La spada di Luce: quando la leggenda finisce
Dalle leggende del mito arturiano hanno attinto moltissimi autori. Ma cosa succede quando la storia è già finita? Quando il re è morto, gli eroi sono scomparsi e tutto quello che resta è un regno in rovina?
Con La spada di Luce (pubblicato in Italia nella traduzione di Federico Biolchi per Mondadori), Lev Grossman sceglie di raccontare proprio quel momento, proponendo più che un retelling del mito arturiano, una sorta di scena post-credit della leggenda di Re Artù: Camelot è crollata e il mondo deve capire come andare avanti senza il suo sovrano.

Trama
Il giovane Collum raggiunge Camelot con il sogno di conquistare un posto alla Tavola Rotonda, ma arriva troppo tardi. Re Artù è morto nella battaglia di Camlann e del glorioso ordine rimangono soltanto pochi superstiti.
Non ci sono Lancillotto o Gawain ad accoglierlo, ma i cavalieri più improbabili della Tavola Rotonda: Ser Palamede, cavaliere saraceno; Ser Dagonet, l’antico buffone di corte nominato cavaliere per scherzo; Nimue, ex apprendista di Merlino che ha scelto di ribellarsi al suo maestro. Saranno proprio questi reietti della leggenda a tentare di ricostruire Camelot mentre il mondo sembra perdere il proprio equilibrio.
Dopo la ricerca del Graal qualcosa si è spezzato. Dio sembra essersi ritirato dalla Britannia, al suo posto stanno tornando le antiche divinità e le fate guidate da Morgana. Per salvare il regno sarà necessario ritrovare Excalibur, ma soprattutto comprendere perché il grande Re Artù sia davvero caduto.
Tematiche
L’idea alla base del romanzo nasce dalla lunga passione di Lev Grossman per il ciclo arturiano. In più di un’intervista l’autore ha raccontato di essersi avvicinato a Re Artù fin da ragazzo, grazie alla lettura de Il re che fu, il re che sarà di T. H. White. Grossman spiega anche come ogni epoca riesca a reinventare Artù cambiandone il significato pur mantenendone intatta la struttura. Per White era il riflesso della Prima Guerra Mondiale, per Marion Zimmer Bradley (Il ciclo di Avalon) uno strumento per rileggere il mito attraverso il femminismo. Secondo Grossman, invece, il nostro tempo aveva bisogno di un nuovo Re Artù, capace di parlare di istituzioni che vacillano, di fiducia perduta e di una società chiamata a ricostruirsi dopo il crollo dei suoi punti di riferimento.
Al centro del romanzo c’è il lutto collettivo per la fine di un’epoca e la ricerca di un nuovo significato quando tutte le certezze sembrano scomparse. Dopo il Graal, Dio tace, i cavalieri continuano a organizzare tornei e imprese, ma sembrano ormai privi dello scopo che un tempo li guidava. In questo è possibile leggere una riflessione anche attuale sulla perdita di fiducia nelle istituzioni e nei riferimenti che per secoli abbiamo dato per scontati.
Accanto a questo si sviluppa una tensione tra cristianesimo e paganesimo. Da un lato c’è l’eredità dell’occupazione romana e della nuova religione, dall’altro sopravvivono culti druidici, antiche credenze locali e miti ancora più remoti. Ne nasce una stratificazione culturale che riflette bene la natura stessa delle leggende arturiane, anche se non sempre risulta storicamente coerente. Ma i racconti arturiani sono sempre stati un mosaico di epoche, tradizioni e dettagli storici spesso incompatibili tra loro.
Il romanzo affronta, inoltre, identità religiosa, identità di genere, abuso di potere e appartenenza.
“Ma quello che vide nell’acqua tremula non la fece ridere. Riconobbe quell’apparizione traslucida. L’identificazione fu immediata, elettrica. Non aveva mai scorto prima quel bambino, ma si era resa conto di averlo cercato per anni. (…) Lui era reale, più reale di sé stessa, quasi fosse lei il rilesso crespo e incorporeo e lui una persona vera.”
Grossman ha anche raccontato come continui a ritenere fondamentale parlare di magia nella narrativa fantasy. In un’epoca dominata dall’innovazione tecnologica, la magia diventa infatti uno strumento per riscoprire il nostro rapporto con il mondo, per renderlo nuovamente misterioso e significativo invece che soltanto funzionale.
Personaggi
Tra le pagine di un romanzo in cui la trama ogni tanto sembra incagliarsi su sé stessa, ad emergere sono le storie e i background dei personaggi. Collum rappresenta la speranza di poter credere e affidarsi a qualcosa di più grande, che sia Camelot, Dio o un ideale. Nimue, invece, è combattuta tra l’affidarsi alla propria forza, incarnata dalla stregoneria, e il cercare un significato nel divino che sembra essersi allontanato. Fino agli altri componenti del gruppo: un insieme di outsider che volutamente non corrispondono mai all’immagine dell’eroe perfetto ma comprendono personaggi queer, personaggi con disabilità e appartenenti a culture differenti, il tutto senza che la loro presenza appaia artificiale. Le loro storie affascinanti mostrano però anche uno dei limiti del romanzo: alcuni personaggi finiscono per esistere quasi esclusivamente in funzione del percorso di Collum. Inoltre, le figure femminili avrebbero meritato maggiore spazio.
“Siamo tutti profughi venuti da lontano, solo che non ci piace ammetterlo.”
Worldbuilding
L’universo costruito da Grossman è ricco di riferimenti alla tradizione arturiana: ci sono Excalibur, la Dama del Lago, il Graal, le grandi quest, Morgana, Merlino e molti altri elementi classici della leggend. La documentazione è evidente, ciò che sembra mancare è quel senso di meraviglia che dovrebbe accompagnare un epic fantasy di questo tipo: il mondo è riconoscibile ma manca a volte del fascino del mito che dovrebbe renderlo indimenticabile.
Conclusione
La scrittura di Grossman è arguta, attraversata da un sarcasmo sottile che alleggerisce anche i momenti più cupi. La struttura della storia, invece, appare a tratti dispersiva, con il rischio che le vicende personali dei protagonisti diventino più interessanti della missione principale.
La spada di Luce è uno di quei libri che fanno riflettere più per ciò che raccontano tra le righe che per la trama vera e propria.
Chi ama il ciclo arturiano probabilmente troverà molti spunti da apprezzare, soprattutto se è interessato a una rilettura moderna del mito. Chi invece cerca un fantasy epico capace di trasmettere stupore e senso dell’avventura potrebbe rimanere meno coinvolto.
Grossman ha già annunciato che il suo prossimo progetto sarà una space opera. Nel frattempo, per chi volesse approfondire il mito di Re Artù, è lo stesso autore in alcune interviste a suggerire alcune letture imprescindibili: Il re che fu, il re che sarà di T. H. White, i romanzi di Mary Stewart come L’ultimo incantesimo e Le grotte nelle montagne e Il re d’inverno di Bernard Cornwell.