La Russia di Putin: una denuncia contemporanea a un paese in declino

Il 17 marzo 2024 si svolgeranno in Russia le elezioni presidenziali e si è data per certa la rielezione per il quinto mandato di Putin. E’ inutile prendersi in giro, è tutta una messa in scena. Che il popolo russo sia d’accordo o meno, la loro opinione non conta e non viene minimamente presa in considerazione.
I candidati dei partiti anti Putin sono appositamente selezionati da Putin stesso, i sondaggi falsificati a suo vantaggio, la realtà viene distorta da decenni. Anche dopo la sua futura morte, è già pronto un candidato istruito a dovere.

Nel panorama odierno, La Russia di Putin, saggio pubblicato nel 2004 dalla giornalista russa Anna Politkovkaja, è quanto mai attuale. Al suo interno, la giornalista racconta la vita nella Russia contemporanea. Ne denuncia la corruzione e l’abbandono dei cittadini onesti; non facendosi scrupoli nel citare nomi di personaggi ai vertici, facoltosi. Ciò spiegherebbe la sua morte, avvenuta in circostanze sospette.

Anna Politkovkaja


Anna Politkovskaja fu uccisa il giorno del compleanno di Putin, il 7 ottobre 2006, nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. La giornalista negli anni non si era risparmiata nel criticare aspramente e violentemente l’operato delle forze russe in Cecenia sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile. Proprio il giorno in cui fu uccisa, avrebbe dovuto pubblicare un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo ministro Ramzan Kadyrov.

L’editore Feltrinelli ha inserito il saggio nella sua lista dei 100 classici del futuro. La prima edizione del testo è stata distribuita in Italia da adelphi edizioni nel 2005.

La Russia di Putin

L’involuzione di un paese

La Russia di Putin tratteggia la società russa nei primi anni duemila con a capo la spia del KGB arrivata inaspettatamente ai vertici nel 1999. Putin resta sullo sfondo, l’autrice preferisce concentrarsi sull’involuzione in atto nel suo paese, dove i cittadini ormai sono rassegnati e ricaduti nell’abulia, mentre all’Occidente non interessa il decorso politico intrapreso. Anzi, nel testo l’autrice non manca di menzionare la simpatia tra Putin e i leader mondiali, come lo stesso Berlusconi.

Il libro è diviso in più parti. Si apre con la descrizione delle barbarie commesse dall’esercito russo contro i ceceni, così come contro gli stessi sottoposti. Nel loro esercito l’essere umano non conta e manca un sistema preciso di controllo e di responsabilità nei confronti delle famiglie. L’anarchia e il caos regnano sovrani. In questo paese, come in tanti altri, l’esercito ha un potere spropositato e prevarica sulle persone ritenute inferiori, riuscendo anche a scamparla nel momento in cui ricevono accuse pesanti.

L’esercito russo

Appena arrivato al potere, Putin si è occupato proprio di riorganizzare l’esercito, che a detta sua avrebbe avuto una nuova veste, dovendosi occupare della lotta al terrorismo. Peccato che ogni settimana i soldati disertino in massa, a volte anche interi plotoni, questo per dimostrare quanto vivano in condizioni precarie e subiscano ogni tipo di angheria.

Se da un lato i benefici e le possibilità di fare carriera sono più alte rispetto a qualsiasi altro ambito, il gioco non vale la candela. Ed è questo il caso di citare uno dei tanti materiali umani rigettatiPavel Levurda“.

Ligio al senso del dovere, questo diciottenne voleva fare il soldato da quando era piccolo ed era pronto a sacrificarsi, nonostante conoscesse le condizioni durissime a cui sarebbe andato incontro. Fu affidato al cinquantottesimo corpo d’armata che ha una pessima fama per i furti e i tradimenti in larga scala. Nel 2000 lo mandarono a combattere nel Caucaso, non si sentiva di abbandonare i propri soldati o di fare il furbo per salvarsi la pelle. E’ lì che morì, abbandonato dai suoi stessi compagni e superiori. Inizia così il calvario e la lotta di sua madre, Nina, per riavere i resti di suo figlio. E si dilaga l’indifferenza da parte della divisione e dello stesso ministero della difesa.
Nina non aveva diritto di conoscere la reale causa della sua morte e di porre fine ai diversi interrogativi sulla sua scomparsa. La storia di Pavel Levurda è una storia comune di cosa succede in Russia ai giovani soldati che ancora sono pieni di speranza e alle loro famiglie.

