La recita di Bolzano di Sándor Márai
La recita di Bolzano non figura di certo tra i romanzi più celebri del noto autore ungherese, ma ne è, a nostro parere, la summa più esaustiva e più riuscita dal punto di vista eminentemente narrativo.
L’opera, edita da Adelphi, è oggi disponibile in una nuova traduzione in lingua italiana che ne restituisce a pieno la raffinatezza linguistica.

Un personaggio di eccezionale vividezza e umana contraddittorietà: Giacomo Casanova
Al centro de’ La recita di Bolzano di Márai troviamo lui, il seduttore per antonomasia e l’aspirante uomo di ingegno che, militando presso le corti dei potenti di tutta Europa e dominando le alcove di leggiadre fanciulle, rende tutti delle vittime, consapevoli o meno, di un fascino e di una malia irresistibili che lo accompagnano ovunque vada. Stiamo parlando, ovviamente, di Giacomo Casanova.
L’autore inizia il proprio racconto con Casanova che, fuggito precipitosamente dal carcere veneziano dei Piombi e accompagnato da un figura quasi ereticale come quella del monaco Balbi, decide di risiedere presso una locanda bolzanese per un lasso di tempo che supera di molto la durata prevista per il soggiorno. I motivi di tale scelta, inizialmente ignoti allo stesso Giacomo, si paleseranno nel corso della storia e coincideranno con una passione mai sopita.
Bolzano viene rappresentata come una città che mal si sposa con il carattere dell’incallito seduttore; tanto che le rapide pennellate che ci vengono restituite di essa e che ne descrivono in modo mirabile l’austera natura costituiscono uno sfondo grigio su cui si staglia la figura del protagonista, il quale così viene descritto attraverso gli occhi della serva della locanda Teresa, temporaneo oggetto del desiderio dell’avventore veneziano:
Adesso giaceva lì nel letto spazioso e dormiva con le braccia spalancate come se lo avessero ucciso. Il volto era cupo, sgraziato. Era un volto maschile privo di bellezza, di avvenenza, con un naso grande e carnoso, le labbra sottili e arcigne, il mento aguzzo, prepotente; l’uomo, piccolo di statura, aveva il ventre prominente, perché durante i sedici mesi trascorsi in carcere era ingrassato, costretto com’era in quell’ambiente soffocante.
Casanova: truffatore e ruffiano, intellettuale e seduttore. La natura biunivoca di un uomo del XVIII secolo
Come può, dunque, un individuo che non corrisponde certo ai canoni di bellezza convenzionali sortire quell’effetto su chiunque abbia intorno?
L’autore de’ La recita di Bolzano è in grado di dimostrarcelo e di farci addirittura parteggiare per un personaggio che mostra a più riprese non soltanto di non essere realmente in grado di provare dei sentimenti verso le donne con le quali giace, ma di non possedere nemmeno quell’amor proprio che, in nome di una presunta supremazia intellettuale che si attribuisce egli stesso, non risulterebbe conciliabile con l’opportunismo che ne regola le azioni.
Tuttavia, al pari del Don Giovanni descritto da Mozart e dal filosofo Kierkegaard – di cui è la perfetta declinazione -, il Casanova di Márai è di fatto un perenne insoddisfatto che, non riuscendo a ravvisare né nell’amore né nell’avventura alcuna forma di appagamento permanente, vaga senza meta per tutta Europa alla disperata ricerca di un mecenate che lo accolga e lo protegga.
Antagonista di Voltaire, dispensatore di consigli amorosi a giovani afflitti da precarietà sentimentale, finiamo con l’apprezzare Casanova e con l’identificarci in lui perché è un personaggio più che mai umano: sbaglia, pecca di presunzione, è vanaglorioso e impulsivo, divenendo così preda dei suoi stessi desideri, ma nella sua storia uno spiraglio di redenzione c’è. Si tratta di Francesca.
“Tutto il mondo è un palcoscenico”: l’entrata in scena degli attori di una commedia amara
L’amore dispone di due palcoscenici su cui si recita il grande duetto, e sono entrambi infiniti: il letto e il mondo.
William Shakespeare sosteneva che la vita fosse paragonabile ad un palcoscenico e che le entrate e le uscite dalle porte laterali o principali della nostra esistenza fossero un fenomeno ordinario, con il quale dover fare i conti e con cui scendere a compromessi.
