L’anno del pensiero magico: sopravvivere alla perdita

Inserito nella lista dei 100 classici di nuova generazione stilata da Feltrinelli, L’anno del pensiero magico è un memoir doloroso sul lutto coniugale scritto da Joan Didion nel 2004, e pubblicato da Il Saggiatore. La potenza di questo libro risiede nell’estrema sincerità con cui l’autrice confida la propria sofferenza per la perdita di suo marito, come una sorta di diario.

Come si sopravvive alla perdita dell’uomo che si è amato per più di quarant’anni? Come si accetta che un insignificante istante può cambiarti definitivamente la vita? Ce lo spiega Didion ripercorrendo i pensieri ossessivi, i ricordi e l’ansia per quell’istante che spezzerà per sempre il tempo – dividendo la vita in un prima e un dopo -.

“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.”

Sopravvivere alla perdita

La sera del 30 dicembre del 2003 Joan e suo marito John sono a tavola dopo aver trascorso l’intero pomeriggio in ospedale perché la loro unica figlia Quintana è in coma a causa di una setticemia. I due parlano normalmente durante il pasto, ma in un attimo John si accascia su se stesso e smette di respirare. Gli attimi che seguono quel momento torneranno per mesi in testa a Joan, ossessivamente. Avrebbe dovuto capirlo? Si sarebbe dovuta comportare diversamente da come ha fatto? C’era qualche azione che avrebbe potuto cambiare le sorti? Joan non si dà pace.

Questo è il mio tentativo di raccapezzarmi nel periodo che seguì, settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa.

L’anno del pensiero magico ci racconta con minuzia l’anno seguente a quell’evento alternando citazioni, riflessioni e il susseguirsi dei fatti nei mesi successivi. Con una precisione chirurgica, Joan riesce a mettere nero su bianco il significato di lutto. Fatto di incertezze, paure, rimorsi e attesa. Un processo costituto da fasi che sembrano una “terra di mezzo”, un limbo, in cui trovare la forza di ricostruirsi e ripartire da zero. Il pensiero magico altro non è che quella modalità di pensare irrazionale che contraddistingue tutte le persone che hanno perso qualcuno.

Dopo aver trascorso una vita intera con suo marito, lavorando fianco a fianco ogni giorno e amandosi totalmente, Joan non sa come affrontare la sua perdita. Si sente depredata della propria identità, della propria vita e non sa cosa farsene del ruolo di vedova. Vorrebbe solo che John fosse ancora con lei.

Il matrimonio non è solo tempo: è anche, paradossalmente, la negazione del tempo. Per quarant’anni io mi sono vista con gli occhi di John. Non sono invecchiata. Quest’anno per la prima volta da quando avevo ventinove anni mi sono vista con gli occhi degli altri.

Raccontandoci gli eventi successivi al “fatto”, veniamo a conoscenza di un’altra situazione. Sì, perché Joan non ha solo perso il marito, ma è anche una madre angosciata che nello stesso momento si deve occupare di sua figlia, che esce ed entra dagli ospedali e ancora non sa che suo padre è morto. Pensare a quanto dolore ha dovuto sopportare Joan Didion e quanta difficoltà ha avuto nel cercare di trovare un modo per andare avanti è incredibile.

Il merito dell’autrice è sicuramente quello di affrontare il lutto come se fosse un processo da analizzare minuziosamente e, così, riportarci in maniera reale il concetto di perdita improvvisa e il senso di nuova solitudine. Credo ci vogliano un coraggio e una forza d’animo immensa per riuscire a fare quello che Didion fa in questo libro: servirsi della penna per affrontare il vuoto e cercare di cogliere una piccola luce per scagionarsi.

Il lutto e la letteratura

La perdita è un elemento onnipresente nella vita degli esseri umani e non sorprende che molti autori ne abbiano scritto per raccontarlo e spesso per aiutarsi ad accettare il fato o cercare di lenire il dolore. Ne sono un esempio Diario di un dolore di C.S. Lewis che ci racconta la sofferenza per la perdita della persona amata nel disperato tentativo di darle un senso e razionalizzarlo; E adesso? di Brigitte Giraud che narra la perdita di suo marito e la fatica di continuare a vivere dopo questo evento; o anche Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo di Naja Marie Aidt che affronta l’inaccettabile perdita di un figlio e lo fa in un modo del tutto personale e astratto.

Ho paura di dimenticarlo. Dimenticare la sensazione del suo corpo, della sua voce, della sua risata. Ho paura che svanisca in me ogni giorno di più. Che svanisca di pari passo con il mio guarire. È insopportabile. E forse è il solo modo che mi permetterà di guarire.

Ci sono poi autori che raccontano il lutto all’interno di romanzi non autobiografici e riescono comunque a consegnarci questo dolore in tutta la sua brutalità. Lo fa Laura Imai Messina in Quel che affidiamo al vento raccontandoci di una donna che, in seguito a uno tsunami, perde sua figlia e sua madre con impotenza e ne ricerca la voce attraverso elementi di realismo magico. Ne scrive Joyce Carol Oates in Respira narrandoci con angoscia della morte di un marito e delle visioni psicotiche cui va incontro la moglie che non riesce ad accettare la perdita. Lo fa anche Sue Miller in Monogamia consegnandoci un racconto lento e riflessivo sullo stesso tema e che ha molti aspetti in comune con il libro di Didion.

Il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci arriva. Ci potremmo aspettare, se la morte è improvvisa, di avere uno choc. Non ci aspettiamo che questo choc sia obliterante, disarticolante per il corpo e per la mente. Ci potremmo aspettare di essere prostrati, inconsolabili, sconvolti dalla perdita. Non ci aspettiamo di impazzire, impazzire letteralmente, di diventare ossi duri, convinti che il marito stia per tornare indietro e che abbia bisogno delle scarpe.