I mondi di Tolkien: I luoghi che hanno ispirato la Terra di Mezzo

Quando parliamo del Professor Tolkien, non possiamo considerare la sua opera come una mera saga fantasy: equivarrebbe a non rendergli giustizia e dimostrerebbe, forse, di non averne compreso la grandezza, letteraria e umana. Il Legendarium tolkieniano si colloca all’interno di un confine ben preciso, il mondo di Arda: non è semplicemente l’immaginario universo in cui si snodano le vicende narrate nel Signore degli Anelli, nel Silmarillion, in History of Middle Earth, ma è un mondo molto più reale di quanto pensiamo.

Un mondo fatto di creature, dagli Uomini, agli Hobbit, agli Orchi, di lingue diverse e concepite per essere reali, il Quenya, l’Ovestron, il Tengwar, di creazioni, di una lotta incredibilmente vicina a noi, quella universale tra il Bene e il Male (o che forse è quella che ci portiamo dentro più di qualunque altra) e, anche se può sembrare scontato, un mondo fatto di luoghi. Di luoghi che, a noi lettori, a volte sembrano tanto reali quanto le colline che circondano i nostri paesi, quanto i mari in cui impariamo a nuotare, quanto le montagne che ci troviamo a scalare.

Perché il mondo di Tolkien è così in grado di farci sentire a casa, nella sua vastità e nei suoi angoli più piccoli?

Forse perché non è perfetto, forse perché non porta in sé solamente cose piacevoli o scevre dal dolore, ma perché porta in se stesso l’intrinseca Bellezza che i nostri occhi umani, ma animati sempre da una scintilla di infinito, riescono a cogliere anche in maniera inaspettata, perché “Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle e, nonostante l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte” (cfr. JRR Tolkien, Il Signore degli Anelli, p. 433, ed. Rusconi).

Dal Reame Beato dei Valar, alle Aule di Mandos, fino ai fiumicelli della Contea, alle bianche pietre di Minas Tirith, ai prati di Rohan. Dai boschi di Lothlòrien e da Imladris, l’Ultima Casa accogliente a est del Mare, ai deserti salati di Rhun e al buio di Mordor. Da Tol Eressëa, a Numenor, a Valinor. Forse per noi questi luoghi hanno tanto senso e li percepiamo più reali proprio perché il Professore è riuscito a restituire nella Terra di Mezzo quanto i suoi occhi hanno visto nel mondo che ha conosciuto e vissuto, con le sue gioie e le sue meschinità, e che nonostante tutto ha continuato ad amare.

I luoghi che hanno ispirato la Terra di Mezzo

Ma dopo tutta questa forse vana dichiarazione d’amore per la Terra di Mezzo, per Arda, ha senso parlare di “I mondi di J.R.R. Tolkien: i luoghi che hanno ispirato la Terra di Mezzo”, di John Garth? Assolutamente sì, perché un conto è leggere e vedere il mondo del Legendarium con i nostri occhi, un conto è scoprire la Genesi della visione del Professore, non viziata dal nostro sguardo, per così dire, innamorato.

In questo volume, edito in Italia da Mondadori nel 2021, Garth raccoglie con minuzia enciclopedica, senza mai risultare pesante o didascalico, nomi, luoghi (reali e non, anzi, reali e diversamente reali), disegni, fotografie, lettere: nell’Introduzione troviamo citato lo stesso Tolkien, “Molti recensori sembrano pensare che la Terra di Mezzo sia un altro pianeta”.

Quel pianeta è il nostro, e prende il nome dal termine anglosassone che indica il mondo conosciuto. Ha sole e luna, querce e olmi, acqua e roccia. Nel viaggiare con i personaggi del Professore, visitiamo luoghi indiscutibilmente reali, e Garth ne è consapevole, proprio perché ne è catturato fin da bambino, quando (come ha dichiarato in una recente intervista a Laura Schmidt del Marion E. Wade Center/Wheaton College Tolkien Society), guardando la mappa della Terra di Mezzo che si trovava nella sua copia del Signore degli Anelli, si ritrovava a pensare: “Voglio andarci, voglio viaggiare in questo libro, voglio viaggiare in questo mondo”.

Il richiamo all’avventura

Il mondo di Tolkien, come ha chiamato Garth, così chiama noi: forse ci chiama tanto perché ci mostra un’avventura che, in realtà, è possibile anche nella cornice in cui viviamo. Nei nostri giorni non ci verrà chiesto di salvare la Terra di Mezzo, così come non ci verrà chiesto di distruggere l’Anello del Potere: ci verrà semplicemente chiesto di decidere cosa fare col tempo che ci viene dato e, nonostante nel nostro cuore molte volte ancora acerbo pensiamo di dover affrontare grandi imprese, la vera avventura sarà confrontarsi con la fatica di ogni giorno, con una realtà in cui i capelli imbiancano, con scelte che sembreranno chiederci solo la rinuncia a una vita tranquilla.

Tutto questo è vero, e immaginare che non esista non cambia le cose, né dà un qualche giovamento. Non è una storia per eroi senza macchia, anche se in fondo è quello che tutti vorremmo essere. Ma nemmeno gli Hobbit lo sono, nemmeno gli Elfi, nemmeno i Numenoreani: quello che troviamo tanto nel mondo del Professore quanto nel nostro, è la possibilità di costruire sì una vita fatta di giorni ordinari, ma in cui siamo chiamati a far sì che l’ordinario lasci spazio allo straordinario la possibilità di accadere.

Il volume, che si presenta in una meravigliosa veste grafica, è suddiviso in capitoli non legati tra loro a livello geografico e, in ognuno di essi, Garth ci porta in luoghi del nostro mondo che ci restituiscono i paesaggi della Terra di Mezzo, e in luoghi della Terra di Mezzo che ci restituiscono il nostro mondo.

Attraverso fotografie di oggi e di ieri, illustrazioni e disegni di J.R.R. Tolkien e di suo figlio Christopher, di illustratori che tanto hanno collaborato negli anni alla costruzione di un’Arda che si potesse vedere come Alan Lee, Ted Nasmith, John Howe, note storiche, mappe, appunti, accenni linguistici e richiami alla mitologia anglosassone, celtica, norrena e non solo, attraverso la prosa serena e mai banale dell’Autore, che non cerca in nessun modo di emergere rispetto all’argomento (e alla persona) di cui si parla ma che, anzi, fa sommessamente da voce narrante, siamo portati  in luoghi che ci sono familiari, seppur non li avremmo, forse, immaginati così.

Il mare come ultimo luogo dell’anima

Dall’Inghilterra alla Contea, dalla Terra di Luthien a Faërie, luoghi di guerra, torri e palazzi, arti e industria, antiche vestigia, e poi proseguire per paesaggi sì noti al Professore ma che possiamo ricollocare nel nostro vissuto,  montagne, fiumi, foreste, fino al Mare, il Mare. Quel Mare che chiama ogni personaggio, ma che chiama ognuno di noi: un Mare di cui abbiamo paura, eppure contiene quel pezzo mancante che accoglierebbe il frammento di eternità che ci portiamo dentro da quando veniamo alla luce e cominciamo a costruire il nostro mondo.

Un Mare che diventa solo un’altra via. Un Mare che splende, circondato da bianche sponde, sotto una lesta aurora. Perché per partire per un’avventura, partire per la propria strada, che, in fondo, non è altro che la vita stessa, basta accorgersi della Bellezza del mondo intorno a sé.

Chi tornerà dal Mare e potrà mirare il tempo lungo e fuggente?” (cfr. JRR Tolkien, Il Signore degli Anelli, p. 619, ed. Rusconi)

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