Leonardo Sciascia e la Sicilitudine

Molti dei libri di Leonardo Sciascia conducono ad un solo filo conduttore che può essere definito una categoria dello spirito. La sicilitudine – che non è un termine coniato da Sciascia stesso, ma da un altro scrittore e pittore siciliano – è un’attitudine tipica di un popolo che è nato in un’isola. Tale categoria dello spirito non è attribuibile soltanto ad un dato geografico, ma custodisce molto di più.

L’anima finemente indagatrice di Sciascia, riesce a delimitare e a mostrare questa caratteristica instillandola nei personaggi dei suoi romanzi.

Ma in che cosa consiste la sicilitudine?

Consiste nella disillusione, nell’immobilità, nell’affannosa ricerca di un miglioramento mentre ogni cosa rimane nella più totale stasi. Il popolo siciliano che descrive Sciascia è un popolo che soffre perchè dominato da secoli, e che prova nostalgia per un benessere che non ha mai provato. Si tratta dello stesso odi et amo che lo scrittore prova nel denunciare fatti sanguinosi che riguardano gli Anni di Piombo e le stragi mafiose.

Leonardo Sciascia è il primo scrittore siciliano che introduce e spiega il concetto di mafia, un concetto che nasce in Sicilia e che prosegue il suo cammino verso l’intera Italia e poi esportato all’estero. Scrive Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra a proposito della mafia nell’ambiente della zolfara:

“C’è la mafia della zolfara, una mafia a carattere camorristico, con organizzazione tributaria un po’ diversa da quella che vive sul feudo; magari più spavalda e di arzigogolata guapperia, formalistica e rissosa, ma meno portata ad eccessi sanguinosi e a quello di conservazione da cui scaturiscono fatti come la strage di Portella della Ginestra: il qual fatto, a nostro giudizio, rappresenta l’acme dell’alleanza tra il bandito Giuliano e la mafia, e al tempo stesso la sentenza di morte per Giuliano, che dopo aver assolto una così atroce missione diventa un grave incomodo per i mandanti, e soltanto i morti non parlano.”

Del resto, Gesualdo Bufalino, scrittore di Comiso scoperto da Sciascia, diceva che essere siciliani è un luttuoso lusso, a confermare quasi il filo conduttore dei romanzi di Leonardo Sciascia.

In una terra ospitale, selvaggia, piena di bellezza, di arte, di storia, di natura e di mare vivono delle eterne contraddizioni, anzi esiste un’eterna dicotomia: mentre da un lato questa terra incanta e ha incantato viaggiatori, scrittori e filosofi per il suo fascino senza tempo, Sciascia evidenzia un’altra realtà, la realtà dell’associazione a delinquere di stampo mafioso, dello sfruttamento, della povertà e della morte. Sciascia nasce a Racalmuto, in un paese di minatori, di zolfatari che ben descrive nel suo romanzo-diario:

“scrive un regalpetrese – << visita quegli immensi vuoti, quei dedalei andirivieni, fangosi, esuberanti di pestifere esalazioni, illuminati tetramente dalle fuligginose fiamme delle candele ad olio: caldo afoso, opprimente, bestemmie, un rimbombare di colpi di piccone, riprodotto dagli echi, dappertutto uomini nudi, stillanti sudore, uomini che respirano affannosamente, giovani stanchi, che si trascinano a stento per le lubriche scale, giovinetti quasi fanciulli, a cui più si converrebbero a giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l’esile organismo all’ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi>> E quando dalla notte della zolfara i picconieri e i carusi ascendevano all’incredibile giorno della domenica, le case nel sole o la pioggia che batteva sui tetti, non potevano che rifiutarlo, cercare nel vino un diverso modo di sprofondare nella notte, senza pensiero, senza sentimento del mondo.”

Capi saldi della letteratura siciliana

Questa è la realtà nella quale vive lo scrittore siciliano e che si appresta a denunciare con lo stesso ardore con il quale accusa il sistema politico e clientelare dell’Italia intera. Una realtà descritta in passato da Giovanni Verga con la novella Rosso Malpelo e da Luigi Pirandello con la novella Ciaula scopre la luna. Mentre Giovanni Verga non entra nel merito delle emozioni che i suoi personaggi possono provare davanti alla morte, i personaggi pirandelliani sono figli delle loro azioni e perciò provano le emozioni che scaturiscono dal loro agire.

Lo scrittore Vincenzo Consolo ha posto delle riflessioni sulle tematiche del sottoproletariato nella letteratura siciliana, sostenendo che il contadino o il picconiere esprimono un sottoproletariato e proletariato in abiti ed aspirazioni piccolo-borghesi. Dunque, dallo zolfo e per lo zolfo è nata una storia politica e sociale che viene espressa in letteratura. Ma oltre ad essere una questione letteraria ampiamente discussa, questa è in primo luogo una questione sociale di una gravità angosciante e terribile.

Che cosa spetta allo zolfataro che scende nelle oscure gallerie? Il problema del pane, cioè che manca il pane in tavola a tutta la famiglia, la povertà, lo sfruttamento minorile e non, il rischio di morire per le esalazioni o per un crollo, la violenza, la stanchezza per seicento lire guadagnate in una giornata di dodici ore. E con l’intento di denuncia, lo stesso dell’adorato Voltaire, vivono in Sciascia un antico senso di giustizia e di verità quasi come se – nei suoi libri – volesse esortare il lettore a fare qualcosa, ad agire il più presto possibile.

