Le verità di Miracle Creek: una tragedia, tanti segreti e bugie

Le verità di Miracle Creek è il romanzo d’esordio dell’autrice Angie Kim, coreana di nascita ma residente in America da quando era bambina. Ha studiato filosofia alla Stanford University e frequentato la Harvard Law School, per poi diventare avvocato.

Foto autrice Angie Kim

I suoi racconti sono stati pubblicati su The New York Times, The Southern Review, Sicamore Review, The Asian American Literary Review e altre testate.

Le verità di Miracle Creek, pubblicato in Italia nel 2022 da Mondadori, è stato nominato miglior libro dell’anno, tra gli altri, da Time e The Washington Post. Ha inoltre ricevuto numerosi riconoscimenti, come l’International Thriller Writers Award, il Pinckley Prize e il Premio Edgar 2020 per il miglior esordio.

La tragedia

I coniugi YooPak e Young – hanno preso la dura scelta di lasciare Seoul alla volta degli Stati Uniti, per garantire un futuro prospero a Mary, loro unica figlia. Dopo un inizio molto duro, la loro nuova vita americana sembra finalmente andare per il meglio. Gestiscono infatti una camera iperbarica, alquanto all’avanguardia per la cittadina di Miracle Creek, in Virginia. Si tratta di una “stanza”, chiusa ermeticamente, nella quale è possibile somministrare ossigeno puro a una pressione atmosferica tre volte superiore a quella normale.

Copertina libro Le verità di Miracle Creek

Ormai gli Yoo si sono fatti un nome, grazie alle numerose persone che ripongono le proprie speranze nella cura sperimentale offerta dall’OTI (ossigenoterapia iperbarica). Tra i loro pazienti, alcuni si sottopongono addirittura a due sedute al giorno. Si tratta di Matt Thompson, che soffre di infertilità; Rosa, colpita da paralisi cerebrale in tenera età, accompagnata da sua madre Teresa; Henry e TJ, due bambini autistici, accompagnati dalle rispettive mamme, Elizabeth e Kitt.

A rompere la monotonia della quotidianità arriva quel fatidico 26 agosto. Fin dal mattino l’atmosfera è tesa a causa di un gruppo di dimostranti che manifestano nei dintorni della camera iperbarica. Fanno parte di un gruppo di mamme con figli autistici, fermamente convinte che ogni cura sia inopportuna. Tra queste, criticano in particolar modo l’OTI per la sua pericolosità.

“Sono noti quarantatré casi di incendio in camere iperbariche, persino esplosioni. Perché far correre un pericolo simile ai vostri figli? Per cosa? Perché vi guardino più spesso negli occhi e agitino meno le mani? Accettateli per ciò che sono. Dio li ha fatti così, sono nati in quel modo […]”.

Malgrado il disagio causato agli Yoo e ai loro pazienti, la seduta serale riesce comunque a svolgersi, non senza qualche intoppo. Tuttavia, quasi fossero una diabolica profezia, le parole delle manifestanti prendono improvvisamente forma. La camera iperbarica viene infatti avvolta dalle fiamme, per poi esplodere, causando l’atroce morte di Henry e Kitt.

Il processo

Appare subito chiaro che l’incendio sia doloso e sembra altrettanto lampante che potrebbero essere state proprio le dimostranti ad appiccarlo. Ma questa ipotesi viene ben presto scartata dagli investigatori, la cui attenzione si sposta su Elizabeth, madre di Henry. Stranamente, non era insieme al figlio durante la fatidica seduta e tutti sanno quanto fosse dura con lui, come se lo odiasse.

Si apre così il suo processo, durato quattro lunghi giorni. L’accusa è decisa a far condannare Elizabeth, portando alla sbarra testimonianze tese a sottolineare quanto fosse una madre poco amorevole e violenta. L’avvocato della difesa, però, schiva abilmente tutti i colpi, ribaltando a favore della sua cliente ogni elemento presentato in aula.

