La Valle dei Fiori: un inno alla libertà

Tra tutte le uscite estive del panorama nordico in terra Italiana, questo titolo, pubblicato da Iperborea, è sicuramente quello che scatena più curiosità . È il momento di conoscere uno spaccato della cultura Groenlandese, un’occasione rara per noi lettori: varcare in silenzio porte socchiuse di case e famiglie lontanissime per “annusare” vite diverse. Le aspettative sono altissime e ad aumentare la dose di interesse sono i numerosi premi conferiti all’autrice, primo tra tutti il prestigioso Premio del Consiglio Nordico, il più alto riconoscimento in terra scandinava.

All’interno de La valle dei fiori

La protagonista è una giovane donna lesbica in procinto di trasferirsi a Copenaghen per iniziare l’Università: il lettore non conosce il suo nome. Ha una sorella, ma entrambe non hanno parole o carezze per plasmare una lingua comune, ha mamma e papà al suo fianco ma il controllo o il giudizio sono più presenti dell’affetto sulla sedia in cucina.

La cena di addio prima della partenza è la fotografia della sua famiglia: un disastro. Lei è una persona diretta, forse troppo diretta. E’ innamorata, e forse in maniera disperata. E’ spigolosa e ha paura del cambiamento, del futuro: al lettore piace per questo, si crea una confidenza di segreti scomodi e diventa suo amico.

Finalmente in Danimarca: le manca Maliina, la sua donna, e sente il terrore che loro due “non siano nulla” al di fuori dal sesso. Sulla pelle dovrebbe sentire l’entusiasmo per una nuova terra e una nuova avventura invece percepisce terrore per quello che ha lasciato indietro, come se anche le montagne potessero arrabbiarsi con lei. Sente l’aria chiudersi intorno alla sua pelle.

A livello stilistico la storia è un conto alla rovescia, e man mano che ci avviciniamo al punto finale, le parole si fanno frettolose, cariche di una tensione che ribolle sotto la pelle della protagonista dalla prima pagina. Disperata, tornerà a casa per dare conforto a Maliina in un momento di difficoltà e tristezza ma in questo vagare disconnesso, di che cosa si sta dimenticando?

“Sono pronta. Dopotutto è la mia vita”

Della protagonista si ama la schiettezza, se non si ha paura della verità. E’ una persona spesso chiusa su se stessa e lo notiamo quando ammette di trovare pace nel suo nido, quattro mura e quattro lettere capaci di scrivere per lei la parola CASA al suo arrivo a Copenaghen. Eppure lei è lì per studiare, per un cambiamento che sia scintilla: invece di prendere fuoco e volare, sembra spegnersi in cenere a poco a poco.

Una donna spigolosa, innamorata e spaventata. Dalle prime pagine sono chiari due aspetti: da un lato l’idea dell’amore come fuga da se stessa e dall’altro il cercare nell’altro quello che può completarci.
Pensiamoci: non è forse successo a tutti noi prima o poi? Dall’altro lato, è palese la sua ribellione alle catene che la bloccano, la famiglia prima, una società impalpabile poi, e infine la più soffocante: la paura di non essere abbastanza.

Un paesaggio difficile

Il punto di forza di questo romanzo è la lucidità con la quale si disegna un disagio: si ha l’impressione che l’autrice abbia intravisto un paesaggio da raccontare, un luogo che spaventa, eppure lei abbia avuto il coraggio di andarci incontro e di questo luogo raccontare ogni sensazione. Il disagio è messo in scena con chiarezza anche nella cultura della protagonista: al tavolo di studio con i suoi compagni danesi non riesce a trovare un dialogo d’ironia comune e viene spesso fraintesa.

Un romanzo affamato, una storia intima e sincera che ha la forma dell’urlo di donna.

La parola che vale il viaggio

Nel corso del romanzo ricorre un gesto intimo e tenero, tipico della cultura Groenlandese, quello di sfiorare una persona amata con il naso: bellissima la scelta dell’autrice di etichettare questo gesto come il desiderio di “annusare” una persona. Un gioco di parole che coinvolge l’olfatto e il bello di voler rubare il profumo della persona amata: si ritrova più la parola annusare nel corso del testo, e mi ha sempre avvicinato a un luogo di verità, complicità e dolcezza.

Pare quasi salvifico in una storia come questa, un vortice intorno a un senso di disagio crescente.

La carezza della traduzione

L’autrice è giovanissima, 33 anni, e con questo romanzo l’Italia curiosa i meandri della Letteratura Groenlandese. Lei ha creato questa storia in due versioni, entrambe “originali” e contemporanee, una in lingua Danese (versione tradotta per Iperborea) e una in lingua Groenlandese. L’autrice ha rivelato nel corso di un’intervista per Eye on the Arctic (2017) di percepire come personale anche la lingua Danese e non avere quindi alcun dubbio circa la “sincerità” e la “veridicità” di ulteriori e successive traduzioni da questa versione piuttosto che da quella in lingua Groenlandese. Io ho apprezzato con particolare entusiasmo la scelta di lasciare nella traduzione italiana alcune parole non tradotte tipiche della familiarità in Groenlandia, come per esempio Papà o Mamma.

Leggi un articolo redatto dalla traduttrice stessa: qui.