L’educazione fisica: un atto di ribellione al femminile

L’educazione fisica è il primo romanzo pubblicato in Italia della scrittrice spagnola Rosario Villajos, pubblicato da Guanda il 5 marzo 2024. Il testo è rientrato tra i cinque candidati al Premio Strega europeo 2024 per via dell’universalità e contemporaneità delle tematiche trattate.

L’educazione fisica è ambientato negli anni Novanta in Messico ma nonostante questo, ogni donna che si ritroverà a leggere queste pagine non potrà non immedesimarsi in almeno una delle situazioni tristemente descritte. Catalina, la protagonista della storia, dà voce al dolore collettivo femminile, alla paura diffusa, e si ribella, con le sue possibilità, alla mentalità patriarcale.

L’educazione fisica

Un atto di ribellione

Catalina ha appena compiuto sedici anni e sta tornando a casa, sotto il sole cocente d’agosto, dopo aver passato il pomeriggio a casa della sua migliore amica Silvia. Ha paura di fare tardi e di non rispettare il coprifuoco datogli dai genitori, ha perso l’ultimo autobus e si ritrova a dover fare per la seconda volta nella sua vita l’autostop, anche se sua madre le ha sempre vietato di farlo.

Non è un giorno come un altro, Catalina si trova in uno stato emotivo difficile. Non é semplicemente andata via da casa della sua amica, ma è fuggita in seguito a un fatto spiacevole. Il padre di Silvia le ha rubato un bacio e non solo, aggiungendo che se l’ha fatto è solo per colpa sua.

Catalina utilizza l’autostop come un atto di ribellione, nonostante sappia cosa potrebbe succedere se dovesse trovare la persona sbagliata, l’uomo sbagliato. Al telegiornale non si parla d’altro che di ragazze stuprate e uccise proprio in seguito a un autostop (vedi delitto di Alcàsser).

Riappropriarsi del proprio corpo

A partire da questo evento scatenante, inizia il viaggio mentale di Catalina.
Un breve tragitto verso casa si trasforma nell’occasione per riflettere, fantasticare e ricordare esperienze dolorose.

Catalina appartiene a una famiglia estremamente severa e rigida, lei e suo fratello crescono in modo completamente diverso e lei questo non riesce a capirlo né a condividerlo. Non capisce perché il suo corpo crea turbamento negli uomini adulti, perché è costretta a coprirsi continuamente per evitare occhiate maliziose, perché suo padre in sua presenza è perennemente a disagio. Sua madre è retaggio della cultura patriarcale. Vittima e carnefice allo stesso tempo. Insegna alla figlia a rispettare gli uomini ma anche a temerli, perché da lei “vogliono una sola cosa”.

Catalina sta vivendo il pieno dell’adolescenza, si trova già di per sé in una fase delicata e di trasformazione, non riesce ad accettare i continui mutamenti del proprio corpo. E le continue occhiate e parole di troppo dei ragazzi, dei professori e degli adulti che la circondano, non le sono d’aiuto. Si rifugia così nelle maglie enormi, nel grunge e nei Nirvana e si taglia addirittura i capelli a zero. Pur di perdere quella femminilità che la fa sentire in trappola. È gelosa degli uomini perché possono essere liberi di abitare gli spazi che vogliono e non devono stare continuamente in guardia, portarsi un cacciavite dietro e con la perenne paura di poter essere violentati, fatti a pezzi e buttati in un canale.

Un romanzo tristemente universale

L’educazione fisica è una denuncia alla privazione della libertà femminile.
È un romanzo che con una prosa semplice arriva dritto al punto del problema.
Le donne non possono essere libere di essere loro stesse, perché a prescindere da come venga raccontata la storia, saranno sempre loro il problema.

Questo libro è per tutte le donne che si sono sentite almeno una volta abbandonate, non comprese da chi gli sta intorno o derise dalle istituzioni, ma anche per tutti gli uomini che vogliono ascoltare attivamente per comprendere che il problema esiste e solo tutti insieme possiamo cambiare le cose.

In conclusione…

Il tema del libro è di estrema importanza ed è impossibile non immedesimarsi nel racconto schietto della protagonista, ma è anche vero che la struttura del romanzo e l’assenza di una trama rendono la lettura difficoltosa e pesante.
Diversi flashback potevano essere non menzionati perché non funzionali e fuori tema, un centinaio di pagine in meno avrebbero reso il testo più scorrevole così come una divisione in capitoli. Il romanzo ha la forma di un lungo flusso di coscienza, narrato in terza persona; a dividere in varie parti il racconto sono degli orologi.

Un elemento degno di nota è il finale.
Quest’ultimo è ricco di speranza e lascia un messaggio positivo, dopo le precedenti pagine ricche di angoscia e drammaticità.
È da apprezzare perché dimostra come non tutti gli uomini siano i lupi cattivi della storia, ma ci sono anche delle eccezioni preziose.

In conclusione, un romanzo da recuperare anche se non privo di difetti, che oltre a parlare delle donne, affronta tematiche quali l’adolescenza, l’amicizia e l’identità.