In Russia l’esercito – uno dei pilastri istituzionali dello Stato – continua ad essere un campo di concentramento per i giovani che finiscono dietro il suo filo spinato.
Un campo con relative norme di convivenza paracarcerarie imposte dagli ufficiali.
Un luogo in cui il primo metodo educativo è quello di <<stanarli e ammazzarli fin nel cesso>> (il primo slogan che il neoeletto Putin ha usato per scandire la sua lotta contro i nemici all’interno della Russia).

La guerra e l’annientamento di un popolo

Il testo prosegue con un’ampia parte dedicata alla guerra in Cecenia e a tutti i massacri perpetrati solo per il gusto di uccidere una razza ritenuta inferiore.

Non si può non citare in tal senso il caso Budanov, nel quale l’Occidente rivestì un’importante ruolo nella giusta risoluzione dell’inchiesta.
In poche parole Budanov stuprò e uccise barbaramente una povera ragazza cecena, giustificandosi col fatto che fosse una cecchina e che l’avesse precedentemente minacciato e aggredito.
In realtà era prassi di Budanov quella di violentare e massacrare le giovani donne cecene che rapiva dalle proprie dimore. Lo scandalo, che in Russia è all’ordine del giorno, riguarda proprio la corruzione della magistratura a favore del potere e del guadagno. La “giustizia” aveva inizialmente assolto Budanov da ogni accusa e smacchiato da ogni colpa, grazie anche a fasulle perizie psichiatriche a suo favore. Perché ormai la corruzione in Russia è talmente dilagata da aver otturato ogni singolo campo. Putin si è circondato di uomini di sua fiducia e da uomini di fiducia dei suoi uomini e così via.

Il Caso Budanov, dopo anni di rinvio al giudizio e di udienze (o pagliacciate), grazie all’intercessione della corte suprema europea trovò giustizia, i venti al Cremlino cambiarono e così il destino di Budanov stesso.
Questo perché Putin è sempre stato più interessato alle opinioni dell’Occidente piuttosto che a quello dei suoi cittadini. E in questo caso essere un tenente, generale, soldato, combattente in Cecenia non è bastato.

Si potrebbe stare fino a sera a elencare tutte le ingiustizie, testimonianze e resoconti inseriti brillantemente in questo testo. L’autrice si è recata in prima persona sul posto per ascoltare e parlare con la gente comune, più di quanto non ha fatto Putin stesso. E la sua schiettezza, non priva di dettagli, ci disarma e ci rende partecipi. Ne viene fuori il ritratto di una Russia ombra di sé stessa. Dove la libertà di parola, di pensiero, di giudizio è repressa.

Perché ce l’ho tanto con Putin? Per tutto questo. Per una faciloneria che è peggio del latrocinio. Per il cinismo. Per il razzismo. Per una guerra che non ha fine. Per le bugie. Per i gas nel teatro Dubrovska. Per i cadaveri dei morti innocenti che costellano il suo primo mandato. Cadaveri che potevano non esserci.
Io la penso così. Altri avranno punti di vista differenti.

Un testo coraggioso che tutti dovrebbero leggere

La Russia di Putin non è un saggio a cui si può rimanere indifferenti, non solo per le atroci verità raccontate ma perché l’autrice ci permettere di toccare con mano gli eventi, accompagnandola nella sua fisica ricerca della verità. Facendoci sentire sulla pelle il dolore delle madri dei soldati caduti, i parenti dei cittadini morti e abbandonati nelle stragi come quella al teatro Dubrovka. E tutti i russi, quelli veri, quelli che vivono nelle regioni più isolate e sterili, lontane dallo sfavillio di Mosca e San Pietroburgo, costretti agli stenti ma ligi al dovere e al bene del paese. La determinazione e il coraggio di Anna Politovskaja non possono essere dimenticati, ma dovrebbero servire d’esempio per tutti. Sperando che un giorno, il grande popolo russo possa intervenire prima che lo sfacelo della propria terra si completi.