La straniera di Claudia Durastanti: una vita di emarginazione e isolamento

Claudia Durastanti è una scrittrice e traduttrice italoamericana molto celebre nel nostro paese. Attualmente scrive racconti per diverse realtà editoriali americane e italiane, traduce i testi di molte case editrici, collabora come consulente per il Salone del libro di Torino, e si occupa di una rubrica musicale su Internazionale.

Tra i suoi libri citiamo A chloe (2013), Cleopatra va in prigione (2016) e La straniera (2019); mentre le sue traduzioni più conosciute sono: Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong, Tempi eccitanti di Naoise Dolan, I terranauti di T. Coraghessan Boyle, I Netanyahu di Joshua Cohen, Le cinque ferite di Kirstin Valdez Quade e La coppia felice di Naoise Dolan.

Vincitrice di numerosi premi letterari e candidata nei cinque titoli finalisti del Premio Strega 2019, nel suo memoir familiare edito La nave di Teseo, Claudia ci racconta la sua vita ripercorrendo la storia dei suoi nonni, dei suoi genitori e la sua. Ci dona una storia dalla scrittura particolarissima che parla di esclusione, estraneità, diversità e vergogna.

Non c’è un singolo atto di violenza nella mia vita che io riesca e ricordare senza ridere

La storia

Claudia nasce a Brooklyn nel 1984, da una famiglia italiana trapiantata a New York grazie ai nonni. Figlia di due genitori sordi e particolarmente fragili da un punto di vista psicologico, Claudia ha dovuto fare i conti insieme a suo fratello a diverse difficoltà: la povertà, l’immigrazione, i pregiudizi sulla disabilità e il rapporto travagliato dei suoi genitori.

In questo contesto sembra impossibile percepire un senso di appartenenza. Da un lato una movimentata ed enorme città oltreoceano a cui fa ritorno ogni estate, e dall’altra un paesino chiuso del sud Italia in cui tutti sanno tutto di tutti.

«Nei memoir c’è sempre la presentazione di un trauma, di una ferita, di una malattia o di una perdita, e si lavora per una catarsi, c’è un elemento psicanalitico molto forte, c’è il tema della risoluzione del rapporto con le figure genitoriali. Questi temi li ho trattati nei miei libri precedenti. E per me, paradossalmente, avevano uno statuto più forte di verità e di autenticità rispetto alla mia vita nei romanzi di fantasia. Mio padre risulta più vero a me in A Chloe per le ragioni sbagliate dove attribuisco ad altri personaggi episodi autobiografici. In questo libro i personaggi dei miei genitori mi risultano quasi romanzeschi. Volevo vedere come cambia il racconto di uno stesso fatto biografico quando lo inseriamo in un romanzo o quando lo riportiamo in una sorta di autobiografia ».

Nella prima parte del libro ci viene raccontata la storia dei suoi genitori. Un incontro casuale che ognuna delle sue parti ricorda in un modo completamente diverso. Lei ricorda di averlo incontrato su un ponte e di averlo salvato dal suicidio, mentre lui racconta di averla incontrata semplicemente fuori da scuola.

La storia familiare ci racconta di una madre ribelle che ama dipingere e che non accetta completamente la sua sordità, tanto da rifiutarsi di imparare la Lingua dei Segni. Una ragazza giovane e caotica, lasciata in collegio dai genitori partita in America, per garantirle delle cure migliori.

Agli occhi dell’autrice, la relazione fra i suoi genitori non sembra essere stata mossa da sentimenti amorosi ma più che altro dal senso di somiglianza della loro condizione. Ed è stato proprio questo il motivo della fine del loro matrimonio. Un divorzio non accettato da entrambe le parti, che ha portato il padre a fare gesti sconsiderati e pericolosi.

