La sicilianità e la letteratura

In una lettera di Giuseppe Antonio Borgese proveniente dagli Stati Uniti, lo scrittore descrive la scarsa tendenza dei siciliani ad adattarsi ad un luogo al di fuori dall’isola. Questa tendenza è una caratteristica che contraddistingue il popolo siciliano dal resto dei connazionali, derivata probabilmente da un retaggio di conquistatori di varie nazionalità: fenici, greci, arabi, normanni, angioini, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi, ecc. Borgese, nella lettera, parla di obiezione silenziosa che è un’accezione che si identifica perfettamente con il carattere del siciliano.

Il siciliano si crea un luogo dentro di sé, vivendo in altri luoghi a modo proprio. Lo scrittore di Racalmuto, Leonardo Sciascia, parla anche di difficoltà sentimentale del siciliano, che effettivamente con un sorriso bonario sulle labbra stenta a fatica a parlare di sé e dei propri sentimenti agli altri. E a questa difficoltà sentimentale vi è un illuminante riferimento letterario nelle parole espresse da don Fabrizio ne Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa :

Queste due accezioni calzano perfettamente anche con la citazione di Luigi Pirandello riguardo all’uomo che nasce Isola nell’isola. Il siciliano è isolano ed è dunque ermetico, chiuso in se stesso, sfuggente, iracondo, riservato (abitudine vecchia come il mondo, assunta dagli arabi che dominarono in Sicilia), passionale, esagerato, disperato e comico.

Del siciliano conta più quello che non si dice, il cosiddetto non detto alla maniera di Camilleri, basato soltanto sull’intuito. Ecco, su questi aggettivi, diversi sono i procedimenti letterari utilizzati da grandi scrittori italiani, e precisamente siciliani, nel descrivere tali attitudini. In particolare, la comicità sottile emerge chiaramente nelle opere letterarie di autori come Luigi Pirandello e Vitaliano Brancati in un contesto storico contrassegnato dal Fascismo.

Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni

Vitalino Brancati

Vitaliano Brancati, nel suo romanzo Il bell’Antonio pubblicato nel 1949, immette la tematica dell’impotenza cara a tanti scrittori del passato come ad esempio Stendhal, e del conformismo celebrando parodicamente i concetti di virilità e di refrattarietà vitalistica tipici dell’uomo fascista. Ma mostra chiarissimo segno di un cambio di rotta dall’ideologia fascista con la novella La noia, con il simbolico suicidio del protagonista, Domenico Vannantò.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello nella sua novella intitolata C’è qualcuno che ride, pubblicata prima sul Corriere della Sera e successivamente in Novelle per un anno, si prenderebbe gioco di un’adunata fascista parlando allegoricamente di una <<riunione seria >> e introduce abilmente l’elemento della risata a stravolgere la parvenza di ordine e di autorevolezza dell’evento descritto:

Il fatto (se vero) che qualcuno ride non dovrebbe far tanta impressione, mi sembra, se tutti sono in quest’animo. Ma altro che impressione! Suscita un fierissimo sdegno, e proprio perchè tutti sono in quest’animo; sdegno come per un’offesa personale, che si possa avere il coraggio di ridere apertamente. L’incubo grava così insopportabile su tutti, appunto perchè a nessuno par lecito ridere. Se uno si mette a ridere e gli altri seguono l’esempio, se tutto quest’incubo frana d’improvviso in una risata generale. addio ogni cosa! Bisogna che in tanta incertezza e sospensione d’animi si creda e si senza che la riunione di questa sera è molto seria.

Evidente in questo testo è l’umorismo pirandelliano specchio di quel sentimento del contrario dell’uomo che non riesce a comprendere la tragedia in cui vive. Tale umorismo è tragico, isterico e consapevole di una realtà tragica, un << incubo >> che << frana d’improvviso in una risata generale >>.

La realtà tragica di cui parla Pirandello non è soltanto il contesto storico fascista (di cui egli mostrò in realtà chiara adesione), ma è anche una realtà di sconvolgimenti emotivi e psicologici (con la nascita della Psicanalisi) causati dalla Grande Guerra, che provocarono il dissolversi dell’identità, la disintegrazione dell’Io in altre identità (ed ecco le maschere pirandelliane) e l’illusione e l’ineluttabilità del destino. L’uomo, secondo Pirandello, comprende questi meccanismi interiori talmente tanto da giungere alla pazzia e dunque quale verità conta? Quella dell’individuo sulla propria vita o degli altri individui?

Buttitta, Marangolo e Tomasi di Lampedusa

Com’è ovvio, diversi sono gli altri esempi mostrati da altri autori siciliani come Ignazio Buttitta con il personaggio di Sariddu lu Bassanu ed Enzo Marangolo con il brano Mussolini ad Acireale. Elio Vittorini non reagisce al Fascismo con umorismo, ma con il mondo offeso, con il rifiuto di una realtà inaccettabile.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo, oltre a mostrare dei personaggi dalle sfaccettature estremamente importanti, dipinge un protagonista che è la raffigurazione del siciliano a tutto tondo: don Fabrizio, principe di Salina, è il siciliano che comprende l’ineluttabilità del proprio destino, le cosiddette << sorti progressive >> della vita e della storia. Don Fabrizio contempla il cielo stellato, così come il nonno di Tomasi, per interrogarlo ma senza ricevere risposte.

Analizzando più a fondo il ritratto delle intenzioni di Tomasi, affiora tutta la volontà di rappresentare un’aristocrazia designata dai Borboni, che vive nel timore della contemplazione della morte e della storia, ormai prossima alla decadenza con la successiva Unità d’Italia operata da Garibaldi e dai garibaldini, per essere oltrepassata da un nuovo ceto borghese-mafioso che vive di privilegi feudali e di cariche pubbliche, costantemente sotto il giudizio morale di don Fabrizio e di conseguenza dell’autore del romanzo.

Come sostiene Sciascia, dai gattopardi si passa agli sciacalli, rappresentati dal personaggio di Calogero Sedara. E così le parole pronunciate dal personaggio di Tancredi, nipote di don Fabrizio, il mutar tutto affinché nulla muti, si rivelano profetiche sia per l’aristocrazia sia per la borghesia, la quale feudalità (o potere feudale che dir si voglia) si rifugia nella parvenza di democrazia offerta da Garibaldi e dalle aspettative di Unità che si stavano consolidando, aspettative che per i nobili e non nobili siciliani non significavano nulla di fatto:

I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla.

Leonardo Sciascia

Di chiara influenza pirandelliana sono molte delle opere di Leonardo Sciascia, che affrontano temi carissimi al siciliano come la follia, l’identità, l’impostura, la memoria e il dolore. E anche Gesualdo Bufalino, lo scrittore di Comiso dalla scrittura barocca presenta uno dei tratti distintivi del siciliano, ovvero l’eccesso. L’eccesso che si manifesta nel linguaggio, con evidenti ripetizioni e l’uso di forme retoriche e che si manifesta nei volti della sicilianità in Cere perse:

Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.

L’iperbole della Sicilianità

Si tratta di una barocca vanità che si esprime con l’iperbole, perchè il siciliano è un’iperbole vivente e di cui, infine, parlano anche il cantautore Franco Battiato e il filosofo di Lentini Manlio Sgalambro:

Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola, come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie nel Nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.