L’anno senza estate: notte a Villa Diodati

Nel 1986 debutta nelle sale Gothic: un viaggio nelle viscere della mente umana, dove regnano il delirio, la perversione e l’inquietudine. Oltrepassando il labile confine tra la realtà e l’incubo lovecraftiano, il film ci riporta indietro ad una notte di giugno del 1816, in quello che passerà alla storia come l’anno senza estate.

L’eruzione vulcanica del Tambora aveva causato la propagazione di ingenti quantità di polveri nell’atmosfera che, nell’anno successivo, portarono con sé piogge e temperature gelide, distruggendo i raccolti e causando carestie. Eppure, quell’anno cosi particolare, viene ricordato anche per un altro evento.

A Cologny, in Svizzera, un gruppo di intellettuali e scrittori si ritrovò a trascorrere del tempo a Villa Diodati, all’epoca presa in affitto da Lord Byron. Parliamo di Mary Wollstonecraft Godwin, il futuro marito Percy Bysshe Shelley, John Polidori (medico personale di Lord Byron) e Claire Clairemont (sorellastra di Mary nonché amante di Byron).

Complice il freddo e l’incessante pioggia che batteva alle finestre, i cinque amici si riunirono intorno al fuoco e si lasciarono suggestionare dalla lettura di racconti dell’orrore, estratti dall’antologia tedesca Fantasmagoriana. A Lord Byron venne l’idea di una sfida letteraria: ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere un racconto dell’orrore, che sarebbe stato letto nelle serate successive.

Fu così che quella notte Villa Diodati ospitò fantasmi, creature mostruose e vampiri, dando vita a due dei capolavori della letteratura gotica: Frankenstein ( o il moderno Prometeo) di Mary Shelley e Il Vampiro di John Polidori.

La genesi di Frankenstein non fu immediata, bensì il risultato di notti insonni, incubi e influenze scientifiche, come la teoria sul galvanismo, argomento di conversazione tra Lord Byron e Shelley nel corso delle serate.

Mary si lasciò ispirare dagli esperimenti di Luigi Galvani e da quella che lui definì elettricità animale, una forza intrinseca negli esseri viventi, che causerebbe la contrazione involontaria dei muscoli grazie all’ausilio dell’elettricità. Famoso fu l’esperimento di Giovanni Aldini, nipote di Galvani, nel cuore di Londra, dinanzi ad un pubblico terrorizzato, nel vedere il cadavere del condannato a morte George Foster aprire gli occhi e contorcersi.

Frankenstein fu pubblicato due anni dopo, in una prima edizione del 1818 e successivamente nel 1831. La storia affronta il tema del diverso, del mostro, il reietto, rifiutato da chiunque e persino da colui che gli ha donato la vita e che non ha creato per lui una compagna, con cui poter vivere.

Dall’altra parte c’è Victor Frankenstein, personificazione dello scienziato ambizioso, senza remore, tanto da travalicare i limiti umani della scienza, pagandone le conseguenze e condannando se stesso e gli altri ad un destino nefasto.

Fu in una tetra notte di ottobre che vidi il compimento delle mie fatiche. Con un’ansia che rasentava l’angoscia, raccolsi attorno a me gli strumenti per infondere vita e instillarne una scintilla nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una di notte; una lugubre pioggia batteva contro i vetri e la mia candela era quasi del tutto consumata quando, nel barlume di quella luce che moriva, vidi aprirsi i giallastrii occhi opachi di quella creatura; aveva il respiro affannato e le membra agitate da un moto convulso

In pochi ricordano che, oltre a Frankenstein, quella notte vide la luce anche la figura di Lord Ruthven, protagonista del racconto Il Vampiro, antesignano della vampira Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu e del Dracula stokeriano. L’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1819 e per lungo tempo attribuita a Lord Byron, nonostante le pronte smentite di quest’ultimo. Tuttavia, per quanto Byron non ne fu l’artefice, sembra che proprio su di lui Polidori plasmò la figura del sedicente vampiro.


Il vampiro di Polidori è una creatura del tutto nuova, che emerge dal folklore, assumendo le sembianze di un nobiluomo, perfettamente integrato nell’alta società, amante del lusso, della ricchezza, delle feste e seduttore di giovani fanciulle.
In un passo del libro viene così descritto:

…quei suoi occhi grigi e glaciali come la morte, che parevano posarsi sui volti senza penetrarli, mentre in realtà si spingevano fino nei più profondi meandri del cuore. […] Il suo volto si presentava perennemente intinto in un pallore mortale, tanto che mai si rivestiva di un colore più vivo, non per un improvviso imbarazzo, nè per un arrembante passione. Ciononostante, egli poteva vantare lineamenti bellissimi e le donne, smaniose di farsi notare da lui, provavano con ogni mezzo a strappargli quantomeno un cenno di consenso.

Capirete come mai quella notte a Villa Diodati sia così famosa. Eppure sembra che da quel giorno il destino non fu cosi clemente con i protagonisti di questa storia. Nel 1821, caduto in depressione, Polidori si tolse la vita. Nel 1822 Percy morì durante un naufragio, sebbene non mancano visioni più rocambolesche che lo vedono morto per mano di pirati. Nel 1824 toccò a Lord Byron, da sempre un personaggio avvolto nel mistero, accusato di incesto e adulterio, morì in Grecia, si dice, colto da una febbre reumatica.