L’amore dopo i vent’anni di Linea Maja Ernst
L’amore dopo i vent’anni di Linea Maja Ernst è la sfolgorante opera d’esordio dell’autrice danese pubblicata in Italia da Atlantide con la traduzione di Luca Vaccari. Si tratta della storia di una crudele perduta giovinezza: meglio, è la storia di come sia difficile, da un lato, restare se stessi e, dall’altro, decidersi a crescere, decidersi a scegliere, decidersi a prendere coscienza di chi si è.
L’amore dopo i vent’anni è la cruda e beffarda messinscena, in mezzo a una dimensione di natura pastorale e idilliaca di una bellezza struggente, delle crisi, delle avventure e dei dubbi di un gruppo di amici all’alba dei trent’anni.

Gli amici dei vent’anni
Gli amici dei vent’anni sono, forse in ogni esistenza, un concetto fondamentale: sono coloro con cui condividiamo spesso gli anni dell’Università, sono le persone con cui scopriamo il mondo libero, con cui assaporiamo una realtà mai sfiorata fino a quel momento e, come per i protagonisti di questo libro, con cui, in fondo, probabilmente abbiamo più paura di crescere.
Nella lirica cornice dell’estate danese, in riva a un lago e immersi nella natura, troviamo un gruppo piuttosto variegato per condizione ed estrazione sociale, per attitudini e aspirazioni, di amici ex ventenni, anzi, decisamente sulla trentina: gli storici fidanzati Esben e Karen, l’esuberante Sylvia e la sua pacata compagna Charlie, la coppia dei genitori perfetti Gry e Adam con i due figlioletti al seguito, e Kvaede, nella piena riscoperta di se stesso dopo la transizione di genere. Tutti loro si ritrovano insieme per passare alcuni giorni in compagnia, in tranquillità, e, in fondo, inconsciamente per illudersi che nulla sia cambiato.
Una τραγῳδία danese
Tutto sembrerebbe ancora fermo in un tempo sospeso, dove a dispetto dell’anagrafe (e forse persino dei figli) nulla è cambiato: eppure, l’incanto si rompe quando i due eterni fidanzati, Esben e Karen, annunciano al gruppo di voler convolare a nozze di lì a pochi giorni, proprio al termine della loro vacanza tra amici.
La magia è spezzata: all’improvviso, tutti si trasformano in una paradossale e beffarda trasfigurazione di una τραγῳδία greca, in pedine mosse dal Fato. Ogni personaggio scopre il proprio punto irrisolto, la propria debolezza, il proprio anello che non tiene. Inizia, senza che nessuno di loro possa fermarlo, un precipitare degli eventi che non porta al compiersi della tragedia classica, ma che porta, se non altro, a un grande punto fondamentale per la generazione nata tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, di cui i protagonisti di L’amore dopo i vent’anni sono epigoni: quando finisce l’adolescenza, e quando si è disposti a crescere davvero?
Crepe esistenziali
“C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”, che è una frase di Leonard Cohen e che in fondo è motto più o meno social di tantissimi Millennial, forse una delle generazioni più sfortunate e più fragili, figli proprio di quelle crepe esistenziali tra modernità e tradizione. L’amore dopo i vent’anni diventa così l’affresco di una generazione che ha grande difficoltà a uscire dalla giovinezza, che teme molto più di altre un futuro in cui ha sempre meno riferimenti.
I personaggi di questo romanzo sono degli eterni adultescenti, persino quelli all’apparenza più maturi, ma dall’altra parte diventano, in un crescendo quasi shakespeariano che ci ricorda le atmosfere di Sogno di una notte di mezz’estate, creature quasi mitologiche. Risultano belli di una bellezza semidivina, da racconto perduto di misteri eleusini.
Una beffarda bellezza
Se la bellezza metafisica dei protagonisti è quasi mitologica, resta tuttavia una componente beffarda, quasi a ricordarci, in sottofondo, della perduta giovinezza: gli anni successivi ai venti possono trasformarsi in un tradimento nei confronti dell’identità e dei sogni di chi si desiderava diventare? E, soprattutto, crescere significa dover rinunciare ai propri sogni?
Forse la verità è che più andiamo in profondità, più diventiamo chiari, come le acque del lago su cui passano i sette giorni di una vacanza qualsiasi, in un bucolico quadretto della campagna danese, insieme al sole di mezz’estate. E forse riusciremo, scegliendo di crescere, a scoprire chi siamo davvero, e non cosa ci siamo illusi di dover essere.