Lapvona: una storia medievale depravata

Tra le uscite più chiacchierate e attese di questo anno c’è sicuramente Lapvona di Otessa Moshfegh edito in Italia da Feltrinelli nella collana “I narratori”.

Lapvona, offre un mix di sadismo, cannibalismo e autoflagellazione. Per chi ha una tolleranza limitata per queste cose, il fatto che la scrittrice scriva in modo così vivido e creativo determinate scene, rende la storia fruibile a apprezzabile a pochi.

Il villaggio di Lapvona

Lapvona è un piccolo villaggio medievale popolato da poveri contadini che vengono soggiogati e sfruttati da Villiam, nobile avido che vive nel castello sulla collina. Il racconto si svolge nell’arco di un anno e la storia viene divisa in capitoli che prendono il nome delle stagioni che trascorrono. Tutto ruota intorno a pochi ma selezionati personaggi che intrecciano la loro vita in un andirivieni di disavventure.

È sicuramente Marek, figlio storpio di Jude il pecoraio, a spiccare tra tutti i personaggi. È proprio lui che ha un ruolo decisivo nella storia. Marek non ha mai conosciuto sua madre e viene puntualmente maltrattato da suo padre che lo vede come una bestia immonda per via delle sue deformità. L’unica consolazione per il povero ragazzo è Ina, una donna cieca che ha allattato tutti i bambini del villaggio e che vanta conoscenze che vanno al di là dell’umana comprensione.

Il signore feudale, Villiam, depreda puntualmente la popolazione dei suoi beni ma lo fa in modo subdolo e con l’aiuto del prete del villaggio, padre Barnaba, che pratica un doppio gioco crudele per rimanere nelle grazie di Villiam. Questo equilibrio ben presto si romperà e, nel giro di un solo anno, tutto cambierà.

Il retroscena di una storia depravata

A Lapvona, la vita è stupida, le persone sono stupide, l’amore è stupido e la pietà è stupida. La parola “stupido” appare decine di volte: Marek ha pensieri “stupidi”, e il prete trova tutti “stupidi” ma è “anche stupido”.

I personaggi di Lapvona sono volutamente stereotipati e permeati da una cruda caricatura medievale oltre che dalla stupidità. Tuttavia, mettono in scena una trama che sembra più eccitante di quanto sembri. Nel racconto sono frequenti i riferimenti a Dio e alla religione ma durante la lettura viene spontaneo chiedersi: Dove si inserisce Dio in tale malvagità? Dove si inserisce Dio in tutta questa follia?

È un po’ come se tutti i personaggi vivessero la religione a modo loro, secondo proprie regole e ogni personaggio risultasse malvagio e delirante in maniera caratteristica. La loro sanità mentale si deteriora dopo ogni disastro, ed è proprio in questi momenti che implorano Dio e si mettono a pregare, per poi scoprire che le forze oscure sono più potenti della loro fede.

Lapvona è scritto con i toni piatti e schematici di un’allegoria, ma se è una favola, non ha né morale né messaggio. Il romanzo è una vera e propria tela per descrizioni entusiastiche di ogni tipo di degrado umano. La storia è veramente cruda e depravata, ma in realtà il ​​rifiuto del sentimentalismo di Otessa Moshfegh, insieme alle sue numerose descrizioni viscerali di mutilazioni e altri abomini, potrebbe essere uno dei suoi punti di forza.

Lapvona non è una storia adatta a tutti, date le numerose scene di violenza e depravazione narrate come se si parlasse di cose ben più leggere e piacevoli. Sicuramente è un libro adatto a stomaci forti e a chi cerca storie forti che siano in grado di sconvolgere senza risultare banali.