19 Aprile 2024

Lettere a una nera di Françoise Ega e la schiavitù moderna

La schiavitù è stata messa al bando, vietata dalla legge, ma basta guardarsi intorno per rendersi conto che sono moltissime le forme di servitù ancora oggi accettate. “È la tratta? È la tratta che ricomincia?” si chiedeva nel 1962 Françoise Ega in Lettere a una nera (Fandango editore, traduzione di Annalisa Romani). Non solo è ricominciata, ma non è ancora finita, dobbiamo risponderle oggi.

Lettere a una nera

Françoise Ega

Prima di parlare di Lettere a una nera, occorre parlare di Françoise Ega, o mamma Ega come la chiamavano nel quartiere di Marsiglia che l’ha vista moglie, madre, lavoratrice, attivista e sorella.

Nata in Martinica nel 1920, durante la Seconda guerra mondiale raggiunge la Francia, dove si arruola nei Corpi femminili di trasmissione e sposa, nel 1946, Franz Ega, infermiere militare martinicano come lei. Dopo qualche anno, la coppia si trasferisce in modo stabile a Marsiglia e Françoise ha modo di conoscere le tante storie infelici delle sue sorelle. Scopre infatti che le ragazze antillane vengono assunte dalle signore bianche come donne delle pulizie e sono costrette a vivere in condizioni terribili per rimborsare alle famiglie le spese di viaggio dalle ex colonie.

Françoise Ega, che fin da piccola aveva dimostrato un forte senso di giustizia, decide allora di fare una sorta di inchiesta silenziosa, mentre nella quotidianità riserva sempre una parola gentile per chiunque abbia bisogno di conforto.

Lettere a una nera

È così che nasce Lettere a una nera, un romanzo epistolare che diventa testimonianze degli orrori che si annidano nelle case più rispettabili di Marsiglia.

Françoise scrive a Carolina Maria de Jesus, una scrittrice brasiliana proveniente da una favela che ha scoperto per caso leggendo una rivista. Quelle lettere non le spedirà mai e anche se lo facesse Carolina non capirebbe la sua lingua, ma non importa. Françoise vede in Carolina un’amica, una sorella che può comprendere il suo dolore per averlo provato in maniera simile. Carolina, inoltre, le dà la forza di scrivere, di ritagliarsi dei momenti per sé anche se sembra stupido e non remunerativo.

Attraverso queste lettere mamma Ega racconta le sue giornate a tratti sempre uguali, in cui spiccano i momenti di gioia con i bambini, le discussioni quotidiane con un marito che non la comprende del tutto, la fatica del lavoro domestico, le amicizie improbabili nate dalla necessità. 

Da questo punto di vista, Lettere a una nera è uno splendido manifesto di cosa vuol dire essere una donna nera, ma anche una madre e una casalinga, una sorella e una scrittrice in un mondo in cui il denaro è l’unico obiettivo che conta, e non per ambizione ma per necessità.

Essere una donna delle pulizie

Ma il perno bruciante di Lettere a una nera è l’essere una donna delle pulizie. Infatti, quando Françoise Ega inizia queste lettere ha un obiettivo preciso in testa. Vuole documentare le condizioni di lavoro (e vita) delle donne delle pulizie assunte dalle donne bianche. Così, si fa assumere e tocca con mano la verità.

Una ragazza del mio paese mi ha raccontato cose di un livello tale, sulla sua vita da certi datori di lavoro, che ho giurato di andare fino in fondo. 

Così come Simone Weil negli anni Trenta si fece assumere in fabbrica per fare esperienze di quel tipo di alienazione, così Françoise Ega entra nelle case delle bianche per testimoniare una cattiveria inesorabile. Come prima cosa le viene tolta l’identità, nessuno che le chieda il suo nome, è solo una donna nera e questo la rende in automatico una perfetta donna delle pulizie. Poi vorrebbero strapparle la dignità imponendole cosa mangiare e quanto; alcune la costringono a fare e rifare lavori inutilmente faticosi perché gli elettrodomestici si consumano e lei no.

Ma Françoise Ega sa di essere privilegiata perché a differenza delle sue sorelle la sera può tornare a casa dai suoi figli, può ritagliarsi delle ore di felicità per cancellare il dolore della giornata lavorativa. Lei può dire di no, andarsene quando la cattiveria diventa troppa, mentre loro sono costrette a ripagare un debito, a ripagarsi la libertà.

È un diversivo immediato, e il rancore non mi logora più.

Consigliato a chi…

Lettere a una nera è per chi non ha paura di andare a fondo, per chi vuole conoscere la polvere che si accumula negli angoli bui dell’essere umano, per chi alza la voce contro le ingiustizie e non è mai sazio delle piccole storie che fanno la Storia.