Le regine rubate del Sinjar: una storia di resilienza dall’Iraq

Un reportage che si legge come un romanzo: “Le regine rubate del Sinjar” apre una finestra su un tratto di storia contemporanea che ha avuto luogo vicino a noi eppure non è stato documentato dai mezzi di comunicazione nella giusta misura: il genocidio della popolazione yazida iraqena e siriana da parte delle truppe di Daesh (conosciuta più comunemente come l’ISIS in Occidente).

Dunya Mikhail, una delle più famose poetesse dell’Iraq, qui utilizza la prosa per raccontarci la storia delle donne yazide rapite dagli uomini di Daesh; le loro testimonianze si intrecciano con quella di Abdullah, un apicoltore abituato a viaggiare tra Siria e Iraq per vendere il suo miele, che a causa della guerra si è reinventato trafficante di esseri umani: cerca le donne, le ragazze, le bambine sequestrate e in ogni modo tenta di riportarle a casa dalla loro famiglia.
Daesh chiama queste donne “schiave s*ssuali”, termine che Abdullah corregge con “regine”, ispirandosi alla sua scienza di apicoltore: perché nella società della api, se muore una regina, muore tutto l’alveare.

La crisi dei rifugiati presso il Sinjar

Gli yazidi sono una minoranza etnoreligiosa del vicino Oriente: etnicamente sono curdi e professano appunto la fede yazida, una religione estremamente antica di natura misterica che li rende una comunità molto compatta e radicata alle proprie origini.

Nell’agosto del 2014 Daesh ha dato inizio alla persecuzione contro la popolazione yazida: in totale, le Nazioni Unite stimano che siano morti in totale circa 5000 uomini yazidi e che 7000 donne e ragazze siano state ridotte in condizione di schiavitù s*ssuale.

Gli yazidi che sono riusciti a scappare si sono nascosti presso il Monte Sinjar, da sempre sacro per la loro religione e che è diventato per loro roccaforte e prigione assieme.

Naturalmente non tutti sono riusciti a mettersi in salvo in tempo: l’autrice ci porta, attraverso le lunghe e ricche testimonianze, dentro tanti villaggi, dentro tante vite devastate dall’orrore.
La voce della scrittrice lascia grande spazio alle parole delle sopravvissute, che occupano pagine e pagine con la loro semplicità e crudezza. Niente viene censurato, niente viene abbellito, o tralasciato: la voce della yazide ci arriva diretta e sporca di pianto, e non sempre accompagnata da speranza.
Non sono storie facili da leggere, ma sono storie necessarie, che gridano vendetta, e rimangono dentro il lettore col loro peso insostenibile.

Immagine satellitare del Monte Sinjar, U.S. Geological Survey/Landsat 8

Il coraggio di Abdullah

Eppure, nonostante l’orrore, c’è bellezza perfino tra questi racconti: trapela quando viene raccontato il coraggio inarrestabile di Abdullah, il quale è stato definito un “moderno Schindler”: lui che, pur di salvare una sola vita, rischia la propria ogni giorno.

Nel libro, le interviste ai sopravvissuti si intrecciano con le parole di Abdullah che racconta la quotidianità del suo “lavoro”: tratta con trafficanti e contrabbandieri, si camuffa, si finge un compratore al mercato delle schiave (che l’ISIS allestice dal vivo e anche attraverso aste online) nella speranza di riconoscere, tra le prigioniere, il volto di una nipote, della figlia di amici, di qualcuno che conosce. Spesso, mentre dialoga al telefono con l’autrice, deve mettere giù perché su un’altra linea lo stanno chiamando, e potrebbe essere l’ennesima richiesta d’aiuto da parte di una ragazza tenuta prigioniera.

C’è la bellezza dei tanti che assieme a lui hanno rischiato, qualcosa, molto o tutto: arabi, curdi, cristiani, musulmani e yazidi, nella maggior parte delle storie sembra che molti cuori siano stati ammorbiditi dalla guerra: per ogni orrendo crimine leggiamo anche molti atti di coraggio e ospitalità che brillano come stelle in una terra sviscerata.

Infine, leggiamo della bellezza della cultura yazida che, nonostante tutto, tenta di sopravvivere e di ricrescere come un fiore nel deserto. Attraverso le loro parole emerge la loro filosofia di vita, le piccole cose che danno loro gioia, i sogni che sperano ancora di poter realizzare: si delinea il ritratto di un popolo che ha fatto dell’ospitalità un valore così fondamentale che quando gli elicotteri degli aiuti umanitari sono atterrati tra i loro profughi, questi hanno cercato di offrire quel poco che avevano da mangiare ai militari.

Tra reportage e poesia

Lo stile in cui è scritto rende il libro estremamente scorrevole: pur essendo un’opera di non-fiction la scrittura è semplice e accessibile a chiunque. L’autrice lascia spazio al racconto di esperienze e sensazioni più che a dati e a fatti, che non vogliono essere il tema centrale del libro: le storie delle donne sono il fulcro del racconto, e sono riportate a volte con straziante chiarezza, a volte con linearità quasi favolistica che aiuta a digerire i dettagli più pesanti.

L’autrice aggiunge di tanto in tanto delle note personali biografiche e poetiche, misurate molto attentamente, che addolciscono il flusso di informazioni, lo amalgamano dentro riflessioni più grandi sulla nazione iraqena e la storia del popolo curdo, onorando così la propria natura di poetessa ma anche la cultura da cui proviene, che fa della poesia e dell’arte linfa vitale: perfino nelle strutture per i richiedenti asilo, in Siria, ci racconta che i rifugiati hanno formato compagnie teatrali e circoli letterari.

Alla fine, sembra quasi che per l’autrice mettere lo sgomento, il dolore, la disperazione in versi, abbia una triplice funzione: di catarsi verso quanto ha dovuto vedere e sentire, di consolazione (dalla bruttezza della realtà alla bellezza dell’estro poetico) e di commemorazione verso chi non ce l’ha fatta.

E il lutto delle sue parole non è solo dedicato agli scomparsi, ma alla vita dei sopravvissuti che, dopo quello che hanno dovuto subire, non tornerà mai più come prima:

Se torniamo in paese, avremo voglia di seminare?
Cosa semineremo in una terra piena di teschi e ossa?
E cosa crescerà?
Quanto sangue scorrerà tra le vene degli alberi?

Dunya Mikhail