La scopa del sistema di David Foster Wallace

David Foster Wallace è stato uno scrittore sbalorditivo e stimatissimo sia da un pubblico affezionato di lettori sia dalla critica accademica. A causa di una forte depressione, in seguito ad anni di successi letterari, accademici e saggistici, decide di togliersi la vita nel 2008 ad appena 46 anni, lasciando però testimonianza del suo passaggio sulla terra tramite i numerosi testi e interventi a suo nome.

Oggi, a quindici anni di distanza dalla sua dipartita, rileggiamo il suo primo romanzo, già ascrivibile come capolavoro di genialità e fine lavoro letterario.

Autore: David Foster Wallace
Casa editrice: Einaudi
Collana: Super ET
Anno di pubblicazione: 2014
Numero di pagine: 576

La scopa del sistema viene pubblicato per la prima volta nel 1987 per la casa editrice americana Viking Press, ricevendo subito una grande eco tanto da guadagnarsi il Whiting Award, premio dedicato annualmente ai dieci scrittori emergenti più interessanti del panorama letterario americano.

Appena ventiquattrenne, David Foster Wallace esordisce con un romanzo complesso e stratificato, che presenta un’architettura interna degna di grande sapienza e abilità letteraria.

Da poco ha discusso la sua seconda tesi sulle teorie filosofiche di Ludwig Wittgenstein e non esita ad inserire il filosofo nel romanzo: sia formalmente citando il suo nome, i suoi scritti e le sue teorie, sia attraverso i meccanismi interni al romanzo, strutturato secondo le teorie logico-linguistiche wittgensteiniane.

La funzione e il significato

Il lettore de La scopa del sistema si trova spaesato di fronte a questo romanzo che mescola i canoni dei generi letterari, provocando uno straniamento tale da trovarsi a sperimentare emozioni profondamente differenti nel giro di poche righe. Cercare di delineare una trama, seguire un filo rosso che dia un senso a ciò che viene raccontato sembra infatti essere uno sforzo vano, infatti, andando avanti nella lettura, inevitabilmente ci si rende conto che in quest’opera non è importante la storia narrata, né i personaggi, la loro interiorità, né i luoghi, né le riflessioni che scaturiscono dal racconto: ciò che realmente importa è il romanzo stesso, il libro, l’oggetto che il lettore tiene tra le mani.

Cosa sono infatti le parole, cos’è un libro? Qual è la loro funzione? Cos’è uno scrittore, cos’è un lettore? Che funzione ha la letteratura?

Per comprendere questo romanzo è necessario spogliarlo di tutto, osservarne lo scheletro.
Soltanto a quel punto si può tentare di sforzarsi per comprenderlo.

– … che, per citare quello che m’è toccato sentire per anni e anni e che immagino anche tu abbia sentito mille volte, il significato di una cosa non è più o meno altro che la sua funzione. Eccetera eccetera eccetera. Te l’ha mai fatta la scena della scopa? No? E adesso cosa usa? No. Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. […] dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso […] a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico […].

Come difatti spiega la bisnonna Lenore a sua nipote ogni vita umana esiste soltanto in quanto raccontata: senza le parole, senza il racconto della nostra vita e senza qualcuno che le ascolti o legga, non esistiamo. Forse per questo Lenore desidera che Rick le descriva sempre uno dei racconti che arrivano nella casa editrice dove lavorano entrambi, forse è per questo che ascoltarli, soprattutto dopo aver fatto l’amore, le piace così tanto: le è necessario.

D’altronde questa necessità, questa realtà che prende forma soltanto grazie alle parole e ai racconti è perfettamente in linea e logicamente riconducibile all’ultimo racconto narrato di R.V. mentre si trovano nel Deserto Incommensurabile dell’Ohio (D.I.O.) fatto di sabbia nera come l’inchiostro. Quell’ultimo racconto Lenore non vorrebbe ascoltarlo perché vuole che siano le sue parole a definire la sua realtà e il suo futuro. Ciononostante è Rick Vigorous che parla ed è quindi la sua realtà che prende vita.

L’identità


Lenore, giovane ventiquattrenne che ha da poco terminato gli studi di filosofia, non sa chi è, ed ha una sola certezza: non vuole che sia la sua origine a definirla. Infatti è figlia di Stonecipher Beadsman III, grande imprenditore e proprietario della “Stonecipheco alimenti per l’Infanzia”, uomo noto e stimato da tutti eccetto che dai suoi figli. Dunque Lenore lotta per scucirsi di dosso quel cognome così ingombrante, tenta di guadagnare da sé la sua vita, la sua identità individuale, per questo rifiuta tutte le facilitazioni che il padre le suggerisce e si accontenta di guadagnare 4 dollari all’ora come centralinista per la casa editrice Frequent & Vigorous.

Eppure, a seguito della scomparsa della sua bisnonna omonima dalla casa di riposo dove alloggiava, tutto sembra spingerla verso una unica direzione, attraverso la quale dovrebbe trovare una corretta definizione di sé: ma il finale resta oscuro al lettore e cosa diverrà Lenore non è dato saperlo.

L’incertezza e l’arbitrarietà sono due temi portanti del romanzo: ciò che sembra chiaro in realtà non lo è, perché è il caso che regna su tutto…o forse è la penna dello scrittore?

Con uno stile leggero e ironico, ma al contempo denso e pregno di tensione, David Foster Wallace crea un romanzo sregolato e profondo, dove personaggi sfaccettati e assurdi si imprimono nella memoria del lettore, trasportato con maestria nella potenza delle storie.