Verranno a galla segreti oscuri e torbide bugie, allargando sempre più il cerchio iniziale. Qual è la verità? Chi ha appiccato l’incendio? È davvero possibile che sia stata Elizabeth? La verità, tuttavia, non va cercata in quell’aula di tribunale, piccola e afosa. Si nasconde negli spazi più freddi e bui dell’animo umano, quelli che nessuno vede, talvolta nemmeno noi stessi.

Le verità di Miracle Creek: anime nere e sofferenti

Le verità di Miracle Creek non è un semplice giallo. Certo, c’è un mistero da risolvere, ovvero trovare il colpevole dell’incendio doloso alla camera iperbarica. Per farlo, però, Angie Kim tocca diversi altri temi, dando così spessore alla narrazione.

Il primo, che potrebbe forse avere radici autobiografiche, riguarda le difficoltà sociali vissute quando si emigra. L’autrice ce ne parla attraverso Mary, figlia degli Yoo, senza fare sconti.

[…] la mamma […] la lasciava da sola in casa di estranei, […] non sapeva dei ragazzi che la chiamavano “stupida scimmia” e delle ragazze che le ridacchiavano in faccia ogni volta che la incrociavano […]. Mary […] la odiava. Per essere sua madre. Per averla portata in un posto che l’aveva spinta a odiarla.

Il punto focale del romanzo, tuttavia, è la burrasca di emozioni che agita i cuori delle madri con figli malati. Sono donne forti, la cui identità sembra esistere solo in relazione ai figli, di cui si prendono cura senza sosta. Questo, però, risucchia lentamente tutta la loro energia vitale, portandole a sognare di nascosto di togliersi quel peso dalle spalle, non senza sensi di colpa.

“Era una cattiva madre se non sentiva la mancanza di Rosa che arricciava le labbra per dire ‘mamma’?”.

A complicare le cose ci sono poi i rapporti con la società. In particolar modo, il confronto con le madri di figli “normali” sbatte loro in faccia la dura realtà. Ecco quindi che si scatenano sentimenti neri come l’invidia e l’odio.

“Le altre madri fingevano di ignorarla, ma avvertiva il loro sguardo su di sé, immaginava la loro espressione di immensa gratitudine per il fatto di non essere lei, e sentiva la rabbia montarle in gola. Provava rancore e invidia e livore per loro, odiava con tutto il cuore quelle donne con i loro splendidi figli normali”.

“Teresa non poteva negarlo. Era una brutta persona. Non capiva quelli che dicevano: ‘Non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico’; […] in certi momenti non poteva fare a meno di desiderare che ogni genitore vivesse quello che era toccato a lei. […] Era pura e semplice invidia. Non sopportava di essere cercata solo per essere commiserata, provava rancore per le amiche che andavano a trovarla portando uno stufato e poi scappavano a prendere i figli a calcio o danza. Se avesse potuto tornare a una vita normale, santo cielo, avrebbe preso tutte a ceffoni per spodestarle dal loro pulpito di normalità, così avrebbero condiviso il suo fardello e lei si sarebbe davvero sentita meno sola”.

Con una prosa scorrevole e carica di pathos, Angie Kim ci restituisce quindi l’affresco poliedrico di queste donne, abbandonate al loro dolore e mangiate vive dai propri sentimenti. Sono un complemento fondamentale allo svolgimento del romanzo, risaltando ancora di più dell’elemento “giallo”.

Anche gli altri personaggi sono ben delineati dal punto di vista psicologico, ognuno con i propri segreti e scheletri nell’armadio. Non mancano i colpi di scena e la narrazione è ricca di suspense, grazie ai salti temporali e alla struttura dei capitoli, incentrati man mano sui vari protagonisti.

In conclusione, con il suo esordio Angie Kim ha saputo coniugare al meglio mistero e critica sociale, in un romanzo che fa riflettere.