L’inquilina di Wildfell Hall: la storia di una rinascita

La Signora di Wildfell Hall (in originale The Tenant of Wildfell Hall) è il secondo romanzo scritto da Anne Brontë, sorella delle più celebri Emily e Charlotte. Edito nel 1848 sotto il celeberrimo pseudonimo di “Acton Bell”, la pubblicazione del romanzo fu causa di una profonda indignazione nell’opinione pubblica a causa della crudezza dei temi trattati. La stessa Charlotte, agente letterario della sorella, sembra che avesse caldamente sconsigliato ad Anne di procedere nella stesura del romanzo, giudicandolo eccessivamente esplicito nei temi trattati.

L’intera trama ruota attorno alla signora Helen Graham, protagonista indiscussa, che fugge con suo figlio da un matrimonio errato: ciò che indignò la critica fu la descrizione accurata ed esplicita delle scene di brutalità e alcolismo. Inoltre, la ragione per cui Charlotte giudicò ardita la narrazione di Anne fu dettata anche da una volontà di proteggere il loro fratello ribelle, i cui vizi furono fonte d’ispirazione nella descrizione del marito di Helen.

L’opinione pubblica fu così sconvolta dalle descrizioni della terza sorella Brontë che già nel 1849 Anne sentì la necessità di rispondere alle numerose critiche: fece appena in tempo a scrivere la prefazione alla seconda edizione del suo romanzo, in cui argomentava le sue contro-obiezioni, che morì di tisi in quello stesso anno, a soli 29 anni.

Quando si ha a che fare con il vizio e con i personaggi immorali, rimango convinta che sia meglio dipingerli così come sono, e non come dovrebbero apparire. Rappresentare un male nella sua luce meno cruda è senza dubbio la via più accettabile da seguire per un autore di romanzi; ma siamo certi sia anche la più onesta?

L’opera gira attorno alla figura femminile e al suo riscatto: Helen si presenta all’inizio come una figura misteriosa che abita la diroccata residenza di Wildfell Hall. È profondamente diversa dagli abitanti del paese lì intorno, con cui non riesce a stringere un vero legame, fatta eccezione per Gilbert Markham, un giovane attratto da quella donna così schiva e misteriosa, di cui riesce a sapere ben poco pur incontrandola tutti i giorni. Ed è solo quando lei gli consegnerà il suo diario che il giovane scoprirà cosa si nasconde dietro l’apparentemente schiva e imperturbabile Helen Graham.

La donna vittoriana: la sua emancipazione e i legami con Jane Eyre

Il punto forte dell’opera è nella capacità della Brontë di restituire ai posteri un ritratto capillare di un’epoca complessa come quella dell’Inghilterra vittoriana, con tutto ciò che ne consegue. Il fulcro del romanzo è la descrizione, volutamente brutale, degli eccessi dell’alcool e della violenza: il matrimonio di Helen e Arthur, per i primi due anni, procede senza troppi intoppi. Per quanto la donna si renda immediatamente conto che Arthur non è il marito che aveva desiderato, è ancora convinta di poter avere abbastanza giudizio per entrambi, come dirà a sua zia prima delle nozze.

Ciò che rende la descrizione delle violenze particolarmente interessante è il costante climax generato dal talento narrativo della Brontë, che vede procedere di pari passo il lento aumentare degli eccessi con lo sfaldarsi della loro relazione. Helen cercherà sempre di trovare qualcosa di buono in suo marito, in virtù del sentimento che li ha uniti e del sacro vincolo che ancora li unisce, ma la situazione è destinata a peggiorare con la nascita del figlio Arthur, omonimo del padre. È qui che la Brontë dipingerà una parabola discendente: l’uomo non vede suo figlio come parte del nucleo familiare, bensì come rivale nell’affetto di sua moglie. Sono numerose le scene in cui Arthur rinfaccia ad Helen di donare tutto il suo tempo al loro bambino, ignorando così i suoi doveri coniugali.

È, inoltre, interessante osservare come Arthur provi un vero interesse nei confronti di suo figlio solo quando può iniziare a traviarlo, educandolo al vizio, alla maleducazione e alla mancanza di rispetto per le donne. Ed è qui che Helen decide di fuggire via: durante quel matrimonio ha tollerato soprusi di ogni tipo, ma non è disposta a sacrificare l’educazione di suo figlio.

