Vivere e sopravvivere da Survivors: La vita di chi resta di Matteo B. Bianchi

La vita di chi resta è un libro dedicato ai survivors, cioè a chi ha perso una persona cara a causa di un suicidio, e Matteo Bianchi è uno fra loro… perciò conosce bene ciò di cui scrive. Sa bene, anche, quanto sia necessario raccontare e rivivere un dolore così grande per poter essere d’aiuto ad altre persone e, a volte, a sé stessi.

L’autore rompe un silenzio lungo venticinque anni. Ci parla del giorno in cui tutto si è frantumato in mille pezzi: quando, tornando a casa, trovò il corpo senza vita del suo compagno. Ci racconta tutto il dolore che lo ha accompagnato per due decenni e lo fa con sincerità, senza alcun filtro. Ci parla delle notti in bianco, della sensazione di depersonalizzazione, della ricerca di aiuto e del senso di smarrimento totale.

Sto diventando il dolore che mi abita.

Si parla sempre poco dei sopravvissuti e di chi resta a vivere questo tragico lutto, e voglio ringraziare personalmente Matteo per aver trovato il coraggio di scrivere queste pagine e per aver aperto un grande spiraglio di luce su questo argomento. Inoltre, sono contenta che il suo libro sia fra le 80 proposte per il Premio Strega e gli auguro di aggiudicarsi i primi posti. Perché lo merita.

Questo non è un libro terapeutico. Non l’ho scritto per sentirmi meglio o per liberarmi, ma perché mi sentivo in dovere di farlo, anche per dare voce a chi ha vissuto un’esperienza simile alla mia. Perché nessuno ne parla.

Autore: Matteo B. Bianchi
Anno di pubblicazione: 2023
Casa editrice: Mondadori
Numero di pagine:  252

La storia

Quando torni io non ci sarò già più”. Sono le ultime parole di S. a Matteo, pronunciate al telefono. Sembra una comunicazione di servizio, invece è un addio. Quel giorno Matteo torna nella loro casa e scopre che S. si è tolto la vita. Questa storia comincia dalla fine, dal giorno in cui si apre una voragine.

Io sono debole in quei primi giorni, debolissimo. Non so più nemmeno se sono ancora io, non so più nemmeno se sono. […] Ma capisco in fratta, da subito, che è inutile spiegare. Nessuno sa cosa sto provando, nessuno riesce a comprendere le mie sensazioni, il buco nero nel quale sono precipitato. Mi danno consigli dall’alto, ma io sto in un altro luogo.

Nei mesi che seguono, Matteo scopre che quelli come lui, parenti o compagni di suicidi, vengono definiti sopravvissuti. Ed è così che si sente. Ammaccato, perso, solo, incompreso. Non sa perché S. ha deciso di compiere quel gesto, non sa se avrebbe potuto salvarlo. Nessuno lo sa.

Come se il dolore fosse un pozzo in cui immergersi, un tunnel da percorrere per intero, fino a raggiungere l’uscita. Il fatto che non veda la luce in fondo, ma solo il buio, non intacca la mia consapevolezza che quello sia il percorso.

Rabbia, rimpianto, senso di colpa, smarrimento: il suo dolore è un labirinto, un susseguirsi di domande senza risposta, un’eterna ricerca per un po’ di chiarezza o anche solo per un’ora di tregua. Per placarsi tenta di tutto: incontra psichiatri, pranoterapeuti, persino una sensitiva. E intanto, come fa da quando è bambino, cerca conforto nei libri e nella musica. Ma non c’è niente che parli di lui, nessuno che possa comprendere il suo dolore.

Che ne sia consapevole o meno, chi compie un suicidio ti trascina con sé. Quel giorno avete spiccato insieme il volo verso il vuoto, e se per l’altro corpo non c’è stato nulla da fare, il tuo se l’è cavata senza un graffio. È il tuo spirito ad essere tumefatto. In modi differenti, nessuno dei due è scampato.

Eppure un modo per andare avanti, e sopravvivere, lo si trova. Inconsapevolmente o forse per inerzia, un giorno ci si rende conto che il tempo è trascorso e che, in qualche modo… i giorni sono passati. Ci si sente frantumati, ma ancora vivi. E lui, nonostante la sua morte, sarà sempre presente.

C’è un prima e c’è un dopo il dolore. Io ero un’altra persona, prima. E mi rimarrà sempre il dubbio se il vero me stesso fosse il ragazzo incosciente di allora o l’adulto contorto che ne è seguito.

Parlare di suicidio e di sopravvissuti

Si calcola che nel mondo avvenga un suicidio ogni quaranta secondi. Ogni anno più di un milione di persone si toglie la vita e si ipotizza che i tentativi non riusciti siano dieci volte tanto. Solo in Italia si suicidano in media circa 4000 persone l’anno. Per ogni suicidio compiuto si calcola che ci siano fra i 6 e i 10 sopravvissuti (genitori, figli, mogli, mariti, amici ecc). Migliaia di persone che ogni anno precipitano in uno stato di dolore estremo.

Quando sei vittima di una simile tragedia l’unica cosa che vuoi fare è farla finita. Allontanarti da tutti, mettere fine allo strazio in un colpo solo. Ed è la sola cosa che non puoi fare. Perché hai visto cosa provoca sugli altri, i danni emotivi che crea. Non potresti mai infliggere a colore che ami quell’inferno che stai vivendo tu ora.

Nonostante i numeri, di suicidio e prevenzione non se ne parla abbastanza purtroppo. Forse non se ne parla perché chi lo vive è tormentato dal senso di colpa e dalla paura di essere giudicato. Forse non se ne parla perché si pensa che farlo potrebbe motivare altre persone a compiere quel gesto. O forse non se ne parla per semplice paura.

Eppure, come ha dimostrato Matteo, parlarne (o scriverne) è spesso più che altro una medicina per l’anima, per chi resta. Con i propri tempi e senza forzare la mano. Il lutto si sa, qualsiasi esso sia, va percorso e vissuto nella sua complessità. Perché solo attraversando il dolore si può raggiungere nuove consapevolezze e nuova energia. E ogni lutto è soggettivo e altamente personale.

Considerazioni

Rinnovo il mio personale ringraziamento a Matteo Bianchi per averci aperto il suo cuore e per averlo fatto egregiamente, in totale onestà. Spero vivamente che il tuo libro sia presente nei 12 candidati del Premio Strega (che per me può anche vincere a mani basse).

Questo è un libro complesso, di non facile lettura, nonostante scorra velocemente e senza intoppi. Ha pagine molto dolorose, su cui risulta impossibile non commuoversi. Tra le pagine si scorge il punto di rottura, la crepa, ma come afferma Matteo: Se non l’hai vissuto, non puoi capirlo davvero.

Per qualsiasi tipo di approfondimento sull’argomento, fate riferimento a Maurizio Pompili, Professore ordinario di Psichiatria e Responsabile del servizio per la Prevenzione del Suicidio in Italia. Un’autorità in questo campo.

Vi rimando al suo sito, dove Pompili ci parla di: suicidologia, fattori di rischio, survivors, gruppi di auto-aiuto e ricerche recenti.