L’insolente: Pinar Selek, una donna dalle mille vite

L’insolente: dialogo con Pinar Selek, è la trascrizione edita Fandango di un dialogo tra due amici: da una parte Pinar Selek, una donna dalle mille vite, dall’altra chi l’ha così definita, Guillaume Gamblin. Se quest’ultimo è un attivista francese della non violenza e dell’ecologia sociale, nonché direttore della rivista Silence, Pinar Selek è una donna che sfugge a qualsiasi definizione e che, eppure, contiene moltitudini.

Ma chi è davvero Pinar Selek?

Nata nel 1971 a Istanbul da Alya Selek, una farmacista (che però solo farmacista non è) e Alp Selek, avvocato e difensore dei diritti umani, Pina Selek è una scrittrice, militante antimilitarista, femminista e attivista libertaria. Ma c’è molto di più: lo spendere la propria esistenza per gli abitanti dei margini, per i bambini di strada, per le le donne, per la comunità LGBT+ turca e per la minoranza curda. 

Eppure c’è dell’altro: Pinar Selek è nota soprattutto per la repressione che subisce dal sistema giudiziario turco che la condanna, assolve e richiama a processo da oltre vent’anni usando come accusa qualcosa che non ha commesso, ma che ha come vero motivo il voler soffocare le sue battaglie per la libertà, per abbattere barriere e per costruire una società che sia veramente umana.

Come si fa a mettere la vita in una valigia?

Come si fa a mettere la vita in una valigia?”: sono tra le prime parole che aprono la premessa di questo libro. Da questa frase sappiamo già che si parlerà di partenze, di esili, di dolore. Eppure, tutto sta in questa domanda anche se, dopo pochissimo, scopriamo un corollario: come è possibile racchiudere una vita del genere in un libro? 

Tra queste pagine, scopriamo le origini di Pinar, la sua famiglia, la sua casa, il mondo in cui è nata e cresciuta: una Istanbul che forse non è l’immagine stereotipata che, oggi, siamo abituati a figurarci. Ma è solo un punto di partenza: proseguendo, accompagnando la vita di questa donna straordinaria, scopriamo che non è fatta solo di sofferenza, di ingiustizia e di lotta spesso all’apparenza vana che leggeremo. C’è molto posto per qualcos’altro: per ciò che a Pinar fa battere il cuore, per la vita nella sua interezza: incontri, esperienze, letture e battaglie. Per dirla con le parole della voce che fa da contraltare, quella di Guillaume, c’è posto per “il suo immenso desiderio di felicità”.

Un amore che allarga le frontiere

La storia comincia già in famiglia, nella farmacia della madre: una farmacia che, però, non è solo una farmacia. “Mia madre era una guaritrice”: è lì ed è grazie a lei che la coscienza umana (e, in fondo, anche politica) della giovane Pinar viene fondata: l’ascolto del prossimo, chiunque esso sia, nasce da lì, così come dal rapporto col padre, descritto come dolce e calmo, dai racconti del nonno avvocato che difendeva i propri clienti gratuitamente, da sua sorella minore, descritta e percepita come un dono vero e proprio.

Il punto centrale della vita della famiglia Selek è qualcosa che caratterizzerà tutta la vita di Pinar: la certezza che la forza di sperimentare l’immensità dell’amore possa allargare le frontiere.

“È nella strada che ho imparato la vita”

Dopo il colpo di stato del 1980 e la salita al potere dei kemalisti, tuttavia, il cambiamento inizia a farsi strada tra violenza e sottomissione generalizzata. Si fa strada, nella giovane, la necessità di comprendere in barba a un vocabolario politico e umano che, come sotto ogni dittatura, si fa sempre più ristretto. Si fa strada in lei l’idea che non ci sia la necessità di adeguarsi al sistema per fare qualcosa di buono: “si può essere chiamati matti, si può essere marginali, ma creare comunque delle belle opere”. 

Il punto di svolta nella vita di Pinar arriva a sedici anni con l’incontro con i bambini di strada di Istanbul: bambini, giovani adolescenti senza dimora, condannati a vivere di povertà ed espedienti. Pinar comincia ad essere chiamata abla, sorella, e diventa parte della famiglia: un prendersi cura del prossimo in una prospettiva non pietista o verticale ma orizzontale, alla pari, qualcosa che si porterà dietro per tutta la vita, in ogni sua battaglia. Ed è, in fondo, l’inizio della rivoluzione. Lo scoprire, sempre di più, che è possibile (allora e, dopotutto, sempre) far germogliare qualcosa di nuovo, fino alla fondazione, anni più tardi, nel periodo universitario, degli atelier di strada.