A questo proposito, la parola educazione ricopre un ruolo primario all’interno dell’opera: una volta fuggiti insieme, Helen cercherà in ogni modo di educare suo figlio alla morigeratezza e, cosa più importante, al rispetto dell’altro. Ella non mancherà mai di ribadirlo, anche di fronte alla madre di Gilbert e agli altri abitanti del luogo: farà tutto ciò che reputa necessario per impedire che Arthur si avvicini all’alcool e agli eccessi.

Proseguendo con i punti salienti del romanzo, è interessante riportare un parallelismo presente nell’Introduzione dell’edizione italiana Neri Pozza, ad opera della scrittrice e storica Alessandra Sarchi. Ella sottolinea come fra Jane Eyre e Helen Graham vi sia una relazione indissolubile: l’una sarebbe il negativo dell’altra. Se quest’ultima è da considerarsi virtuosa e portatrice di valori morali, la prima è considerata dai suoi concittadini come una fallen woman, una donna macchiata orribilmente dai suoi peccati. Eppure entrambe cercano una loro dimensione e un’indipendenza. Helen fugge per suo figlio, ma anche per sé stessa, dopo aver sopportato l’ennesima violenza: per impedirle di fuggire, Arthur getta nel fuoco i suoi quadri, unica distrazione che teneva ancora per sé. Jane invece sposerà Rochester solo quando questi si redime dei suoi peccati: non avrebbe fatto altrimenti, poiché durante tutta la narrazione anche Jane mostra una buona dose di indipendenza ed amor proprio.

Infine, un altro interessante elemento di confronto, è nel mistero attorno cui gira il romanzo: se in Jane Eyre il fulcro della narrazione è Rochester, di cui si sa ben poco, qui l’opera mette al centro la figura di Helen, della quale il lettore non conosce nulla per un buon terzo del romanzo.

La complessa morale vittoriana e i suoi riflessi

Un ruolo a sé stante, nel romanzo, vive la dimensione religiosa dell’epoca vittoriana: come nel caso di Charlotte, anche in Anne è spiccatamente riflessa la morale dell’epoca. Nel romanzo di Charlotte, Jane sposò Rochester solo dopo che questi si era pentito delle sue azioni, in perfetta linea con i dettami dell’epoca.

Nel caso di Anne, essa emerge sin dall’inizio del romanzo: Helen è una donna profondamente credente, e grande conoscitrice delle Scritture. Ciò che risulta innovativo è, però, il suo modo di vivere la dimensione religiosa: ella non è in alcun modo giudicante, e spesso critica gli altri per non essere stati in grado di cogliere il senso autentico della parola di Dio. All’inizio dell’opera, quando presenzia ad una festa organizzata dai Markham, Helen critica aspramente le parole dei commensali, che utilizzano le scritture per giustificare le loro convinzioni sull’educazione del primogenito maschio. Ed è proprio qui che Helen, probabilmente interprete del pensiero di Anne, sostiene che nessuno di loro abbia letto le scritture nella loro totalità: essi si basano su frasi estrapolate da contesti più ampi.

Ma, anche in questa concezione di una religiosità non dogmatica, la morale vittoriana emerge sibillina: nella parte finale del romanzo si rivela che il marito di Helen si è ammalato e che, probabilmente, morirà a breve. Nonostante gli elementi profondamente progressisti che la contraddistinguono, Helen rimane una donna dell’800, e sceglie di tornare da lui per aiutarlo nei suoi ultimi giorni terreni. Questo non significa in alcun modo che ella provi ancora qualsivoglia sentimento per lui: Arthur l’ha umiliata, tradita e persino offerta alle sue conoscenze. Ma Helen dentro di sé sa che, secondo le Scritture, la cosa giusta da fare è rimanere accanto a quel marito tanto odiato per gli ultimi giorni di vita, lasciando andare quei rancori passati che sentiva ancora legarla a lui.

Inoltre, un altro elemento che permette al lettore di osservare come la morale dell’epoca vada a permeare il romanzo è nella scelta di Helen di non tradire mai suo marito: nonostante sia molto chiaro che lei provi dei sentimenti per Gilbert, ella non farà nulla di sconveniente per la sua religione. Rimarrà una donna che ha ben presente i suoi valori morali, e non è disposta a metterli in discussione per nessuno: sposerà Gilbert solo dopo un anno dalla morte di Arthur, rispettando così i dettami delle Scritture.