L’invenzione della madre: come raccontare la malattia terminale e il lutto

Questa è una storia d’amore. Si tratta dell’amore più antico e più forte, forse il più puro che esista in natura: quello che unisce una madre e un figlio. Lei è malata, ha poco tempo, e lui, Mattia – sapendo che non potrà salvarla, eppure ostinandosi contro tutto e tutti – dà il via a un’avventura privatissima e universale: non sprecare nemmeno un istante.

L’invenzione della madre è l’esordio letterario di Marco Peano, edito Minimum Fax nel 2015. Una storia dolorosa e profonda che lega un figlio alla madre, che sta morendo. Sarà lo stesso Peano a dichiarare che la storia raccontata si rifà alla malattia e alla perdita di sua madre, quindi sappiate che ciò che avrete fra le mani è la vera storia dell’autore. Il tema è molto sensibile, e non adatto a tutti perché l’autore ha coraggiosamente dato voce ai dettagli più intimi della malattia terminale. Quella parte del racconto che non viene quasi mai raccontata, per pudore o per vergogna (di chi?). Questo libro parla della perdita e del lutto, ma anche della preziosità della vita, in ogni più piccolo dettaglio.

Il corpo che la contiene sembra ogni giorno di più un guscio bellissimo che tende al vuoto: dentro di lei ci sono tunnel profondi in cui gli organi interni e il sangue e le ossa si consumano – un incendio segreto sta divampando in quella carne, un incendio doloso come quello di chi brucia alberi per ricavare terreno coltivabile.

Raccontare la perdita

Il protagonista della storia, Mattia, registra minuziosamente, e alternando il passato al presente, tutto il percorso che accompagna la sua famiglia: dalla diagnosi di un tumore al seno della madre, alle centinaia di visite mediche e terapie invasive, alla fase terminale di un cancro che non lascia scampo. Ci viene mostrato il prima, il durante e il dopo in un modo terribilmente reale. Se prima si viveva normalmente il trascorrere del tempo; durante si fanno i conti con le attese, le ansie e le speranze trattenendo il fiato; e poi c’è un dopo, dove un vuoto incolmabile si piazza nel petto e non ti lascia più libero.

Perché quando la dottoressa piccolina ha detto loro dieci-dodici mesi, due universi si sono scissi: in uno la madre di Mattia è riuscita a invecchiare. Nell’altro, il posto in cui sono intrappolati, il figlio si è dato un compito: correre più veloce del cancro. Correre, vivere con la madre tutte le esperienze che la morte arriverà a negare. Correre, per non perdere neanche un minuto di vita della madre. Ma il cancro ha molto più fiato di lui.

La morte porta con sé il dolore, la mancanza e la paura di poter dimenticare qualcosa. Porta con sé anche i sensi di colpa, per aver fatto troppo poco durante la malattia o per aver passato una giornata serenamente dopo aver perso quella persona. Si, perché sorridere o trascorrere momenti allegri dopo la morte di un genitore (e di qualsiasi persona cara) ha un sapore amaro. Quando si torna a casa, o magari il momento dopo aver sorriso, ci si castiga coi sensi di colpa e le punizioni mentali.

Ci vuole molto tempo ad accettare che la vita continua ad andare avanti, quando si vorrebbe al contrario tornare indietro. Un’accettazione lenta, e mai scontata, che è molto soggettiva – come ci racconta Joan Didion nel suo L’anno del pensiero magico – e che a volte può anche non arrivare fino a sfociare in patologia – come in Respira di Joyce Carol Oates.

In questa storia non viene nascosto nulla. C’è l’arrivo della malattia, la terapia chemioterapica, la scelta della parrucca, l’arrivo delle difficoltà motorie e corporali e, infine, il processo estetico che le onoranze funebri svolgono per rendere “presentabile” il defunto. Ma soprattutto c’è il senso di impotenza che conosce chiunque sia stato vicino ad un malato terminale. Perché vedere soffrire una persona che si ama, senza poter fare nulla per aiutarlo è… devastante.

La paura di dimenticare

Di solito, finché non c’è qualcuno che glielo dice in maniera esplicita, una persona ignora di essere un caregiver. O perlomeno, mio padre e io lo ignoravamo. Anche perché – prima che il cancro facesse irruzione nella nostra quotidianità tramite il corpo di mia madre – non avevamo idea di cosa significasse quella parola. Eppure di termini nuovi era fatta la realtà che ci circondava, e sempre più lo sarebbe stata: io però li andavo scoprendo soltanto nel momento in cui entravano in relazione con la malattia di mia madre.

