La grande Migrazione di Kari Hotakainen

“Case e uomini quanti Dio ne aveva messi sulla Terra non c’era verso di sradicarli. Si dovette far ricorso al piede di porco, all’adulazione, alla persuasione, mettere in campo escavatrici, buoni sconto, intimidazioni e la fede nel futuro. – Che minestrone, che miscuglio bizzarro in questa ricetta per piatti indigesti! – Si fecero discorsi, pressioni, trattative. Si lasciò intendere: andate via, prendete armi e bagagli, abbandonate case e campagne, siate pronti a rinunciare anche se non a perdonare.”

Sicuramente avrete letto l’incipit de La grande migrazione di Kari Hotakainen, edito Iperborea, di epico in più di una recensione o sinossi sui vari stores online. E quasi altrettanto scuramente ve ne siete fatti incantare. 

Eppure è andata così, lo sappiamo bene: “l’esodo è in corso da decenni, non siamo soli, nemmeno soltanto in due, siamo tutti sulla stessa barca, e i vincitori sono quelli che rimangono a bordo e cambiano il corso della loro storia, i perdenti quelli che pensavano che la loro storia fosse logica, quella in cui c’è un inizio, un centro e una fine”

La storia

Ma che storia è? – direte – è la storia di tutti i paesi globalizzati: un bel giorno in nome della produzione e di un falso benessere pompato, centinaia, migliaia, intere generazioni di individui si sono sentiti incentivati, invogliati ad abbandonare le campagne per riversarsi nelle città, inseguendo la modernità, un modello economico legato al concetto di lusso e di consumo e forse un qualche sogno di autoaffermazione.

Così la scimmia urlatrice lascia la natura agli altri animali, quelli selvatici, che si guardano in giro sospettosi, intimoriti da un cambiamento che non capiscono. Le vecchie case dell’uomo, per belle che siano, non hanno più mercato e vengono abbandonate ad una triste fine di decadimento progressivo.

Un nuovo ordine nel mondo

Si crea un nuovo ordine nel mondo: la città come unica zona abitata e abitabile e la campagna come Area Ricreativa, come luogo cui tornare per fare esperienza di un falso passato ricostruito a beneficio dei cittadini che non ne hanno memoria.

Un luogo in cui vengono inventati o reinventati vecchi attrezzi agricoli, dove l’epica degli eroi è opera fantasiosa di qualche scrittore, così come l’astrusa lingua bofonchiata da giovani barbuti dal fascino sospettosamente vichingo durante soggiorni esperienziali unici studiati a tavolino in nome di un passato a contatto con la Natura e con il Naturale (e il Soprannaturale di sponda); soggiorni che fanno da una parte sognare e dall’altra temere un passato immaginario e comunque in ogni caso non più disponibile. 

“Risultato: lo sconcerto serviva per vendere. I clienti si beccavano un pacchetto esperienziale che comportava l’acquisto di asce, coltelli e bottiglie piatte di acquavite, e soltanto al ritorno in città si rendevano conto che, alla partenza , non avevano avuto la sia pur minima intenzione di comprare alcunchè. Successivamente avrebbero scoperto che i prodotti acquistati non differivano in alcun modo da quelli che potevano trovare nei supermercati alla periferia della Città.”

Insomma la campagna non più luogo per abitare, ma luogo per sospirare in nome di una passata comunione con la Natura e i suoi cicli impietosi (che comunque nella realtà non saremmo più disposti ad accettare); la campagna come immenso parco giochi in cui giocare a fare “come se”.

La città di contro è un inferno in terra, in cui è difficile trovare il proprio posto per vivere – o per sopravvivere – o anche per abitare. E infatti il problema più grande è quello degli alloggi: per quanto lo Stato calcoli e ricalcoli, un posto per tutti non c’è. Certo, la conversione di strutture già esistenti in agglomerati di nuclei abitativi modulari è utile in buona parte. 

Prendiamo per esempio la nostra città X: nel Centro Commerciale andato in bancarotta quando i ricchi si sono stufati della fast fashion più o meno lussuosa (e di contro è aumentato il numero di poveri che alla stessa merce non poteva nemmeno guardare), inegozi sono stati suddivisi in lotti e sovraffollati di campagnoli in esubero. E’ stato anche costruito un complesso abitativo agglomerato di container e tende militari, dal suggestivo nome di “Le Baracche”.

Ma a parte il fatto che queste soluzioni non sono sufficienti a risolvere il problema, si affaccia una ulteriore criticità: perché assegnare queste abitazioni di fortuna solo secondo il criterio dell’ultimo arrivato, quando c’è un sacco di gente immeritevole che sta in affitto in bei condomini “middle class” a scapito di altri con migliori qualità? Svuotiamo allora i condomini, sfolliamo la gente: non basta permettersi di pagare un affitto per vivere in una casa decorosa! Occorre anche meritarselo, esserne degni.

Ma come scegliere? Bel dilemma! Ecco però che i Responsabili della città, durante una sessione di brainstorming durata intere giornate, partoriscono la trovata: chi avrà una storia più bella da raccontare potrà rimanere nel suo appartamento middle class, gli altri via, o verso Le Baracche o verso il centro commerciale.

E quale meccanismo utilizzare per scegliere questi fortunati se non premiando il migliore “storyteller”? In fondo ormai – e i social ce l’hanno insegnato – è la propria storia personale che calamita l’attenzione. Persino la letteratura è ormai costellata di scrittori che hanno costruito la propria fama mondiale sull’autobiografia e non sulla capacità di inventare belle storie.

Il parto di questa genialata non li vedrà ovviamente coinvolti in prima persona, non sia mai: a somministrare, raccogliere e selezionare i questionari saranno i Precari, ovvero giovani o meno giovani saltuariamente occupati in mansioni nemmeno lontanamente commisurate ai loro studi inutilmente ultimati. 

Sarà poi la Presidente, combattuta tra il suo ruolo istituzionale e la sua pur sepolta coscienza –   ad annunciare l’abominevole progetto con un disastroso discorso alla Cittadinanza a seguito del quale rassegnerà le sue dimissioni. 

Operatività del lettore

Tutto questo è solo il preambolo, il sostrato che serve a contestualizzare il piatto più appetitoso del Menù: non pensiate di essere dei semplici osservatori, dei passivi lettori! E’ all’operatività che il lettore è chiamato, quasi egli stesso sia uno dei miserabili Precari costretti dalla propria necessità di lavorare ad accettare qualsiasi tipo di incarico, anche quelli che non fanno dormire di notte. D’altronde se siete arrivati fino a qui, non è certo questo il momento di tirarvi indietro.

In conclusione

Quindi, via, siate curiosi di leggere le appassionanti storie degli abitanti del Caseggiato di Via della Battaglia 62: vedrete che non le troverete tanto diverse dalle vostre o da quelle dei vostri vicini o conoscenti. Siate pronti a conoscere una folla di anime diverse attraverso gli occhi della Precaria Ilona Kuusiletho (gli arrabbiati, i delusi, gli onesti, i fregnoni, gli egoisti, i bugiardi, i pazzi, i miserabili – non manca davvero nessuno) nel folle progetto pilota di un delirante piano più vasto orientato a tentare di scegliere, secondo regole di becero marketing, tra i sommersi e i salvati! E’ una dinamica che vi risuonerà familiare e che – come si ripete ormai viralmente in enne occasioni – vi farà ridere ma anche riflettere.

“E non ci sono alloggi per tutti.

Saluti.

I Responsabili della Città”