Di certo Casanova ha fatto propria questa massima, identificando nelle camere da letto delle sue amanti e nella vita in società i contesti in cui far rifulgere di splendore, opportunamente contornato da una evidente zona d’ombra, la sua persona. Il seduttore oggetto delle chiacchiere dell’aristocrazia e che l’aristocrazia ha sempre rifiutato è, in realtà, il prodotto delle dinamiche che ne provocheranno il declino: Casanova è pettegolezzo, faziosità, burla e inganno.
Ma c’è dell’altro dietro questa apparente leziosità e ha il volto di una donna amata, stavolta davvero. Francesca, la moglie del conte di Parma, che anni addietro sfidò a duello Casanova, reo di averlo offeso. Francesca è ciò che si cela dietro alla concezione della vita di Giacomo, che così ne descrive i processi:
La vita sono un uomo e una donna che si incontrano perché sono fatti l’uno per l’altro, perché sono, l’uno per l’altro, ciò che la pioggia è per il mare: l’uno torna sempre a cadere nell’altro, si generano a vicenda, l’uno è la condizione dell’altro.
In un lunghissimo soliloquio, che è in realtà un alternarsi di confessioni e di silenzi di Giacomo e Francesca, emerge l’origine, insieme alla ragione e all’indifferenza, dell’antidoto utile per contrastare il “veleno della realtà”: l’amore, o, come in questo caso, il ricordo imperituro di una fiamma mai sopita. Gli attori del dramma indossano il proprio costume – letteralmente – e vanno in scena. A celarsi dietro un classico triangolo amoroso sono le conseguenze determinanti delle scelte di ognuno, che in modo inevitabile segnano il destino di tutti i personaggi coinvolti.
Vita vera e teatro: la modernità del romanzo di Márai
Che cosa aspetti a infilarti il costume, vecchio commediante, illusionista appassito? Il ballo in maschera sta per cominciare.
Woody Allen, in Cafè Society, fa dire a Bobby, interpretato da Jesse Eisenberg, che la vita altro non sia che “una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”. Questa frase, nella sua essenziale semplicità, mi ha sempre fatto molto riflettere, ma mai quanto dopo la lettura de’ La recita di Bolzano.
Mi rendo conto che potrebbe sembrare poco ortodosso far dialogare Márai con la produzione cinematografica alleniana, ma la suggestione che ha sortisce la lettura di questo romanzo è proprio questa. L’inscalfibile cinismo di Casanova viene meno davanti alla presenza dell’unica donna che abbia mai realmente amato e con la quale non riesce nemmeno a trascorrere quell’unica notte che è stata concessa loro dal marito di lei. Il tutto suona davvero come una vera e propria farsa, come un rovesciamento delle parti tipico dei Saturnalia della Roma antica. L’avventuriero viene braccato da colei a cui sono rivolti i propri ardori lombari semplicemente perché il suo desiderio si sublima in un sentimento che non ha mai conosciuto prima: l’amore.
La farsa è finita e sul palcoscenico cala il sipario: Casanova crede di essere un vincitore, un ens superpartes che sfugge ai meccanismi che regolano i rapporti tra gli altri individui, ma inevitabilmente ne precipita fin negli anfratti. Dietro le quinte del teatro, smessa la maschera, il suo volto da commediante si trasfigura e ne viene fuori la vera fisionomia, quella di un amante che ha edificato la propria disillusione sulle rovine di un amore perduto.
In estrema sintesi, La recita di Bolzano andrebbe letto perché ci mostra il dietro le quinte, ci svela l’origine della nostra condotta e la natura farsesca delle nostre ipocrisie, ponendoci dinnanzi al fatto compiuto e dimostrandoci che dietro la levitas si nasconde sempre la gravitas.
L’autore

Sandor Márai (Košice, 11 aprile 1900 – San Diego, 22 febbraio 1989), scrittore ungherese naturalizzato statunitense, vanta una notevole produzione letteraria che si impone per capacità descrittiva e di analisi psicologica dei personaggi.
Stilisticamente rilevante, la prosa di questo scrittore si contraddistingue per una rara raffinatezza lessicale e per i dialoghi lunghissimi che cadenzano con efficacia la narrazione.
Ne’ Le braci, uno dei suoi capolavori, egli scrive che: “Essere diversi da ciò che siamo, da tutto ciò che siamo, è il desiderio più nefasto che possa ardere in un cuore umano”. In ciò troviamo sublimata la sua essenza di genio universale della letteratura.