Le verità ignorate: L’ufficio delle correzioni storiche di Danielle Evans

Cosa preferiamo ignorare del Sogno Americano?

L’ufficio delle correzioni storiche di Danielle Evans, con le sue 241 pagine, tradotto da Assunta Martinese e edito da Minimum Fax, parla di verità ignorate. Di verità e di vite fragili, intrecciate, americane. Il lettore è messo davanti a ciò che spesso si tende a voler cancellare, per non offuscare l’idea del sogno americano.

Gli altri Stati Uniti

Sette racconti sul senso di colpa, sul razzismo, sulla vergogna, sulla storia degli Stati Uniti. Non le banali luci di Natale di New York, non le spiagge della California. C’è qualcosa che preferiremmo non conoscere, perché in fondo ci piace credere agli Stati Uniti che abbiamo sempre immaginato. Invece i racconti che leggiamo in queste pagine sono gli altri Stati Uniti, quelli che troviamo tra gli estremi del benessere, della realizzazione delle possibilità.

I personaggi che incontriamo sono diversi tra loro, eppure accomunati dall’essere poco “televisivi”, in un certo senso, e lontani dalla perfezione degli eroi.

C’è Lyssa, che si ritrova nel video di una pop star mentre fa i conti con la morte della madre. C’è Rena, una damigella di un matrimonio apparentemente perfetto. C’è Claire alle prese con accuse di razzismo scatenate da un bikini con la bandiera confederata preso alla leggera. Gite ad Alcatraz di famiglie divise e riunite per mero senso di colpa, un artista che vuole radunare tutte le donne che ha sedotto e abbandonato per farsi grande del chiedere scusa, Vera che lascia tutto per New York ma le cose non vanno come aveva immaginato. E, infine, con il racconto che dà nome all’intero libro, il voler cancellare una storia scomoda.

Sette storie legate strette

Sette storie raccontate quasi sempre da donne, sette storie legate strette da un filo conduttore. C’è una domanda quasi biblica e con la quale l’uomo è costretto a convivere: che cos’è la Verità?

In questi racconti che parlano di cultura, razza, sesso e storia di un paese intero, le voci narranti sembrano tasselli traballanti in un mosaico perfetto. Muovendosi tra le fessure e i margini di un paese raccontato sempre come senza macchia, vengono cuciti insieme i pezzi di una realtà spesso nascosta.

Danielle Evans si fa guida attraverso il progressivo appropriarsi (e riappropriarsi) di una verità negata, di spazi da riabitare perché il vero equilibrio sociale, per quanto fragile, avviene soltanto se a quella verità viene concessa una voce. E, per quanto possa sembrare lontanissimo, è una lezione che avremmo addirittura dover imparato sui banchi di scuola, se siamo stati tanto fortunati da incontrare qualcuno che ci spiegasse la teoria della Bellezza legata alla Verità di un nostranissimo Alessandro Manzoni.

Nell’esperienza afroamericana, assistiamo a come la storia e la verità si pieghino all’esigenza, senza giri di parole, del suprematismo bianco: in quello che solitamente siamo abituati a leggere come esempio di civiltà e democrazia, restano nascosti picchi di discriminazione e follia, ignorati e celati pur “di non attaccare briga”, come si propone il fittizio (ma nemmeno troppo) Ufficio delle correzioni storiche.

Intersezioni e tensioni

Uno dei punti attorno al quale, più di altri, ruota l’apparato narrativo di questo libro è l’alternarsi di intersezioni e tensioni tra bianchi e neri: dal classismo alla cancel culture, sembrerebbe quasi che l’identità multirazziale statunitense si pieghi alla necessità WASP di rendere propria ogni parte della storia. “Non appena i bianchi hanno iniziato a pensare che erano più bravi dei neri a impersonare la cultura nera di città, game over”: con questa citazione, individuiamo quale sia il punto centrale con cui dobbiamo confrontarci, chi ha il compito di raccontare la storia? I vincitori o i vinti? E, peggio ancora, chi ne stabilisce la verità?

Nella visione comune che l’Occidente ha del suo storico alfiere, gli Stati Uniti, si tende a dimenticare che fuggire dalla verità non è qualcosa che possa durare in eterno. Anzi, è qualcosa con cui prima o poi si è costretti a fare i conti. Se nell’ultimo racconto, L’ufficio delle correzioni storiche, sembra che l’unica strada per superare la vergogna sia cancellare l’episodio, scopriamo che questo atteggiamento contiene in sé i germi della distruzione della realtà ideale e fittizia che si voleva costruire.

La verità, a che prezzo?

In fondo, la Storia scritta dai vincitori ha quasi sempre questo di particolare, la capacità di ripetersi in un ciclo spesso lineare e persino prevedibile. Eppure la resistenza dei vinti dal passato è la possibilità data al più forte di scavare nel presente. Il prezzo da pagare è riconoscere l’errore e passare attraverso quanto di più difficile esista, l’umiltà. La hybris piegata dalla condizione che, in realtà, ci rende più umani: un humilitas che dovrebbe farsi humanitas. L’ufficio delle correzioni storiche, alla fine, ci racconta proprio questo.

In fondo, solo così potremmo riscattare un futuro.