L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio: sopravvivere al trauma della violenza

Dopo l’enorme successo di L’arminuta e di Borgo Sud, Donatella Di Pietrantonio torna in libreria con L’età fragile, edito Einaudi. Un romanzo che ci parla del legame fra madre e figlia, di parole taciute e di fatti di sangue. Alternando il presente al passato, l’autrice ci porta in un paese che non ha ancora superato il trauma di ciò che è successo vent’anni prima. Nel frattempo ci fa conoscere Lucia e sua figlia Amanda, entrambe cariche di fragilità.

Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c’è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire.

Trama

C’è una crepa nella vita di Lucia causata da un evento innominabile accaduto vent’anni prima. Lucia vive in montagna ed è nel pieno della sua adolescenza quando la sua amica Doralice scompare di notte nel bosco, assieme a due turiste modenesi. Quella notte di ricerche cambierà il corso della sua vita, catapultandola nel buio dell’età adulta, perché il luogo della sua giovinezza si è tristemente trasformato in un luogo di violenza e morte. La montagna Dente di Lupo non sarà mai più la stessa, e con lei tutti i protagonisti di questa storia che quella notte hanno perso la speranza e la fiducia.

Una notte di fine estate mi portava di colpo nell’età adulta. Non c’era niente di sicuro, di là, non c’era Doralice. A ogni minuto la sentivo più morta. E io stavo passando ciò che mai avrei dimenticato.
A un certo punto la vita accelera. Dopo resta tutto fissato a un’immagine, un suono del momento. Si torna sempre lì.

Dopo “il fatto” e l’arrivo dei giornalisti, il paese ci mette un po’ a ritornare nel suo silenzio. Lucia, invece, sarà annientata dai sensi di colpa per tutta la vita perché, quella sera, tutto sarebbe potuto andare diversamente se non avesse mentito alla sua amica Doralice. Ed è con questo estremo rimorso che Lucia continua a crescere, nella vergogna, diventando poi una madre insicura.

“Ormai nessuna molecola di quel sangue è nella terra, alle radici delle piante.
Sono passati quasi trent’anni. Tutto è evaporato, trasformato, scomposto. Anche la natura dimentica. Ricresce su tragedie e disastri”.

Nel presente Amanda, la figlia di Lucia, sogna di andarsene dal paese e iniziare gli studi in una grande metropoli come Milano. Quando è ora di partire sale sul treno carica di speranze e progetti per il suo futuro. Non molto tempo dopo, quando arriva il lockdown a sbarrare la strada al mondo, Amanda è costretta a tornare in paese da sua madre e fermarsi lì. Quello che stupisce Lucia, però, è ritrovare una figlia svuotata e apatica che sembra non aver la minima intenzione di continuare gli studi e la vita milanese. Teme di perderla ma si sente impotente, senza sapere come agire.

Cosa è successo a Milano? Cosa ha reso Amanda così vulnerabile? Lucia non se lo spiega, ma riconosce in sua figlia le ferite della sua stessa adolescenza, quando il tragico fatto ha spezzato per sempre la sua innocenza. Scoprirà poi che anche ad Amanda è successo “un fatto” che ha rotto qualcosa dentro di lei e nelle sue speranze per il futuro.

“Eravamo giovani, ma non invincibili. Eravamo fragili. Scoprivo da un momento all’altro che potevamo cadere, perderci, e persino morire”.

L’età fragile

Ogni età porta con sé le sue fragilità. Lo sanno bene i protagonisti di questa storia che percorrono le loro vite con cicatrici profonde. Le vicende di Lucia e Amanda sono diverse ma rappresentano bene un’eredità generazionale del trauma, pronto a ripresentarsi anche contro la volontà. Lo ha raccontato in modo eccelso anche Cristina Battocletti in Epigenetica, di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo.

“Mio padre mi chiede di accompagnarlo nel suo ultimo tratto, insiste che prenda quel terreno. A mia figlia devo restituire il mondo. Mi tirano ognuno dalla propria parte, al proprio bisogno. Mi spezzano”.

Mescolando il passato al presente conosceremo gli stati d’animo e gli eventi accaduti a Lucia. Scopriremo di legami familiari infelici e di pretese senza un briciolo di sensibilità. Come per esempio fa il padre che, senza il minimo preavviso, intesta dei terreni a sua figlia per sbarazzarsi di incombenze e decisioni da prendere. Lucia è strattonata dai bisogni di suo padre e di sua figlia, che sembrano non accorgersi della sua difficoltà a gestire tutto e del suo bisogno di pensare un po’ a sé.

Ma ciò che risalta di più da tutto il racconto di L’età fragile è il silenzio. Una marea di non detti, di rimpianti, di sensi di colpa, di evitamento e di negazione. Il male di ogni famiglia. Così come il silenzio, si fa strada anche il senso di vergogna, che è presente in tutti i protagonisti del libro. Ed è proprio questo a rendere impossibile una via di comunicazione fra le parti, troppo prese a cercare di nascondere le conseguenze di ciò che è successo.

La vita però sa sorprendere e, a volte, è possibile spezzare la catena di sofferenza grazie a eventi inaspettati: un incontro, un ritorno o una partenza. Sicuramente non è possibile dimenticare degli eventi così violenti e traumatizzanti, ma si può sempre decidere di accettare le cose che non dipendono da noi per affrontarne meglio le conseguenze. Le fragilità sono universali, e presenti in ogni età, ma non devono per forza essere eterne.