Le voci del testo: sulle traduzioni di Rebecca di Daphne du Maurier

Ho preso in prestito, e storpiato, questo bellissimo titolo di un saggio di Franca Cavagnoli perché mi sembra cogliere con precisione la riflessione nata dopo aver letto Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier.

Mentre la versione originale risente sì degli anni che porta, ma si mantiene comunque poetica ed evocativa, la prima traduzione italiana del 1940 firmata da Alessandra Scalero risulta pomposa fino al fastidioso mentre l’edizione del 2020 di Marina Morpurgo (Il Saggiatore) è decisamente più scorrevole e vicina al nostro sentire. Eppure, il testo di partenza è sempre lo stesso. Una magia che solo le parole possono fare; ma nello specifico quali sono queste parole e come sono state interpretate in italiano?

Da questa curiosità è scaturita la breve analisi che segue e che non ha alcuna pretesa di correttezza scientifica dal momento che si basa unicamente sulle sensazioni che mi ha suscitato mettere a confronto le due traduzioni.

Rebecca la prima moglie

L’incipit

Last night I dreamt I went to Manderly again. It seemed to me I stood by the iron gate leading to the drive, and for a while I could not enter, for the way barred to me. […]

No smoke came from the chimney, and the little lattice windows gaped forlorn.

Traduzione di Alessandra Scalero

Sognai l’altra notte che ritornavo a Manderly. Mi pareva di essere al cancello che dà sul viale d’ingresso, e non potevo entrare: la via era sbarrata. […]

Non un fil di fumo usciva dal camino, e le finestrelle ingraticciate sembravano grandi occhi sconsolati.

Traduzione di Marina Morpurgo

La notte scorsa ho sognato che ritornavo a Manderly. Ero davanti al cancello che si apre sul viale d’ingresso e non riuscivo a entrare. […]

Dal camino non si vedeva uscire fumo, le finestrelle protette da grate parevano bocche spalancate per la disperazione.

Analisi

Da queste pochissime frasi dell’incipit si nota come la voce del testo cambi già a partire dalla scelta del tempo verbale, nonostante l’apertura di du Maurier sia apparentemente di facile interpretazione. A seguire, poi, c’è quel for the way was barred to me, da una parte tradotto e dall’altra omesso per non appesantire il testo: “non riuscivo a entrare”, che altro c’è da aggiungere? Eppure, forse du Maurier non ha insistito a caso, forse ci teneva a sottolineare che quella via era sbarrata, proprio a lei, che a Manderly non aveva mai potuto sentirsi a casa…

Ma la differenza più grossa salta all’occhio quando du Maurier descrive l’aspetto della casa con quelle windows gaped forlon che letteralmente “guardano a bocca aperta/spalancata” (gape) ma sono anche misere, disperate (forlorn). E allora come rendere in italiano un’immagine così drammatica? Scalero sembra voler porre l’attenzione sulla tristezza di una casa abbandonata e infatti usa l’espressione “grandi occhi sconsolati”, quasi parafrasando la frase originale.

Mentre Morpurgo insiste su quel senso di paura e desolazione che sarà poi centrale per tutto il romanzo: “bocche spalancate per la disperazione”. Quest’ultima immagine risulta ancora più potente dopo aver letto la drammatica storia della famiglia de Winter e richiama alla memoria quel senso di impotenza davanti alla fine di tutto: Manderlay che non è più Manderlay, Rebecca che domina sulle macerie di un matrimonio fallito e poi lei, la nostra protagonista senza nome, che è bandita dalla casa ancora prima di entrarvi.

Rebecca la prima moglie

La costruzione delle frasi

Tornando alla traduzione, l’incipit non è l’unico momento in cui le due versioni divergono prendendo strade parallele. Andando avanti nel romanzo e cercando di evitare spoiler, c’è un altro passaggio che è interessante evidenziare.

Siamo al capitolo 18 e la narrazione è entrata nel vivo:

Perhaps I haunted her as she haunted me; she looked down on me from the gallery as Mrs Danvers had said, she sat beside me when I wrote my letters at her desk. That mackintosh I wore, that handkerchief I used. They were hers. Perhaps she knew and had seen me take them. Jasper had been her dog, and he ran at my heels now. The roses were hers and I cut them. Did she resent me and fear me as I resented her?

Traduzione di Alessandra Scalero

Forse io la ossessionavo come lei ossessionava me: dall’alto della galleria guardava giù a me, come aveva detto la Danvers, e mi sedeva accanto, quand’io scrivevo le mie lettere al suo scrittoio. Quell’impermeabile che avevo indossato, quel fazzoletto che avevo cincischiato, erano suoi. Forse ella m’aveva vista, mentre m’impossessavo delle cose sue; Jasper ch’era stato il suo cane, ora correva dietro a me. Le rose erano sue, e io le tagliavo. Nutriva ella per me il medesimo odio e timore ch’io nutrivo per lei?

