Lampedusa e la Spagna di Gioacchino Lanza Tomasi

Gioacchino Lanza Tomasi (di Assaro), figlio adottivo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, narra per i lettori de Il Gattopardo e decide di raccontarsi nel libro-album di memorie, Lampedusa e la Spagna, edito Sellerio.

Uno spaccato di vita culturale

Non c’è niente di più bello di leggere, quasi come se si ascoltassero davvero le parole del narratore, di uno spaccato di vita che i lettori moderni non hanno mai vissuto. Uno spaccato di vita culturale vitale, nel quale vissero Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il cugino Lucio Piccolo, poeta siciliano illustrissimo. Per quanto i due scrittori avessero origini nobili, il secondo dopoguerra fu un periodo di crisi economiche e di assestamenti familiari che misero a dura prova soprattutto Giuseppe Tomasi di Lampedusa in una Sicilia che si divideva dal Continente e dall’Italia.

Tuttavia, la letteratura e la musica erano le passioni principali che guidavano l’autore de Il Gattopardo, e Gioacchino Lanza Tomasi andando a ritroso nella sua memoria, prova a comprendere quanto di quella letteratura letta abbia influenzato la stesura del baluardo della letteratura italiana (ma soltanto oggi, perché al tempo della sua uscita fu reputato antiquato e giudicato negativamente da Elio Vittorini).

L’amore per la letteratura

Gioacchino e Giuseppe instaurarono un rapporto costituito dalla lettura di romanzi e dalla passione per la musica. In particolare, Gioacchino Lanza Tomasi decide di raccontare in Lampedusa e la Spagna dell’amore che provò Giuseppe Tomasi per la letteratura spagnola e del piccolo circolo che creò, al quale partecipavano Gioacchino stesso e Francesco Orlando. Si riunivano in casa dello scrittore, a Palermo e passavano i pomeriggi ad apprendere insieme.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa era un amante dei viaggi, del teatro e del cinema: di Fritz Lang, di Jean Renoir, dei fratelli Marx; leggeva Gramsci, Moravia, Morante e anche Brancati (che non era uno dei suoi preferiti). Acquistava moltissimi libri, spesso di nascosto dalla moglie Licy, e amava collezionarli nella propria biblioteca, nel suo palazzo. Dopo la letteratura francese, inglese, tedesca e la letteratura italiana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa si appassionò alla letteratura spagnola e quindi a Federico García Lorca, Cervantes,  Antonio Machado, Juan Ramòn Jiménez, Vicente Aleixandre, Rafael Alberti, Jorge Guillèn, Quevedo, Gòngora, Tirso de Molina, Fernando de Rojas, così che potesse esercitarsi come «indagatore del comportamento umano e di narratologo». E spesso passava interi pomeriggi presso la residenza del cugino Lucio Piccolo, per discuterne a riguardo.

Il Gattopardo

La composizione del Gattopardo parte da un’analisi approfondita, da un’indagine attenta sul modo di scrivere di tutti quegli autori letti. Da qui, realizzò un romanzo che seppe perfettamente trattare di un’attualità che non divenne mai passato (nemmeno oggi), un’attualità che riguarda la Sicilia e i siciliani. E’ soltanto questione di tempo e tutto diventerà polvere, sarà destinato a marcire o a essere gettato nell’immondizia come la carcassa di Bendicò, il cane della famiglia Salina che era stato imbalsamato. Il cane era il simbolo di una decadenza che presto sarebbe giunta per l’intera famiglia, era il baluardo di una casata nobile e fiorente, destinata alla polvere, era il santuario di ricordi felici che però sarebbero passati.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse dei siciliani (in particolare dei palermitani) che scoprono la propria mortalità, che scoprono che il tempo fugge, che il corpo invecchia e le energie cessano di esistere, che le generazioni cambiano e cambiano i processi storici. Ogni processo storico porta a un cambiamento positivo o negativo: l’avvento della borghesia terriera in pieno Risorgimento in Sicilia significa la caduta della nobiltà borbonica che «manca di praticità», quella che «ha in abbondanza» Calogero Sedara. E quindi, quella morte e quell’oblio del sonno che i siciliani desiderano costantemente, e quindi, la polvere. Gioacchino Lanza Tomasi afferma:

Lampedusa aveva trovato e praticava un sapere della liberazione. […] Questa utopia di cavalcare la vita, anche senza la pretesa di poterla guidare, era per lui un segno di identità: aveva fatto quel che l’uomo può fare.

Da sinistra: Gioacchino Lanza Tomasi, Lucio Piccolo e Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Il fatalismo di Lampedusa e lo stile di Lanza di Tomasi

Giuseppe Tomasi di Lampedusa era guidato da una visione fatalista che lo portava a credere che la Sicilia fosse in una costante condizione di immobilità storica e per questo motivo Il Gattopardo risulta un capolavoro della letteratura italiana, perché quella che fa l’autore è un’analisi lucida, disillusa di una realtà troppo spiacevole per poter essere accettata.

La narrazione di Gioacchino Lanza di Tomasi in Lampedusa e la Spagna è piacevole e scorrevole, racconta aneddoti, conversazioni, parla dell’incontro con Luigi Pirandello e inserisce poesie amate da Lampedusa e stralci di lettere. Fa sì che il lettore possa immergersi nei suoi ricordi da ragazzino e da giovane adulto e questo significa fare la conoscenza di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa lo scrittore, ma anche l’uomo gentile, affettuoso, dal carattere introverso, ma conviviale. Dalle parole di Lanza Tomasi trasuda l’affetto filiale, la riconoscenza e la profonda ammirazione nei confronti di un grande uomo e un grande autore, che fece della propria vita «un’opera d’arte».