L’infanzia oscura dei bambini di Teller e Perale

Quando si parla di infanzia si tende ad edulcorare quel periodo della vita. “I bambini sono gli angeli sulla terra”, si dice a volte, ma anche Lucifero, prima di diventare il re dell’inferno dantesco, è stato un angelo. Anzi, è stato l’angelo più bello di tutto il paradiso. E credo, soprattutto dopo aver letto due libri che ho amato, che per i bambini non sia così diverso…

“Niente” e “Amico mio” sono due romanzi diversi per origine e appartengono a generazioni distinte, ma hanno molto in comune. Sicuramente l’oscurità che trasuda tra le pagine è la stessa, così come il fatto che permettano di riflettere su vari argomenti.

“Niente” di Janne Teller: la ricerca macabra di un senso

La ricerca di un senso, di un significato all’esistenza è ciò che segna una linea di demarcazione tra l’infanzia e la vita adulta.

Pierre Anthon, però, di tredici anni, è convinto che niente abbia senso, che non esiste alcun significato. E se non esiste un senso alla vita, perché impegnarsi? Ed è così che decide di salire su un albero e di rimanere lì, come Cosimo de “Il barone rampante” di Calvino.
Alcuni compagni di classe, per fargli cambiare idea, decidono di raccogliere cose che abbiano un significato per loro, per dimostrargli di essersi sbagliato. Se inizialmente accatastano oggetti diversi per loro rilevanti, ma quasi infantili, pian piano ciascuno obbliga l’altro a sacrificare qualcosa di sempre più importante. I risvolti di questa ricerca di senso pian piano diventano sempre più macabri e oscuri, trasformando tutto in una serie di vendette reciproche tra i ragazzini.
Quando anche i media si accorgono di ciò che sta accadendo, l’orrore arriva progressivamente alla sua conclusione, che non può che essere terribile.

“Amico mio” di Gianmarco Perale: l’ossessione che fa rima con amicizia

Dare una definizione di amicizia è complicato, specialmente se si è appena adolescenti e qualsiasi emozione è totalizzante. Ancora di più se si pensa si non essere compresi dal mondo esterno.

Tom ha 13 anni ed è molto legato a Poni. Si conoscono da sempre e passano la maggior parte del loro tempo assieme, sia a scuola sia nel tempo libero. Questo legame, però, inizia pian piano a sembrare sempre più sinistro, opprimente per Poni, a maggior ragione da quando Tom, per difenderlo, rompe il naso ad un compagno. Non si scusa, non si sente colpevole, ma questo lo porterà pian piano a perdere tutte le certezze granitiche che aveva, a partire dalla presenza dell’amico. Il mondo di Tom, allora, inizia a crollare e farà qualsiasi cosa per tenersi stretto tutto ciò a cui tiene di più. Ad ogni costo.

Agnes e Tom, tredicenni speciali

A narrare le imprese della classe danese di scuola media immaginata da Janne Teller in “Niente” è Agnes, sensibile, ingenua e sciocca, così come qualsiasi ragazzino della sua età. Se inizialmente proviamo tenerezza nel leggere della sua difficoltà nel sacrificare i sandali verdi per inserirli nella “pila del significato”, progressivamente la sua voce, che resta infantile, assume connotati macabri e netti. Ciò che conta, la sentiamo ripetere in varie occasioni, è dare ciò che abbia un senso, a qualsiasi costo.

In modo simile, per Tom, il protagonista di “Amico mio”, sentiamo una sorta di empatia, che pian piano, però, si trasforma in distacco e incredulità. Il ragazzino ci conduce per mano nella sua discesa nell’ossessione per l’amico Poni e con gradualità restiamo attoniti e scioccati.

Non ci giro attorno: sono due libri tosti, e il fatto che i narratori siano due quasi adolescenti rende il tutto agghiacciante, cupo e doloroso.

