirandelliana delle tre corde): la seria, la civile e la pazza. La corda pazza è l’equivalente delle pulsioni umane, quelle stesse pulsioni studiate dalla nascente psicanalisi (anche se Pirandello non si interessò mai a Sigmund Freud).

Nella concezione del teatro, di solito lo scrittore o il drammaturgo è un puparo che manovra i fili dei pupi nella drammaticità della scena ed è proprio qui che agisce il pazzo, colui che si libera perchè urla la verità ed è sano, mentre i sani reprimono se stessi e i propri bisogni, accettando la loro orribile realtà e dunque loro sono i veri malati, i malati inguaribili.

Sei personaggi in cerca d’autore

Giungendo a Sei personaggi in cerca d’autore, si assiste al rovesciamento del rapporto tra lo scrittore e le sue creature, perché sono le creature che bussano alla porta del creatore, come nella recente pellicola La stranezza diretta da Roberto Andò, nella quale si vedono i sei personaggi in cerca d’autore, cercare Pirandello in casa sua e gli si siedono attorno.

Toni Servillo interpreta Luigi Pirandello ne La stranezza di Roberto Andò

Nel dramma, i personaggi si trasformano in attori di se stessi, all’istante, davanti agli attori tradizionali destituiti e in mezzo al pubblico, che diverta esso stesso testimone. Il pubblico non riesce a distinguere tra realtà e finzione: prova stupore e al contempo indignazione perché si assiste a quello che viene definito teatro nel teatro. A questa nuova concezione appartengono anche Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto e I giganti della montagna (che appartiene anche alla concezione della stagione dei miti).

Il teatro di Pirandello viene definito anche il teatro delle maschere, perché lo scrittore esibisce il gioco delle parti, denudandosi della maschera che gli copre il volto. Ma il principio su cui egli si basa è il principio di una realtà in continuo divenire, un fluire eterno di vita di cui fa parte l’uomo, che tende a cristallizzarsi individualmente; il suo io si frantuma e si fissa in una propria realtà o una realtà che gli viene data da altri o dal contesto sociale. Ciò costituisce un’illusione che scaturisce dal sentimento soggettivo che l’uomo ha del mondo. Ciascuna di queste forme in cui l’uomo si cristallizza, si fissa, sono maschere, sotto le quali non c’è un volto definito, immutabile, ma un fluire indistinto o incoerente di stati in perenne trasformazione.

La prigione dell’uomo del Novecento

L’uomo nel Novecento – un secolo di trasformazioni e di capovolgimenti degli assetti storico-geografici, nonché epoca di due conflitti mondiali – è perso, il suo Io si disgrega in una serie di stati di incertezza. Egli vede se stesso dall’esterno e ciò costituisce una prigione, una trappola e il personaggio del teatro pirandelliano è sempre alla ricerca di una stanza nella quale riporre i propri peccati segreti e il proprio dolore. Per quanto l’uomo cerchi di rifugiarsi nella razionalità, essa si rivela falsa e illusoria e lo fa sprofondare nella tragedia.

Dunque, l’uomo percepisce il sentimento del contrario che dà vita al cosiddetto umorismo, ma è un umorismo caratterizzato da tragicità, da aggressività, da mortificazione nei confronti di ogni oscuro desiderio di felicità.

Come Luigi Pirandello afferma: <<conoscersi è morire>>, dunque l’umorismo è l’unico mezzo per distrarsi dalla tragicità della vita. In questo contiste la stranezza del teatro pirandelliano, una modernità che proietta l’uomo nella consapevolezza dell’esistenza della schiavitù dal contesto, dalle convenzioni e dai pregiudizi sociali.