Traduzione di Marina Morpurgo

Forse io la perseguitavo come lei stava perseguitando me; mi osservava, come aveva detto la signora Danvers, dall’alto della galleria e stava seduta accanto a me quando scrivevo le mie lettere, accomodata alla sua scrivania. L’impermeabile che usavo, il fazzoletto. Erano cose sue. Forse lo sapeva e mi aveva visto mentre me ne impossessavo. Jasper era stato il suo cane, ora seguiva me. Le rose erano sue, e io le recidevo. Anche lei era piena di risentimento e paura nei miei confronti, come io lo ero nei suoi?

In questo passaggio la scelta, per entrambe le traduttrici, è caduta su termini simili, mentre la differenza più evidente riguarda la costruzione delle frasi. Morpurgo ha optato per una sintassi schietta, rapida, che dà quasi un senso di oppressione, mentre la traduzione di Scalero ha un respiro più ampio, le virgole prendono il posto dei punti e nessuna parola viene lasciata indietro. 

Si sente in modo chiaro soprattutto in questo punto: That mackintosh I wore, that handkerchief I used. They were hers che Scalero ha reso con puntiglio, senza tralasciare nulla ma usando la virgola invece del punto finale, con “Quell’impermeabile che avevo indossato, quel fazzoletto che avevo cincischiato, erano suoi”. E che invece nella versione di Morpurgo è reso con maggiore libertà: “L’impermeabile che usavo, il fazzoletto. Erano cose sue”. Libertà che però sembra rendere meglio la tensione che si respira nell’originale di du Maurier.

“Nutriva ella per me il medesimo odio e timore ch’io nutrivo per lei?” è invece un chiaro esempio del tempo che passa inesorabile anche sulla lingua, ella e medesimo sono infatti termini che ormai non vediamo più nelle traduzioni e in generale nei libri pubblicati negli ultimi anni, così come non sono più usati nel linguaggio comune. Restano però testimoni di altri usi linguistici così che gli appassionati possano arrovellarsi sul loro suono.

Rebecca la prima moglie

I dialoghi

Per chiudere, un’attenzione particolare la meritano i dialoghi e in particolare quello che prelude a una delle scene più belle di tutto il romanzo, ossia la resa dei conti tra i due protagonisti, finalmente costretti dalle circostanze a dar voce a tutti quei pensieri che finora li avevano tenuti a distanza.

‘Does anyone know?’ I said, ‘anyone at all?’

He shook his head. ‘No,’ he said.

‘No one but you and me?’ I asked.

‘No one but you and me,’ he said.

‘Frank,’ I said suddenly, ‘are you sure Frank does not know?’

Traduzione di Alessandra Scalero

«C’è qualcuno che sa?» domandai. «Non c’è nessuno che…»

Egli scosse il capo. «Nessuno.»

«Nessuno, all’infuori di te e di me?» domandai.

«Nessuno, all’infuori di noi due.»

«Frank!» esclamai, colta da un’idea improvvisa. «Sei ben certo che Frank non sappia?»

Traduzione di Marina Morpurgo

«Qualcun altro lo sa?» domandai.

Scosse il capo. «No.»

«Nessuno, tranne te e me?»

«Nessuno, tranne te e me» rispose.

«Ma Frank…» dissi all’improvviso «Sei certo che Frank non sappia?»

Pochissime battute per non rovinare il piacere della scoperta, ma sufficienti per sentire il cambio di tono nelle due versioni. L’urgenza di questo dialogo è inconfondibile nelle parole scritte da du Maurier, quasi la stessa premura angosciosa che risuona nella traduzione di Morpurgo, che ancora una volta ha scelto di tagliare (anyone at all?he saidI asked) per privilegiare l’atmosfera. Scalero resta invece fedele alle parole, non ne lascia indietro nemmeno una e anzi le aggiunge (colta da un’idea) cercando così di dire quello che la lettrice/il lettore dovrebbe solo immaginare.

Scalero e Morpurgo hanno dato ciascuna una voce diversa al romanzo scritto da Daphne du Maurier ed è probabile che fra dieci o vent’anni qualcun altro ne darà una ancora differente, perché questo è il mestiere del traduttore. La versione del 1940 e quella del 2020 ci restituiscono una Rebecca diversa da quella originale? Forse, ma non leggiamo, noi lettori, ognuno una storia diversa pur avendo davanti lo stesso libro, indipendentemente dalla lingua in cui leggiamo?