Se nel caso di “Niente” il motore dell’azione è la ricerca di qualcosa di grande che dia un senso alla vita, in “Amico mio” entriamo maggiormente nel personale, nell’ossessione, nei sentimenti più totali e forti che si possano provare: quelli legati al voler bene. In comune, hanno però, il fatto che questi momenti complessi sono delle esasperazioni di momenti di passaggio classici alla vita adulta. Spogliati da quell’alone di turbamento, entrambi i romanzi sono, ad ogni buon conto, di formazione, anche se ciò che portano in luce sono quelle zone d’ombra che releghiamo all’oblio.

Gli adulti: i grandi assenti

Altro grande elemento in comune a questi due romanzi (e ai romanzi di formazione in generale) è l’assenza, perlomeno a livello incisivo, di figure adulte forti e capaci di essere delle guide. In “Niente” quasi non compaiono, se non nelle immagini evanescenti di un insegnante, di sporadici genitori e della stampa, che su una tragedia trova lo spazio per creare una storia da vendere. Perale nel suo “Amico mio”, invece, le inserisce: al di là della mamma di Tom, del padre di Poni e del preside, si trova anche uno psicologo. La realtà, però, è quella degli adolescenti: gli adulti esistono, sì, ma sono distanti, poco capaci di comprendere, delle comparse.

«“Il significato.” Sofie annuì come tra sé. “Voi non ce ne avete insegnato nessuno. Perciò ce lo siamo trovato da soli.”»

– Niente, Janne Teller

In entrambi i romanzi i punti di riferimento vengono a mancare, ma allo stesso tempo emerge quella caratteristica che spesso si tende a non associare ai bambini, ovvero la cattiveria.

Gli assoluti che regolano il mondo degli adolescenti

Che voi siate ancora adolescenti, che ci siate passati da poco o che lo ricordiate come un momento lontano, è innegabile che si tratti di un periodo della vita in cui tutte le emozioni appaiono come totalizzanti. Si ama e si odia con un’intensità che non si proverà più, con un ardore che incendia gli animi.

Non solo i sentimenti sono assoluti, ed esiste unicamente il bianco o il nero, lo stesso vale per le convinzioni. Se loro ritengono qualcosa come corretta e giusta, non c’è modo di far cambiare loro idea. Ma soprattutto non esistono le sfumature: se un’azione è giudicata come sacrosanta, perché mossa da ideali, non importa a quali conseguenze questa possa portare.

«Mamma?».
Si è girata.
«Hai idea di cosa hai fatto?».
«Si».
«Hai idea di cosa significa?».
«Si».
«E cosa significa?».
«Che ho difeso Poni».

– Amico mio, Gianmarco Perale

Tom ha rotto il naso ad un compagno che aveva stuzzicato il suo amico Poni, poco importa se la sua reazione è stata spropositata rispetto all’accaduto: per lui tutto ciò che conta è aver difeso una persona a cui vuole bene. Rompere il naso è sbagliato, in generale, ma non in quel caso particolare. Così come non gli sembrerà sbagliato fare qualunque cosa per non perdere Poni, che pian piano sarà sempre più terrorizzato da lui.

Allo stesso modo, i compagni di Pierre si costringono l’un con l’altro a sacrificare ciò a cui tengono, poco importa se si tratti di un paio di sandali, di un criceto o di un dito. Sono gli assoluti a regolare le relazioni e le emozioni stesse degli adolescenti e non si scende a patti, a maggior ragione se il tutto è deciso dal gruppo, vero e unico punto di riferimento.

E non si scende a patti nemmeno leggendo questi due romanzi, perché ciò che arriva è la pura cattiveria dei bambini, quella che ha origine nei grandi ideali di amicizia, e il bello è che tutto viene raccontato con un candore altrettanto puro. Che abbiamo o meno commesso nei nostri tredici anni azioni terribili o che anche le abbiamo solo immaginate nella testa, “Niente” e “Amico mio” le riportano a galla e ci permettono di essere sinceri con noi stessi.

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