La quarta compagna: una storia dimenticata

La Quarta Compagna, di Orsola Severini, è un interessante romanzo storico edito da Fandango Editore. Ispirato a una figura realmente esistita, siamo davanti a un vero e proprio inno alla Resistenza italiana e alla libertà. L’autrice, da storica della contemporaneità, ha ricostruito con perizia la complessa situazione politica e sociale del ventennio fascista, restituendoci un’opera ricca di spunti di riflessione.

La trama

Nella Milano dei primi del Novecento, la giovane Ada, figlia di un piccolo ristoratore dalle simpatie socialiste, si avvicina alla politica. Il suo appartenere alla classe operaia la rende testimone di moltissime ingiustizie, di cui auspica un giorno di vedere la fine: per questo, Ada è già impegnata politicamente.

Frequenta i vertici del Partito Comunista Italiano, ma non sente di appartenere a quel mondo: interpretata in quanto voce del popolo, vede fra lei e loro un divario impossibile da colmare. Se loro sono uomini borghesi e istruiti, lei è una giovane figlia della classe operaia.

La narrazione inizia quando, nel 1927, viene seguita dalle forze armate, che perquisiranno la sua abitazione: trovano così molte copie dell’Unità, giornale proibito durante il regime. Così, viene condotta in un luogo sconosciuto, dove verrà sottoposta a torture terribili, in balia di quel potere oppressivo e violento che aveva caratterizzato il ventennio fascista.

Solo dopo mesi di violenze, verrà interrogata dal giudice istruttore del processo contro Gramsci. Qui, vedrà il primo spiraglio di luce: un modo per evitare il processo politico come nemica dello stato.

Da qui, la storia di Ada si intreccia con quella del ventennio fascista: dalla permanenza in manicomio fino allo sbarco alleato, l’Italia del Novecento è lo sfondo di tutta l’opera.

Ispirato alla storia vera di Isolina Morandotti, La quarta compagna vuole ricordare tutte quelle donne che hanno contribuito alla lotta partigiana, liberando il nostro paese dal nazifascismo. Affinché, oggi più che mai, non si dimentichi quanta fatica è stata necessaria per la libertà.

L’isteria: un dispositivo di controllo

Alla seconda visita psichiatrica, il medico mi disse che ero isterica, che avevo riversato la mia femminilità nella politica invece di dedicarmi alle mansioni di accudimento che erano per le donne naturali e gratificanti. Mi spiegava che la mia nevrosi isterica aveva creato in me questa deviazione dalla mia natura femminile.

Il filosofo francese Michel Focault considerava, nella sua Storia della sessualità: la volontà di sapere, l’isteria femminile come uno dei dispositivi di controllo che la società aveva utilizzato sul corpo delle donne.

Il termine stesso isteria deriva direttamente dal greco antico hystera, ed è identificata come una patologia che colpisce solo ed esclusivamente le donne. Secondo i parametri della medicina antica – che vede in Aristotele il suo precursore, e che è rimasta in voga fino ai primi del ‘900 – la salute psicofisica femminile nella sua interezza si va a identificare con l’utero. Esso deve essere tenuto in allenamento tramite una corretta attività sessuale volta alla procreazione e, successivamente, tramite un numero consono di gravidanze.

Quest’idea, come è stato sottolineato, è rimasta in voga fino al secolo scorso, ed è stata utilizzata dalla società per esercitare delle vere e proprie forme di controllo sulle donne dissidenti: la diagnosi di isteria era applicata, come un’etichetta, su tutte coloro che non rispettavano i canoni della tradizione.

Alla stessa maniera, Ada è considerata isterica. La ragione è molto semplice: non ha seguito le sue inclinazioni naturali di madre, gettandosi nella politica. La diagnosi ha un uso strumentale ben preciso: rinchiudere una dissidente in manicomio, con l’obiettivo di spezzare il suo spirito e di ostacolare la diffusione delle sue idee.

Il messaggio del fascismo è chiaro: se ci si oppone al regime, questo è ciò a cui si va incontro. E Ada lo sa, portando dentro di sé per tutta la vita l’esperienza drammatica del manicomio.

I conti con il passato fascista

Oggi più che mai, l’Italia dovrebbe fare i conti con quel passato fascista su cui si è sempre passati sopra.

Interessante, a questo riguardo, è la figura del giudice Macis.

Senti qua che ha fatto questo schifoso. Dopo la caduta di mussolini si è cagato sotto ed è scappato in Liguria, dove non lo conosceva nessuno, ha preso contatti con la resistenza locale senza però mai combattere. Dopo la Liberazione, i partigiani del posto hanno confermato di conoscerlo. E questo è bastato per far credere che fosse antifascista. Ma ti rendi conto? Che paese di buffoni. […] Quale democrazia pensiamo di fondare così?

Quello qui riportato è un discorso di Ivana, compagna di Ada, dove si porta alla luce uno dei più grandi problemi immediatamente successivi al ventennio: la mancanza di assunzione di responsabilità.

Il giudice Macis, come tanti altri, ha collaborato al regime fascista in maniera sottile come «un ratto schifoso che sapeva fiutare il senso del vento e cadere sempre in piedi». Molti di coloro che hanno attivamente contribuito al mantenimento della dittatura, non hanno veramente mai pagato le conseguenze delle loro azioni. Mascherandosi da antifascisti, sono riusciti a proseguire nelle loro esistenze come se nulla fosse successo.

Tutto questo ha portato l’Italia, al giorno d’oggi, a non aver mai fatto veramente i conti con il suo passato: la vita di molti è andata avanti normalmente, e nessuno si è mai domandato su come si sia arrivati a quel punto.

A questo proposito, intere parti de La Quarta compagna consentono al lettore di interrogarsi sull’argomento. Come è stato possibile che, per venti lunghi anni, sia successo tutto questo e che nessuno se ne sia presa la responsabilità? Il giudice Macis è l’esempio del fascista medio, agli occhi della Severini: «un fascista da manuale; un assassino codardo che pensava a salvarsi le penne rinnegando tutto e tutti quando gli faceva comodo».

Conclusioni

Ci sarebbe molto da dire su questo testo. Nella sua brevità, non arriva neanche a 200 pagine, Orsola Severini è riuscita a sintetizzare l’esperienza di una generazione di giovani rivoluzionarie. Riportando alla luce la storia dimenticata di Isolina Morandotti, seguendo con perizia la documentazione storica a riguardo, l’autrice ci ha consegnato un vero e proprio gioiello fra le nuove uscite di quest’anno.