Storia di una coppia disfunzionale: Lacci di Starnone

“Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie.”

Cosa tiene davvero in piedi un matrimonio, anche quando si sfilaccia irrimediabilmente, a causa di un tradimento? L’amore? I figli?

Domenico Starnone in Lacci presenta una famiglia allo sfascio. Vanda, la moglie, è piena di astio e rancore a causa del tradimento del marito, Aldo, che preferisce andarsene di casa invece di provare a spiegarsi. In tutto questo, e per buona parte del romanzo passivi, i figli Anna e Sandro non sono altro che l’oggetto di recriminazioni continue tra i coniugi.

Progressivamente, nelle parole di Vanda, Aldo e in quelle dei figli, appare chiaro quanto non sia mai stato l’amore a tenere in piedi la loro famiglia. E in questo Starnone è chiarissimo, quasi cinico: gli unici veri lacci che tengono in piedi un matrimonio finito sono quelli del rancore. E a questo arrivano forse per primi proprio Anna e Sandro.

– Ti ricordi, almeno, di quando gli hai detto dei lacci?
[…]
– Lacci di che tipo – gli chiedo.
– Lacci per scarpe. Mentre stavamo mangiando, gli hai domandato se il mio modo di allaciarmele l’avevo copiato da lui.
[…]
– Va bene. Ti dico un’altra cosa. La mattina dell’incontro fu nostra madre a dirti: hai notato in che modo ridicolo tuo fratello si allaccia le scarpe? Colpa di tuo padre, non ne ha mai fatta una buona: diglielo quando lo vedi.
– Be’?
– Questa storia dei lacci ci ha coinvolti tutti. Papà è tornato per mamma, per me, per te. E noi tre abbiamo voluto che tornasse. E’ chiaro?
[…]
– Gli unici lacci che per i nostri genitori hanno contato sono quelli con cui si sono torturati reciprocamente per tutta la vita.

Se Sandro è probabilmente ancora ancorato ad una visione ottimistica delle relazioni, Anna ha uno sguardo maggiormente disincantato. Il fratello spera per buona parte del tempo di poter ristabilire l’ordine familiare, ma la sorella cerca di riportarlo con i piedi per terra.

L’amore è un contenitore dentro cui ficchiamo di tutto.

Lacci è un romanzo breve intenso, che non fa sconti. Le figure raccontate sono spesso così fastidiose da risultare anche antipatiche, ma sono reali, vere, piene di sfaccettature e angoli bui.

Appare evidente che in alcuni casi i rapporti vadano tagliati di netto e che talvolta l’unico antidoto alla sofferenza familiare sia separarsi, per sempre.