Dai bambini di strada, ad altri margini

Gli atelier degli artisti di strada, prima a Taksim poi fino a diventare stabili a Istiklal, una delle grandi arterie commerciali di Istanbul: una casa che è rifugio dalla tempesta. E, dopo i bambini di strada, iniziano ad arrivare altri abitanti dei margini della società turca del tempo, le transessuali, le prostitute, i senza fissa dimora, poi gli studenti. L’atelier diventa parte del quartiere, un luogo in cui imparare a parlare una lingua comune. 

Pinar ascolta le storie e fa qualcosa di insolito e di veramente rivoluzionario: cerca di comprendere. Ed è lì che prende definitivamente forma il suo femminismo che, per essere veramente tale, può essere solo intersezionale, perché i diversi rami del dominio sociale, intersecandosi tra loro, costituiscono il dominio dell’essere vivente: “nella strada mi sono costruita attraverso incontri e scoperte che non avrei potuto fare da nessun’altra parte”

La ricerca sul movimento curdo e l’inizio dell’incubo

Nel 1996, Pinar è immersa in una ricerca sul movimento armato curdo: cosa ha spinto le persone a impegnarsi nella lotta armata in Kurdistan? Realizza interviste, si sposta, stringe legami, ma è qualcosa che non può (e non deve) trovare spazio nella realtà turca. L’11 luglio 1998 viene prelevata dalla polizia e inizia un calvario in carcere, fatto di interrogatori e torture fisiche e psicologiche, con l’accusa di complicità con il PKK e le sue attività terroristiche, fino a una falsa accusa di partecipazione a un attentato nel mercato di Istanbul.

In prigione, Pinar soffre la reclusione e la mancanza di intimità: tutto è collettivo, non esiste libertà sociale né individuale. Eppure, continua a vivere nella creazione di legami e interazioni con le sue compagne di prigionia, donne di ogni provenienza che le consentono di comprendere le diverse realtà vissute dalle donne in funzione della scala sociale, fino a che non viene liberata, nel dicembre del 2000.

“La sensazione che tutto sia possibile”

La scarcerazione, tuttavia, è di breve durata: inizia il calvario processuale e mediatico che vedrà Pinar coinvolta per il resto della sua vita, fino ad oggi. L’appoggio che riceve, tuttavia, è enorme: bambini di strada, militanti di sinistra, curdi, femministe, antimilitaristi, persino persone non politicizzate. La causa è diventata simbolo dell’ingiustizia del sistema giudiziario turco, i sostenitori si recano davanti al carcere, alle udienze, in visita: è la prima volta che un processo politico coinvolge persone così diverse.

Negli anni tra il 2001 e il 2009, tra un’assoluzione e una riapertura del processo, Pinar fonda il collettivo Amargi, che in lingua sumera significa libertà, una cooperativa culturale che segna l’impegno pieno nel movimento femminista, ma è un femminismo che prende in considerazione la diversità delle situazioni d’oppressione all’interno della classe sociale stessa delle donne. 

Il femminismo non è soltanto la difesa dei diritti delle donne, ma una filosofia e una politica di libertà, che passa attraverso la sorellanza e lo sforzo. Uno sforzo ostinato che combatta le diseguaglianze e le disparità, e che faccia crescere un affetto che si sviluppa e che evolve. Un amore che ci trasformi ancora.

Resistere è creare, creare è resistere

Dopo l’assoluzione del 2009, Pinar sa che deve partire: di nuovo, la domanda che abbiamo trovato all’inizio, com’è possibile fare entrare la vita in una valigia?

Inizia un esilio che dura ancora oggi: prima in Germania, poi in Francia. Ma essere in esilio vuol dire, soprattutto, perdere i propri riferimenti. E, allora, Pinar decide di cominciare a scrivere e il figlio di quella ricerca di equilibrio è il romanzo La casa sul Bosforo: la storia di una generazione che cerca la libertà, la felicità e la creazione, ma viene schiacciata dal dominio sociale e politico.

L’esilio insegna la pazienza: non solo, è l’esistenza stessa a insegnarla. Con il tempo si creano i legami, e Pinar impara a danzare con le parole nel luogo in cui si trova: Berlino, Strasburgo, Nizza… e resistere è creare, e creare è resistere. Ed è questo, credo, che impariamo dalle mille vite di Pinar. Qualcosa che si può riassumere con una frase che, in realtà, troviamo all’inizio di queste chiacchiere tra amici:

“Finché riusciamo ad amare, a condividere, possiamo soffrire ma non saremo infelici. Dev’essere questo il segreto della felicità, l’abbiamo scoperto insieme”