L’ironia per parlare di suicidio: Non buttiamoci giù

Esistono modi differenti per trattare tematiche difficili. La modalità più facilmente praticata è lo studio scientifico o il saggio divulgativo, ma c’è chi osa e riesce a raccontare il tentativo di un suicidio in maniera ironica. Nick Hornby in “Non buttiamoci giù” fa esattamente questo. Uscito nel 2005 sia nel Regno Unito sia in Italia, da subito ha incontrato i pareri favorevoli di critica e pubblico, tanto che nel 2014 ne è stato tratto un film con Pierce Brosnan, Toni Collette, Aaron Paul e Imogen Poots.

Un Capodanno alternativo

Durante la notte di Capodanno si trovano sul tetto di un palazzo, noto come “Casa dei suicidi”, quattro persone che non potrebbero essere più diverse, tutte intenzionate (o almeno pare) a volerla fare finita.

Martin è un uomo di mezza età, che lavora in televisione e la cui vita è cambiata in peggio quando la stampa, nonché la sua famiglia, ha scoperto che aveva avuto un rapporto con una quindicenne. Maureen è una donna la cui vita è scandita dalle esigenze di un figlio, ormai grande, ma disabile. Jess è un’adolescente dalla parlantina e dalla parolaccia facile, con un qualcosa di oscuro e triste alle spalle. JJ un ragazzo australiano, in precedenza musicista, che non riesce più a trovare un senso alla sua vita, dopo aver smesso con la musica.
L’incontro tra i quattro, i loro caratteri frizzanti e senza peli sulla lingua, cambierà completamente le loro vite, intersecandole e facendo realizzare loro la bellezza (o meglio, la consistenza) della vita.

Non avevamo niente in comune, a parte dove eravamo andati a finire, su quel quadrato di cemento lassù in aria, ma questa è la roba più grossa che puoi avere in comune con qualcuno.

– Non buttiamoci giù, N. Hornby

Quattro personaggi: quattro stili

Hornby sceglie un modo davvero particolare di condurre la narrazione: quattro sono i personaggi e quattro i punti di vista. In questo modo, entriamo nella storia attraverso gli occhi di ciascuno e riusciamo a vedere e a sentire ciò che provano e vivono. Ogni evento è filtrato attraverso i quattro, ma non per questo sono presenti ripetizioni o il ritmo risulta pensate. Le scelte di Martin, Maureen, Jess e JJ appaiono ai nostri occhi come attraverso un caleidoscopio.

Risulta, così, impossibile non provare empatia per Maureen, sentire un velo di tenerezza per JJ e Jess, provare fastidio per Martin, ma questo perché sono tutti personaggi reali, a 360 gradi.

Assieme al punto di vista, ciò che caratterizza la prosa di Hornby sono i cambiamenti di stile, che vanno di pari passo con il passaggio da un personaggio all’altro. Martin, Maureen, JJ e Jess hanno non solo caratteri differenti, ma anche età diverse. Infatti, Martin è presumibilmente un uomo di circa 45 anni, Maureen una donna di mezza età, Jess un’adolescente e JJ un giovane trentenne. Ciascuno incarna le problematiche e le ansie proprie del periodo di vita che attraversano e, credo, che leggere (e rileggere) questo romanzo in momenti diversi della propria esistenza possa farci sentire più affini ad uno piuttosto che ad un altro.

L’ironia come punto di forza

Come scrivevo nell’introduzione, Hornby riesce a parlare di argomenti seri in modo ironico, ma senza mai mancare di rispetto. Oltre al suicidio, che ne è il cardine, Non buttiamoci giù tocca il concetto di depressione (e le sue diverse forme), così come la disabilità e la mancanza di un senso.

Tutti e quattro i personaggi, all’interno della vicenda che dura tre mesi, si svelano e mettono a nudo quelle che sono le proprie debolezze e il proprio vissuto. E tutti, in realtà, cercano disperatamente una ragione per restare in vita.

Perché secondo me, il suicidio, la gente lo capisce: la maggioranza, anche se l’ha nascosto chissadove nel profondo, ricorda un momento della sua vita quando si è chiesta se aveva veramente voglia di svegliarsi il giorno dopo. Voler morire sembra un po’ parte dell’essere vivi.

– Non buttiamoci giù, N. Hornby

Per tematica ed ironia, mi ha ricordato moltissimo un libro che ho letto qualche mese fa e di cui ho parlato, ovvero “Piccoli suicidi tra amici” di Arto Paasilinna (edito Iperborea). Pubblicati a pochissima distanza l’uno dall’altro, entrambi usano la risata intelligente per affrontare un argomento simile, sebbene le differenze non manchino. Il romanzo di Paasilinna è sicuramente meno centrato sui personaggi e il loro background, diventando progressivamente un romanzo corale. Inoltre, cerca di far riflettere su una piaga sociale della realtà finlandese, mentre Hornby ha un respiro più generale (e generalista).

Ed è qui, probabilmente, che si avvertono i primi cedimenti…

Quando lo stile diventa (anche) un punto debole

Spesso lo stile così diversificato, con slang annessi, alla lunga rischia di diventare difficile da digerire. Così è stato per me. Al di là dell’uso del parlato e del rivolgersi costantemente al lettore, alcuni messaggi che potevano essere d’impatto hanno rischiato di perdersi.

I casi di JJ e di Jess sono emblematici in questo senso. Entrambi avrebbero molto di interessante da dire, ma il primo ha uno slang fortissimo (e forzato), oltre che poco spazio. Per Jess, invece, siamo investiti dalle sue parole (e parolacce), ma nel caos dei suoi pensieri si fatica a destreggiarsi.

Conclusioni

Significa quindi che è un brutto libro? Assolutamente no. Lo stile scanzonato di Hornby forse è più indicato per chi si trova a suo agio con lunghi monologhi che assomigliano a flussi di coscienza. Oppure a chi apprezza un linguaggio vicino al parlato.

Quello che è innegabile è che si tratti di un romanzo che affronta tematiche importanti servendosi di personaggi fortemente realistici.

Perché è più facile buttarsi nel vuoto che accettare le conseguenze di quello che hai fatto?

– Non buttiamoci giù, N. Hornby