La nostalgia che avremo di noi: storie di felicità inespresse

Esordire con una raccolta di racconti è un azzardo non da poco negli ultimi anni in cui di antologie se ne leggono sempre meno, tuttavia quando si ha un talento come quello di Anna Voltaggio non c’è niente di cui dubitare.

A ottobre del 2023 è uscito per Neri Pozza, nella collana Bloom, La nostalgia che avremo di noi, una raccolta di racconti brevi in cui si muovono figure minime, personaggi che appaiono come svuotati della propria vitalità: una comédie humaine inesorabile.

La struttura

Composto da tredici racconti che prendono il titolo dal personaggio protagonista di volta in volta narrato, La nostalgia che avremo di noi è una raccolta particolare in quanto gioca con la sua struttura. Difatti, seppur i racconti siano ambientati in luoghi e tempi diversi, andando avanti nella lettura ci si accorge che alcuni nomi tornano e brandelli di storie sembrano intrecciarsi: è una mera casualità oppure corrisponde a una scelta precisa?

Man mano che si porta avanti la lettura appare evidente che Voltaggio non lasci nulla al caso, così ci si ritrova a seguire indizi su indizi che però non porteranno in nessun luogo e a nessuna verità: tutto sembra restare sospeso, in bilico.

Forse ci troviamo tra le mani un romanzo di racconti in cui i piani temporali sono confusi, forse si tratta di una semplice antologia, o forse è un libro che richiede riletture e studio per comprenderlo a fondo e scoprire che tutto quello che ci è sembrato casuale ha invece un preciso intento logico, come nella Trilogia di New York di Paul Auster. Mentre i dubbi si addensano però una cosa è certa: non si può non restare affascinati dai personaggi ritratti da Anna Voltaggio.

Un’umanità trattenuta

Personaggi la cui esistenza è ridotta al minimo, figure svuotate, persone in potenza di essere qualcos’altro ma immobili. L’umanità raffigurata dall’autrice è un’umanità trattenuta, incapace di scegliere una strada davanti al bivio in cui si trova, comoda nella voragine che si è spalancata nella propria vita.

In questi racconti l’autrice mette in luce un momento della vita dei suoi personaggi in cui si accende una scintilla, che a volte riesce a dar vita a una piccola fiammella, però non avvampa mai. Incerti nella propria esistenza, in contraddizione con i propri desideri, spaventati e ormai resi cinici dalla fatica della vita adulta, tutto quello che riescono a fare è collezionare atti mancati.

Teresa è rimasta nella mia vita come un atto mancato.
Finché c’è stata lei sono stato diviso in due, una parte di me viveva vagamente, preoccupata soltanto di far funzionare le cose che avevo scelto senza troppa attenzione, come facevano gli uomini del secolo scorso, l’altra parte, invece, si riconosceva perfettamente. Con Teresa accanto vivevo l’illusione di essere in aderenza totale con me stesso.
Quando se n’è andata pensavo che questa parte si sarebbe estinta, che avrei tirato avanti dimenticandola un poco alla volta, abbandonandomi alla vita reale. Ma invece è pervicace, anche sola e senza nutrimento, come un animale che smette di crescere e rimane muto. Me la porto dietro senza nostalgia e senza amarezza, convivo con il suo peso, Teresa continua ad appartenermi come un mondo in cui Teresa è assente.

Ciononostante non si tratta soltanto di relazioni ormai passate, matrimoni falliti, rapporti desiderati che trovano possibilità solo nel sogno o in uno spazio non fisico, ma anche di legami familiari che si tengono in piedi grazie a un filo sottilissimo, quasi impercettibile.

(In esergo, infatti, si legge una citazione da Legami familiari di Clarice Lispector: «Rifletté sulla crudele necessità di amare. Rifletté sulla malignità del nostro desiderio di essere felici. Rifletté sulla ferocia con la quale desideriamo giocare».)

Quelle narrate in La nostalgia che avremo di noi sono storie di felicità inespresse, desideri di tentare una strada nuova e sconosciuta che però non vengono mai messi in atto. Soltanto in un racconto sembra accadere qualcosa, in quel lapidario «Lisa, io non ti amo più» che Lorenzo rivolge a sua moglie: malgrado trovi il coraggio di pronunciare una verità così dolorosa da stravolgere la sua vita, qualcosa di inespresso resta tra le righe, un silenzio gravoso continua ad aleggiare nel racconto.

