La vita operosa: il vizio della letteratura di Massimo Bontempelli

Seguito ideale del precedente La vita intensa, torna in libreria, edito Utopia, Massimo Bontempelli con La vita operosa. Avventure del ’19 a Milano, pubblicato per la prima volta in rivista tra il settembre e il novembre del 1920, poi edito Vallecchi nel 1921.

Orientarsi nella Città Operosa

Nel febbraio del 1919 il narratore torna a Milano dopo aver combattuto al fronte: la prima guerra mondiale è finalmente giunta al termine, malgrado per l’Italia non si sia trattato di una vittoria priva di tragedie. Le vicende di Caporetto hanno difatti precipitato il Paese in uno stato di sconforto e lutto che, per quanto si tenti di mettere a tacere per festeggiare la fine del conflitto, si riflette nei tempi successivi.

L’opera si apre con l’immagine di commilitoni che seguono una lezione di topografia militare: come ci si orienta in guerra quando si è in aperta campagna? Le risposte non appaiono esaustive al giovane che, con un salto temporale, si ritrova a Milano a guerra conclusa.

Quando, due mesi dopo l’armistizio, rientrai (come dicevamo allora) in Italia, mi sono trovato nella città di Milano, aperta campagna per le maggiori battaglie della vita; mi sono ritrovato nell’aperta campagna Milano, senza bussola, né orologio, né sole, né stelle.

Orientarsi in questo mondo così differente da quello bellico non è affatto semplice per il narratore, che difatti si lascia subito ammaliare dai colori dei liquori in vetrina, dalle luci della sera, dai fox-trot che echeggiano dai locali della città. L’effetto della modernità è dirompente e si scontra con il grigio di Milano, sia climatico sia umorale. La nuova aristocrazia siede nei locali raffinati, dove le donne fanno del tedio un’eleganza e gli uomini si cimentano silenziosamente in giochi rozzi: insomma, una patina di ricchezza e indifferenza è calata sulla Città Operosa per eccellenza. Appare evidente al narratore, dunque, che ciò che importa adesso è soltanto far quattrini.

Un uomo d’affari

Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e la Vita Operosa. Il Dàimone riprende la parola:

«La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? E la Vita Operosa, di coloro che si danno l’aria d’aver molto da fare».

La strada che sceglie di intraprendere è quella della vita operosa, poiché tramite questa egli può affidarsi completamente al nuovo dio moderno, che non è semplicemente il vile denaro, ma l’OGGI.

Il passato, i cinquecentomila del Piave e del Carso, la vita precedente da scrittore e artista: nulla più conta nell’epoca moderna, quella del capitalismo nascente. Interessante notare che Bontempelli non sferzi una gravosa critica e nemmeno tessa un elogio: si limita a fotografare la realtà in cui, volente o nolente, si trova immerso, con il suo solito tono ironico e irriverente: le conclusioni spettano al lettore.

Inizia così la ricerca del narratore-protagonista di un impiego, che sia però fruttuoso, poiché è giunto presto a conoscenza della differenza tra lavorare e fare affari e si è immediatamente orientato verso la seconda: non si può perdere tempo nell’OGGI imperante. Trova lavoro come pubblicitario, tuttavia il vizio della cultura e della letteratura l’ostacola e le dimissioni arrivano prima di un vero contratto. In tal modo accumula fallimenti su fallimenti prima di prendere coscienza di cosa realmente significhi essere uomo d’affari e accettare tutte le regole di quel gioco corrotto. Si renderà conto, dunque, che probabilmente un uomo di cultura non potrà mai diventare uomo d’affari, e viceversa.

Alcuni dettami della vita operosa

Condurre una vita operosa, ovvero una vita d’azione, presuppone rimozioni, tagli, sveltezza. A questa regole devono adattarsi anche i rapporti tra gli individui, poiché non si può perdere tempo in lunghi dialoghi o a costruire ricordi – questi presupporrebbero infatti la scelta di una vita intensa, in cui la riflessione e il sentire trovano ampio spazio per potersi esprimere.

Nel settimo capitolo, Laura lontana, il narratore decide di prendersi una pausa dalla sua ricerca volta a divenire un uomo d’affari. Si rifugia in un borgo lacustre, in una piccola pensioncina gestita da due fratelli, Laura e Bruno. Mentre con la prima vi è una simpatia che s’avvicina al sentimento amoroso, nei confronti dell’altro vi è una certa diffidenza poiché, dichiaratosi inventore, gli mostra degli strumenti bizzarri, diavolerie moderne, che inducono il narratore a crederlo ammattito.

La vacanza termina prima del previsto. Tuttavia alla stazione dei treni di Milano, i due uomini s’incontrano e Bruno conduce il narratore a provare la versione avanzata di quel marchingegno che gli aveva mostrato alla pensione. Entrato in una cabina insonorizzata, sedutosi sulla poltroncina lì situata, lo specchio davanti ai suoi occhi non riflette il suo volto, ma quello di Laura, come gli era stato anticipato.

Muti, allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza forma, e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le anime crederono toccarsi […]

Sbalordisce oggi, in un periodo storico in cui le videochiamate fanno parte della nostra normalità, trovarne un esempio embrionale in un’opera del secolo scorso; tuttavia non bisogna dimenticare la vicinanza di Bontempelli agli ambienti del Futurismo, nel cui Manifesto è dichiarato che «il Tempo e lo Spazio morirono ieri».

Dove si dirige l’umanità?

Dunque in una realtà che deve scorrere in maniera sempre più rapida, una comunicazione di questo tipo è in perfetta comunione con i tempi moderni. Tuttavia Bontempelli mette in luce le storture e i limiti di questa invenzione che, nel velocizzare la possibilità di osservare e dialogare con la propria amata, rende il rapporto effimero e frustrante. Per comunicare, difatti, non servono solamente le parole, e l’impossibilità di andar oltre queste rende algido il rapporto tra singoli.

[…] ma poiché le mani non potevano raggiungersi e sentirsi stringere vive, d’un tratto anche le nostre sostanze s’intesero disperatamente lontane, sentii lei più infinitamente remota da me che se la avessi pensata senza vederne gli atti né udirne la voce; e come nello spasimo di quell’assurdo ella a un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca implorante, m’invase un così disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l’uscio della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria non so dove […].

Spaesato e fuori campo, il narratore de La vita operosa è un uomo risucchiato dalla modernità, in un equilibrio assurdo tra il raccapriccio e l’accettazione. Con solito piglio arguto e sbeffeggiante, Massimo Bontempelli mette in luce la realtà del primo dopoguerra, con le sue contraddizioni e la sua voracità, in malinconica opposizione con il passato in cui l’umanità, la coscienza e l’arte avevano ancora il loro posto nel mondo.