L’infanzia di Claudia è stata costellata di spostamenti ed eventi piuttosto turbolenti: i primi anni di vita trascorsi a Brooklyn insieme alla sua famiglia italiana che inventa una propria lingua per non integrarsi completamente agli americani e mantenere salde le proprie radici. Qui, a cinque anni, Claudia si ritrova a contrabbandare mozzarelle e ammirare punk, murales e scantinati umidi.

Poi, a sei anni, si trasferisce per in Basilicata, un luogo in cui l’impatto del paragone con l’America la farà sentire persa. È proprio in questo senso di smarrimento che comincia ad approcciarsi alla lettura, rubando i libri della madre e saltando le lezioni scolastiche per rintanarsi sul tetto a leggere di nascosto.

In terra lucana sarà costretta anche ad interfacciarsi con la povertà, con la cultura bigotta e con l’ignoranza delle persone (comprese le sue maestre) che mal giudicheranno sua madre. Una donna sorda, che parla poco e che non lavora per mantenere i suoi figli. In questa fase di vita, Claudia fa affidamento al legame con suo fratello che cercherà di spiegarle come comportarsi per essere accettata dai compaesani e farsi nuovi amici.

Infine, ormai adulta, Claudia troverà il suo posto a Londra dove incontrerà il mondo editoriale e l’indipendenza, non senza difficoltà. Infatti, dopo aver trascorso la sua vita in vari luoghi non sa bene cosa significhi “sentirsi a casa”.

Una delle dediche più ovvie di questo libro è: a mia madre che ha sempre affrontato la disabilità non con coraggio, ma con incoscienza. Mi rendo conto che, essendo cresciuta con genitori sordi, c’è stato sempre uno scollamento fra quello che percepivo io del contesto familiare e la disabilità come veniva rappresentata nel cinema o in letteratura. Nei libri e nei film era come se le persone con una disabilità dovessero avere sempre vite irregolari, eccessive, spesso l’accento si pone su queste imprese picaresche e il superamento dei limiti del corpo. Avere una madre disabile è come doversi confrontare con l’idea che per il mondo quella madre sarà sempre una cosa sola, una disabile. C’è una sorta di immutabilità nella sua vita. Ma i disabili sono ovviamente sottoposti a trasformazioni come tutti gli altri. Inoltre creano una dialettica con la propria disabilità fatta di sentimenti molto complessi di accettazione, negazione, rivendicazione. Credo che qualsiasi tipo di identità presupponga il fatto che la si possa dimenticare.

L’atto politico del racconto autobiografico

La narrazione fa spazio a riflessioni profonde sulla malattia, sulla disabilità e sulla disuguaglianza. Infondo, da antropologa Claudia non poteva fare altrimenti. Raccontare, denunciare e sensibilizzare su temi così cari alla sua storia e così mal assortiti nella realtà che ci circonda sembra quasi un dovere.

La sordità dei genitori non è il fulcro di questo memoir, ma solo uno degli elementi marginali della storia. La disabilità non è stereotipata affatto, anche perché entrambi i genitori di Claudia non sembrano aver condotto le vite che ci si aspetterebbe convenzionalmente da due persone con questa limitazione. No, in questa autobiografia ci viene insegnato che la sordità è solo una caratteristica personale, come lo sono la personalità e le passioni di ciascuna persona.

Il desiderio che mia madre fosse muta [anziché sorda] esplose quando vidi Lezioni di piano. […] La disabilità deve essere erotica, o speciale, per avere diritto a una vita fatta di pianoforti inabissati e colonne sonore maestose. Forse in un altro tipo di società i miei genitori avrebbero avuto altri poteri. Anche se il vero potere a cui sono interessati loro è uno solo: avere pena degli altri. I disabili sono un fine o uno strumento di compassione, ma non sono quasi mai agenti dell’empatia. Di chi possono avere compassione loro?

In questo libro non troverete luoghi comuni, soluzioni semplici o grandi insegnamenti umani. Claudia si è impegnata a demolire qualsiasi tipo di stereotipo legato al concetto di disabilità, e si concentra su un’altra necessità: l’empatia e il rispetto della soggettività.