La famiglia Moskat: saldi nella speranza contro ogni speranza

La famiglia Moskat (orig. yiddish, Di Mischpokhe Moschkat)  è forse il romanzo più famoso del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer: se a un primo sguardo potrebbe sembrare una mera saga familiare, di certo poderosa e paragonabile forse persino ai Buddenbrook di Thomas Mann o ai Malavoglia di Giovanni Verga, leggendo ci rendiamo conto di quante storie e quanta Storia scorrano tra queste pagine.

L’avanzare del Nazismo

Ambientato in una Varsavia fredda e soffocante e che progressivamente si fa sempre meno casa dei suoi abitanti e sempre più scena di una tragedia, indifferente al brusio sempre più flebile dell’esistenza, mentre il germe venefico e mortifero del Nazismo si sparge in macchie sempre più larghe.

Osserviamo profilarsi diversi piani, più o meno esplicitamente: le storie dei personaggi singoli che impariamo a odiare o ad amare, come Hadassah, Abram, Asa Heshel, Koppel e la miriade di esistenze che qui troviamo, la storia della famiglia Moskat, le storie delle famiglie ebree che fanno capolino all’intorno, con le loro tradizioni, le loro ricchezze, le loro miserie, e la Storia forse più buia dell’umanità, vista dalla parte dei vinti.


Per i lettori può risultare a tratti insostenibile, perché si legge di personaggi ignari che vengono sempre più inghiottiti dall’avanzare impietoso di qualcosa di cui noi siamo già a conoscenza.

“Alla mia destra è Michele. Alla mia sinistra Raffaele. Davanti a me Uriele. Dietro di me è Gabriele. E sul mio capo la Divina Presenza di D-o”.

Leitmotiv che guida la famiglia Moskat

La storia si apre con pagine e pagine vergate di nomi trascritti sull’albero genealogico di cui vediamo brillare le passioni umane, le migliori, come l’amore e la pietà, quanto le peggiori, come l’egoismo e la viltà, dall’altro scopriamo, addentrandoci sempre di più nel gorgo infernale della soluzione finale voluta dal regime nazista, che il personaggio principale del romanzo.

Isaac Bashevis Singer è un intero mondo, un mondo che non c’è più, un mondo che è stato spazzato via e disperso nel vento con i fumi dei campi di sterminio. È l’Ostjudentum , il mondo del Giudaismo ebraico-orientale, dagli Ebrei secolarizzati e assimilati nelle città agli abitanti degli shtetlach (villaggi rurali a maggioranza ebraica ortodossa), a essere raccontato nel riflesso di un’oscurità sempre più incombente, a essere cantato e pianto in un buio in cui si sprofonda a ogni pagina.

Un albero genealogico di uomini spesso meschini e di donne gigantesche

Di caratteri diversi, di scelte e di errori, ma anche del cammino sempre più stanco di chi, privo di ogni salvezza, resta saldo nella speranza. Cosa resta, allora, cosa si salva dall’abisso? Forse, davanti alla macchina ferocemente perfetta e disumana del Nazismo, quello che Isaac Bashevis decide di far splendere in mezzo a tanta meschinità, davanti a tanta morte, è tutto ciò che rende gli esseri umani quello che sono, negli slanci come nelle cadute. Ci confrontiamo con personaggi imperfetti e per questo terribilmente reali, terribilmente umani, e che raramente scampano a un fallimento, a una decadenza sì economica, ma anche spirituale.

Gli Ebrei narrati in queste pagine sono come tutti gli uomini, senza alcuna certezza, uomini che sbagliano e si domandano se saranno puniti, uomini che amano, che si allontanano dalla propria casa per rimpiangerla sempre, in un mondo di esilio in cui non si riconoscono. Nella vita di ciascuno, sembra suggerirci Singer, non esiste mai la felicità completa, me c’è sempre un tarlo, un peso esistenziale, che rode la coscienza e la serenità degli uomini.

La famiglia Moskat è un ritratto particolareggiato di un mondo spazzato via che, più andiamo avanti a leggere, più scopriamo quanto sia andare in profondità tra le radici dell’esistenza, una ricerca di significato che abita, forse, nel bisogno di amare e di essere amati, forse nell’eterno ma imperscrutabile amore di D-o per le sue impotenti creature. Ed in mezzo a tanto buio, incredibilmente ci ritroviamo a parlare di vita, quella vita in cui a volte ci dibattiamo per quanto ci sta stretta, e da cui altre volte vorremmo nasconderci: uno degli auguri più comuni nella tradizione ebraica, usato per brindisi, feste e celebrazioni religiosi è, da secoli, Lecha’im, לְחַיִּים, una delle espressioni di gioia più belle e più ricche di tenerezza di sempre. Anche quando tutto sembrerebbe sgretolarsi, dovremmo ricordarcelo.