Che cosa ha a che fare l’attitudine di un popolo con le aspre critiche alla società? Tutto. Sciascia esprime chiaramente la propria opinione attraverso personaggi come l’ispettore Rogas, il capitano Bellodi, il professore Laurana e altri, ovvero il rispetto della giustizia. Ma affinché venga rispettata la giustizia, perfino questi protagonisti finiscono per diventare vittime delle macchinazioni del potere. Ne Il contesto dice Sciascia:

“Un paese immaginario, ripeto. E si può pensare anche all’Italia, si può anche pensare alla Sicilia; ma nel senso del mio amico Guttuso quando dice <<anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia>>. La luce. Il colore. E il verme, in questa mia parodia, è tutto d’immaginazione. Possono essere siciliani e italiani la luce, il colore (ma ce n’è poi?), gli accidenti, i dettagli; ma la sostanza (se c’è) vuole essere quella di un apologo sul potere nel mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo definire mafiosa.”

Un invito ai siciliani

Non risulta affatto una novità agli occhi dei siciliani (soprattutto) che chi operi per la giustizia finisca per essere una vittima sacrificale, ma Sciascia decide di rivolgersi proprio ai siciliani per sollecitarli a cambiare, per sconfiggere l’accezione negativa della sicilitudine, che non permette alcuna trasformazione. Tuttavia, perfino per lo scrittore è complicato slegarsi da un simile sentimento, un simile rimescolamento viscerale che lo conduce in una condizione di contraddittorietà perenne.

Tale contraddittorietà si ravvisa anche nel suo romanzo-denuncia La Sicilia come metafora, nel quale ritiene l’isola rivelatrice di una condizione che non riguarda soltanto i siciliani, ma l’intera Italia. Sciascia dà le stesse motivazioni che in quegli anni erano già note attraverso Pier Paolo Pasolini, ovvero la transnazionalità della corruzione, la perdita dei valori nei giovani, l’uomo schiavo del consumismo e della burocrazia.

Vizi e virtù dell’isola delle conquiste

Mettendo a nudo le miserie della sua isola attraverso il sorriso della ragione donatogli dal Voltaire, lo scrittore siciliano sviscera scrupolosamente vizi e virtù di un popolo, che si muove entro dei limiti geografici, sentendosi alienato, fino ad essere isola nell’Isola. Quello dell’essere isola nell’Isola rappresenta per Sciascia croce e delizia insieme, portandolo ad una lotta impari tra il senso di giustizia e il senso dell’attaccamento. Sciascia non è il primo scrittore che decide di indagare su una realtà preesistente, anzi tra i molti scrittori e giornalisti, è necessario citare Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che con Il Gattopardo ha solcato la stessa linea dello scrittore di Racalmuto, ma in tempi meno recenti del Novecento.

L’attitudine della sicilitudine, perciò, è profondamente radicata nel popolo siciliano perchè la Sicilia è sempre stata una terra di conquiste, continuamente dilaniata e vessata da regnanti e da popoli di altre nazionalità. Da ciò deriva il fatto che l’individuo siculo possiede le caratteristiche tipiche di ogni etnia che ha posato piede su questa terra accogliente.

Non sembra difficile sentir parlare i siciliani di avere tratti fisici e caratteriali un po’ arabi, un po’ normanni, un po’ bizantini, un po’ spagnoli, un po’ francesi, un po’ inglesi, un po’ austriaci. Risuona spesso alle orecchie la celebre frase pronunciata da Tancredi Falconeri in un dialogo con il Principe di Salina, che rappresenta l’anima della cosiddetta sicilitudine come modo di essere, come categoria dello spirito e come requisito atavico che viene donato di generazione in generazione:

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è , bisogna che tutto cambi.”

Si tratta di un monito ben presente nel Dna e nelle coscienze dei siciliani che provano a muoversi nelle sabbie mobili della staticità con ostinazione, speranza e desiderio di miglioramento invano. Ma il monito di Tancredi Falconeri consiste nell’agire in modo che il regno Borbonico non abbia fine e i nobili siciliani possano mantenere i propri privilegi durante l’unificazione garibaldina, determinando il fallimento della storia.

Il Gattopardo è stato un romanzo fondamentale per Sciascia, che ha sempre sostenuto che i temi trattati nel romanzi quali il sonno, la morte, l’autoconvinzione di essere delle divinità e l’impossibilità di condurre una vita associata, facciano parte del cosiddetto disvivere siculo-ispanico. Leonardo Sciascia credeva che la contraddittorietà della Sicilia e dell’essere siciliani fosse la metafora del mondo odierno.

La connivenza con le brutture e le bellezze dell’Isola di cui egli parla è uno stato continuamente vivo e pulsante nel popolo siciliano, che non fa altro che sperare: splendidi palazzi barocchi e normanni ignari dell’usura del tempo, l’arte imbevuta di storia e di letteratura e la vastità del mare pronto a risanare temporaneamente le ferite che tali brutture (la mafia, la corruzione, un sistema politico clientelare e fallimentare, l’immobilità di un’isola in un mondo moderno e progressivo) provocano.

L’uomo isola

Sciascia provava la Sicilitudine perchè Sciascia era questo: un siciliano puro, genuino, amante di una cultura illuminista ma con radici stabili in quella terra di miniere martoriata, intrisa di sangue e di sudore. Sciascia era l’uomo isola nell’Isola, era l’uomo dell’immobilità siciliana di cui trattava nei suoi romanzi, cercando di risvegliare le coscienze per condurle alla mobilità e ad un ideale di vita migliore in toto.

Per questo motivo Leonardo Sciascia è un grandissimo scrittore è intellettuale, che con i suoi romanzi gialli non pecca affatto di banalità, poiché la sua è un’assoluta originalità intrisa di una lucina e cinica ricerca della verità. Ne Il giorno della civetta, infatti, afferma:

“La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è né sole né luna, c’è la verità.”

In fin dei conti tocca al lettore e a tutti cercare la verità in fondo ad un pozzo, rischiando impavidamente la caduta.