Chi assiste alla malattia terminale di un proprio caro (ancora di più di un proprio genitore) sa bene che ogni momento potrebbe essere l’ultimo. Tutto diventa un dettaglio importante da dover memorizzare per il futuro: il suo profumo, i suoi occhi, il suo sorriso, la sua voce, la sua pelle… Se il lettore di questo libro ha vissuto un’esperienza simile a quella del protagonista, potrebbe identificarsi facilmente e immediatamente nel racconto.

Il potere de L’invenzione della madre è quella di far sentire meno soli i caregivers di tutto il mondo, perché per quanto le storie possano essere soggettive purtroppo le fasi finali di un cancro si assomigliano tragicamente tutte. Peano non si accanisce sul dramma e sulla tristezza, ma resta lucido cercando di mantenere vivo il legame tra madre e figlio, nonostante la malattia e la perdita. Perché alla fine, quello che traspare dalla storia, è un enorme amore. Un amore eterno, che neanche la morte può scalfire.

Non c’è altro da fare se non provare quel che c’è da provare, e lo spazio per i sogni, per il dolore e per le lacrime – tutte queste cose arriveranno.

Il tempo del lutto

L’invenzione della madre ci accompagna lungo il processo di lutto che comincia con l’annuncio del “tempo che rimane” da parte del medico. In questo, seppur in maniera diversa, mi ha ricordato moltissimo Fino alla fine di Helga Flatland, in cui c’è un’altra madre malata in fase terminale che deve fare i conti (assieme ai suoi figli) dell’inevitabile.

La morte di un genitore impone una nuova nascita e la costituzione di un nuovo modo di stare al mondo, da orfano. Fare i conti con questa realtà è una sofferenza indicibile, soprattutto se il genitore viene a mancare in una fase di sviluppo non ancora adulta. Senza ricadere nell’approssimazione banale: perdere un genitore a 20-30 anni non sarà uguale a perderlo a 50-60 anni, ma a livello emotivo è dimostrato che non fa alcuna differenza. Resta sempre un evento di grande sofferenza.

Il lutto, in qualsiasi età arrivi, richiede tempo come ogni evento doloroso e complesso. Non esiste un modo giusto o sbagliato di viverlo. Richiede pazienza, compassione, perdono e amore… verso la persona cara che si è persa, sì, ma soprattutto verso sé stessi.

Una parte di me, una parte di voi

Questo testo è capitato tra le mie mani in un momento molto delicato, perciò sento di voler chiudere questa recensione con una considerazione personale, che potrà sembrare forse banale. Dopo aver trascorso “solo” sei mesi di lutto per la perdita di mio padre, a causa di una recidiva leucemica, credo di avere una personale opinione: la mancanza che sentiamo, quel vuoto incolmabile che ci portiamo dentro, quel muro invisibile che sembra separarci dalla felicità degli altri potrebbero restare per sempre… così come il dolore… ma quest’ultimo, forse, potrà attenuarsi col tempo grazie al potere dei ricordi e degli affetti, e grazie alla capacità di imparare ad accettare ciò su cui non abbiamo controllo. E solo se si riusciranno a far uscire tutte le emozioni che si provano, senza vergogna e senza colpa.

Lo so, lo sapete: Lei/Lui vivrà sempre dentro di noi, e non ci lascerà mai davvero soli. Nel mio caso, l’assenza di mio padre e il modo in cui è venuto a mancare sono una ferita ancora troppo aperta. Ma occorre tempo. So che lui mi inviterebbe a far scomparire la tristezza cantando o ridendo, come abbiamo sempre fatto insieme (fino all’ultimo giorno). Il nostro legame e i nostri ricordi non potranno mai scomparire. Sono certa che non lo faranno neanche i vostri.

E’ tuo il sangue nelle mie vene, dimmi tu come potrei mai scordarlo.
(Rupi Kaur)

Consiglio questa lettura a chi sente solo lungo il viaggio del lutto e della malattia o a chi sente di aver bisogno di un abbraccio fatto di parole, in un momento così triste e straziante. Siate pazienti e gentili con voi stessi. Tutto ciò che state provando è giusto e lecito.