La geologa, il cigno e i Vecchi Credenti di Irina Zhorov

La geologa, il cigno e i Vecchi Credenti (edito Playground) è l’opera prima di Irina Zhorov, scrittrice nata in Uzbekistan al tramonto dell’Unione Sovietica ed emigrata adolescente con la famiglia negli Stati Uniti. In queste trecento pagine il lettore si muove tra le nevi del tempo che separano e uniscono le due protagoniste: Galina, una geologa, e Agafia che ha sempre vissuto isolata nella taiga siberiana

Una casa nella taiga

Tutto il romanzo, in fondo, si basa sulla continua alternanza di punti di vista di due volti, di due vite, di due mondi diversi. Siamo sull’arrestarsi della parabola dell’Unione Sovietica, negli anni Settanta: Galina è una geologa trentenne, figlia di una famiglia influente di funzionari di partito, ed è incaricata di supervisionare la creazione di una nuova miniera di ferro nella taiga siberiana, coadiuvata da Cigno, un geologo e pilota di elicottero che nasconde molto di più di ciò che i suoi titoli dicono di lui.

Il clima storico in cui troviamo i nostri protagonisti moscoviti, sbalzati così lontani da casa senza tuttavia uscire dal loro immenso paese, è quello della Guerra Fredda e della continua competizione con l’Occidente. Eppure, in questa continua ricerca di progresso, la vita di Galina subisce un arresto. Durante un volo di supervisione sulla taiga deserta i due geologi avvistano una casupola: lì vivono i Kol, una famiglia che da anni vive separata dal resto del mondo. Il patriarca Hugo e i suoi tre figli Natalja, Dima e Agafia appartengono alla setta dei Vecchi Credenti. Ed è proprio Agafia che diventa, senza volerlo, contraltare continuo di Galina.

Chi erano i Vecchi Credenti?

A questo punto, però, occorre fare un salto indietro nel tempo (che non sarà esaustivo, ma è necessario per comprendere meglio la storia alla base di questo libro): chi sono i Vecchi Credenti, in russo  старове́ры, starovery, o старообря́дцы, staroobrjadcy, la setta di cui i Kol fanno parte? Per scoprirlo, bisogna tornare indietro alla seconda metà del XVII secolo. Il Cristianesimo ortodosso russo era stato tacciato di eresia dal patriarca di Gerusalemme così il clero moscovita, nella persona del patriarca Nikon, appoggiato anche dallo zar Alessio II, aveva disposto significative riforme ai testi e ai riti liturgici che aprissero la Russia cristiana all’Occidente, in modo da rendere il paese uno stato “europeo” a tutti gli effetti, anche dal punto di vista religioso.

Gli oppositori, tuttavia, furono numerosi e distribuiti in tutte le classi sociali nonostante l’anatema scagliato dalla Chiesa ufficiale a chiunque avesse ostacolato la riforma: il movimento prese il nome di Raskol (раскол, che etimologicamente indica l’atto di “fendere” o “spaccare”) o Vecchi Credenti. Questi, che rifiutavano i cambiamenti al punto da ritenerli opera dell’Anticristo, si raccolsero intorno alla figura di Avvakum Petrov e denunciarono pubblicamente le riforme ecclesiastiche. 

Prese così il via una persecuzione dei Vecchi Credenti su larga scala, dalla privazione dei diritti civili, alla deportazione in Siberia, fino all’esecuzione capitale. In maniera più o meno intensa, la persecuzione proseguì per tutta la durata dell’Impero zarista, con diverse recrudescenze, nonostante la linea più morbida voluta da Pietro il Grande. Eppure, gruppi di scismatici resistettero, soprattutto nelle terre più remote del Paese.

Chi sono, oggi, i Vecchi Credenti?

E dopo lo zarismo? Chi sono, oggi, i Vecchi Credenti? I raskolniki, gli scismatici, di allora esistono ancora?

Nel 1905, l’ultimo zar, Nicola II, siglò la libertà di culto per tutte le religioni dentro ai confini dell’Impero e i Vecchi Credenti si videro per la prima volta riconosciuto il diritto di professare la propria fede e il loro numero crebbe esponenzialmente. Il riconoscimento da parte della Chiesa Ortodossa russa, invece, arrivò nel 1971 con la revoca dell’anatema. Proprio negli anni in cui più o meno si svolge la storia di La geologa, il cigno e i Vecchi Credenti.

La famiglia Kol

Ma chi sono i nostri Vecchi Credenti? Chi è la famiglia Kol che incontriamo in questo libro?

Questo piccolo clan, in progressivo disfacimento, è un’eccezione persino per le regole degli scismatici: i raskolniki vivevano sì in piccoli gruppi ma vivevano in comunità e, effettivamente, la famiglia Kol è troppo piccola. Hugo e Nadia, i genitori, sono scappati dalla persecuzione, dal mondo intriso di peccato, verso un luogo chiamato Belovod’e: un luogo in cui credono disperatamente ma che sembra non esistere. Meglio, sembra di non raggiungerlo mai, che sia appena poco più lontano, ma impossibile da trovare.

Eppure, come hanno fatto a vagare per così tanto tempo rimanendo al di fuori dalle mappe, dalla tecnologia, dalle sue comodità? E, forse più di tutto il resto, come ha fatto il resto del mondo a non averli visti fino a quel momento?

Agafia e Galina, Galina e Agafia

Agafia e Galina, Galina e Agafia: tutto il libro, in realtà, ruota attorno a queste due donne, ognuna specchio e contraltare dell’altra.

Galina, figlia brillante del proprio tempo, si trova all’alba dei trent’anni a scontrarsi con il sistema burocratico sovietico e alle pressioni che il padre, un importante funzionario di partito, le mette per sposarsi. Il periodo trascorso in Siberia in compagnia di Cigno e, in un certo modo, della famiglia Kol, la mette per la prima volta davanti a un’importante crisi umana e spirituale

Agafia, invece, passata la trentina non ha mai avuto contatti con il mondo esterno: di più, non ha mai avuto contatti al di fuori della propria famiglia se non con saltuarie visioni di Pietro il Grande (se così si possono definire). L’incontro con i due geologi moscoviti e, in seguito, con un misterioso cacciatore la metteranno davanti a un inevitabile confronto con una realtà sconosciuta e, fino a quel momento, inconoscibile. 

L’involontaria fine del mondo

A cosa ci mette davanti, in fondo, Irina Zhorov, con La geologa, il cigno e i Vecchi Credenti?

A qualcosa di semplice e spaventoso come la fine del mondo: la fine involontaria ma inevitabile dei due mondi in cui sono vissute Galina e Agafia fino a che le loro due esistenze non sono entrate in collisione. Senza volerlo, ognuna di loro porta un cambiamento tale nella vita dell’altra da cagionare l’apocalissi della vita che avevano conosciuto fino a quel momento.

Forse è anche uno specchio della realtà dell’Unione Sovietica di allora che, pur di vincere una competizione disperata contro l’Occidente, dimentica che è attraverso l’apertura verso l’altro che si può avere un cambiamento. Un cambiamento non indolore e che, anzi, sembra distruttivo.

Forse, siamo davanti a fughe dai mondi che si conoscono e nei cui margini si sta troppo stretti, verso un ignoto che, per quanto imprevisto e addirittura non desiderato, almeno all’inizio, sembra essere preferibili.

Forse alla fine, La geologa il cigno e i Vecchi Credenti non è altro che una delicatissima storia di esseri umani che, nelle croniche fini del mondo che ognuno di noi vive nella propria vita, trovano modo di avanzare nelle nevi del tempo.