L’àlgos

La presenza di una quantità preponderante di dolore è insita già nel titolo. Se osserviamo l’etimologia della parola nostalgia scopriamo che essa è composta dal greco νόστος (nòstos, “ritorno”) e άλγος (àlgos, “dolore”): Anna Voltaggio sembra concentrarsi non soltanto sul tema della nostalgia come sentimento di mancanza per qualcosa che non c’è più, ma anche sui due termini che la compongono.

Da un lato infatti i protagonisti di questi racconti trascorrono parte della loro vita a voltarsi indietro, a desiderare un ritorno al passato non solo per poterlo rivivere, ma anche per poter prendere delle scelte diverse così da modificare il presente. Spesso inoltre le donne e gli uomini narrati compiono un viaggio di ritorno vero e proprio, come quello di Ulisse, nomen omen, nel penultimo racconto:

Non so quanto tempo sia trascorso, il viaggio è lento ed è lungo ma non ho fretta, mi piace questa immobilità forzata sul sedile del passeggero, mi abbandono a pensieri senza peso come se non sapessi dove stiamo andando, per me non stiamo andando da nessuna parte. La durata del viaggio non corrisponde alla sua naturale lunghezza, è un tempo scollato da quello umano, dalle sue misure.

Costante e multiforme inoltre è il dolore, non soltanto quello insito nel sentimento nostalgico, ma anche quello psicosomatico: dall’afasia all’anosmia e ageusia, dal mal di denti ai tic nervosi. Il malessere provato dai personaggi non sembra placarsi neanche con l’aiuto di professionisti talmente è radicato nel loro modo di stare al mondo.

La dottoressa Consani ieri mi ha detto che non devo perdere di vista il focus, dice sempre così: focus. Che sarebbe, secondo lei, la mia incapacità di stabilire relazioni affettive e l’incapacità di lasciarmi andare.[…] Credo che la dottoressa Consani non abbia capito che il passato mi sta troppo appiccicato addosso come un amico di cui non ci si può fidare, e che vivo il presente con la convinzione che dovrebbe essere un altro, quindi, in un certo senso, vivo un presente che non è mio.

Eros e Thanatos

Ne La nostalgia che avremo di noi trova ampio spazio anche un topos immortale della letteratura, ossia il conflitto tra Eros e Thanatos. L’intrecciarsi di pulsioni d’amore e morte presente in ognuno dei tredici racconti qui antologizzati è riconoscibile non solo nel tema dell’àlgos, della malattia, ma anche nella ricorrente immagine di funerali e veglie funebri che sono vissute nel momento presente, mentre la mente volge al passato in ricordi in cui protagonista è l’amore. Un esempio lo si trova nello straordinario quarto racconto in cui una donna, Vita, sta viaggiando in treno da Roma in direzione Trieste per andare al capezzale del suo anziano e malato padre: mentre riflette sulla penosità del suo viaggio e osserva la stazione cittadina con «le luci che oscillano, la puzza, le persone sfinite a terra», pensa all’amata che lascia a Roma e all’incapacità di viversi quell’amore, ma soprattutto «ai capelli neri che le scendono sulle spalle incurvandosi, alle volte che le ha spostato una ciocca dietro l’orecchio per liberarle il viso e vederla meglio, ai momenti in cui ha sentito di amarla e che voleva eterni».

Amore e morte, erotismo e mistero: Anna Voltaggio si muove con maestria in un susseguirsi di scenari torbidi e vischiosi, muovendo la sua penna precisa e spietata tra questi personaggi in bilico.

Anche quando ritrae un momento di felicità e tenerezza non dimentica di inserire un elemento di dolore e di impossibilità, come nel racconto Tommaso, l’uomo innamorato dietro alla finestra:

Allora indico la strada, penso sia la mia occasione per eliminare la distanza, per toccarla. Ma scuote la testa, dice di no, resta dietro il vetro, sospesa quattro piani da terra.
C’è un cono di luce che la illumina, diventa tutta rosa, poi albicocca. […]
Percepisco un’intensità tale che ho paura di non sostenerla. È questa la vita reale? O questo è il sogno? Poi le sue dita indugiano sul bottone che infine si libera, il seno s’intravede in una curva, le dita insistono su un altro bottone e poi sull’ultimo. […]
Scrive sul suo corpo abbassando il mento e guardando sé stessa: la – nostalgia – che avremo – di noi.
Poi lascia andare la camicia dietro la sua schiena, vedo i suoi polsi girare come una danza. Rimane nuda alla finestra, ferma.