Jan Grue: “La mia vita come la vostra.”

Può guarire un corpo malato? Ma, soprattutto, che cosa vuol dire avere a che fare con un corpo che tutti identificano come malato? E, ancora, che cosa vuol dire “malato”? Queste sono solo alcune domande che Jan Grue fa a sé stesso e a chi legge il suo nuovo libro La mia vita come la vostra. Una storia autobiografica che fa immergere dentro una patologia intima, profonda e personale. Perché ci si può sempre rialzare, anche quando non sembra possibile.

Chi è Jan Grue?

Arriva dal freddo Nord Europa, ma la sua scrittura può essere considerata tutto meno che fredda e gelida, anzi. La sua storia e il suo stile scaldano il cuore, tagliandolo in alcuni momenti un po’ a metà e un po’ a pezzettini, ma con una delicatezza estrema che, alla fine, riesce a curarlo e metterlo a posto.

Scrittore e professore del Dipartimento di Sociologia e Geografia Umana all’Università di Oslo, è anche autore di un’ampia serie di opere di narrativa, saggistica, letteratura accademica e di libri per bambini. La mia vita come la vostra ha ottenuto il Premio della Critica norvegese ed è stato candidato al Premio del Consiglio Nordico. Inoltre, è stato tradotto con successo in tutto il mondo, ed il New York Times lo ha inserito tra i migliori libri di non­fiction del 2021. 

Che vita è la sua e che vita è la nostra?

Jan Grue è cresciuto ed è appena diventato padre. È in questo momento di grande cambiamento che avviene nella vita di una persona quando diventa genitore che ritira dalla casa dei suoi genitori un intero scaffale di cartelle cliniche. Le sue cartelle cliniche. Infatti, queste contengono la sua infanzia narrata dall’esterno, dai medici che gli hanno diagnosticato all’età di tre anni una patologia neuromuscolare e che da allora lo descrivono come un corpo difettoso con un futuro cupo e limitato.

Come stai bene – ed è quel bene, quel bisillabo in fondo a una frase di circo-stanza, che contiene tutto: ciò che sarebbe potuto succedere, ciò che non è successo. Stai meglio? No, rispondo, la mia forma fisica è più o meno la stessa di allora. La carrozzina è la stessa, cammino un poco, la salute regge. Però mi sembri stare meglio. La memoria ci gioca tanti scherzi, in combutta con le nostre aspettative. Il passato non è ciò che è successo allora, ma ciò di cui parliamo adesso.

Lui, però, non si è mai arreso e, soprattutto, non ha mai definito la sua vita come cupa, limitata, diversa. Anzi, quando scrive si chiede proprio se lo fa per raccontare la sua storia di salita o discesa, se lo fa per entrare dentro sé stesso o per capire se, in fondo, è sempre stato un essere umano come tanti altri. È sempre stato abituato a conservare i documenti perché per lui “significa lasciarsi alle spalle una scia di briciole, segnare il sentiero con un filo rosso. Significa non accettare di perdersi, esigere la verità.” Una verità nella quale, cronologicamente, però non riesce a rivedersi e a rispecchiarsi.

La diagnosi che salva: è davvero cosí?

Spesso e volentieri quando uno è alla ricerca di capire quello che ha e quello che succede, la diagnosi sembra quasi essere una boccata d’aria, perché finalmente ti fa dire: ecco, ora so come posso andare avanti e come gestire la situazione. Allo stesso tempo, però, nessun quadro clinico è mai identico all’altro perché dietro un’etichetta c’è sempre una persona e, proprio perché gli esseri umani sono tanti e tutti diversi, ognuno di loro può reagire in modo diverso alle cure. Una diagnosi può, quindi, creare delle gerarchie. Perché sì, anche nel mondo della disabilità, nel mondo della salute mentale, si creano, volenti o nolenti, delle gerarchie, quasi come se il dolore potesse valutarsi sulla base di quale tipo di carrozzina decidi di comprare.

Nella vita di Juan Grue, oltre al suo corpo, esiste questo oggetto: la carrozzina. Diventa una sua parte importante, quella parte che sostiene e aiuta, quasi quanto piú del braccio di una persona. Ma lui non se ne vergogna, anzi. In questo suo memoir racconta di quando sulle dating app la mostrava in foto perché, giustamente, faceva parte di lui, quindi perché non essere sinceri fin da subito?

Una diagnosi non è il destino, anche se è facile crederlo. È più semplice non approfondire. Che cos’è questo sguardo acuto e penetrante, eppure svogliato e noncurante, che da un lato separa ciò che non si dovrebbe separare e dall’altro mescola cose diverse?

Dove la mente non arriva, il corpo parla

Nelle pagine di questo libro il corpo è al centro di tutto. Si parla di un corpo malato, di un corpo che chiede aiuto, di un corpo che parla da solo, di un corpo al quale è stato detto che non ce l’avrebbe fatta. Ma, soprattutto, si parla di un corpo che si unisce ad un altro, che si mescola e crea una nuova vita, che cambia forma tutte le volte che vuole e che non si arrende mai. Si passa dalla rassegnazione all’accettazione, perché non è colpa di nessuno se è quello che è, e non c’è niente di sbagliato a soffrire per quello che è.

Poi, ad un certo punto, qualcosa può cambiare. La narrazione prende una piega diversa, perché la memoria prende una piega diversa. Basta una telefonata, basta il ricordo di “una malattia degenerativa ma senza nessuna degenerazione”. Si guarisce, la diagnosi sparisce, e che succede al corpo? Quello rimane. Rimane la fragilità che abita ormai le ossa, rimane la debolezza che non sempre ci fa alzare ma, allo stesso tempo, si creano nuove connessioni neurali, nuovi movimenti e nuove consapevolezze.  

Vorrei pensarmi a prescindere dal mio corpo, a prescindere dalle mie caviglie rovinate e logore. Ma non esiste un me senza questo corpo, un me con un corpo non segnato, altrimenti sarebbe un corpo che ha vissuto un’altra vita.

Mente e corpo sono legati. Sempre. Jan Grue ce lo insegna pagina dopo pagina, raccontandoci stralci di vita di alcuni scrittori che sono diventati, per lui, fondamentali in questo processo. C’è Joan Didion, con la sua depressione e il suo dolore, c’è Mark O’ Brien con la sua poliomielite e con il quale condivide carrozzina e università di Berkley, e poi ci sono tanti altri scrittori, sociologi, filosofi a cui l’autore si appella tra un ricordo ed un altro.

La cura come conclusione

Non iniziate questo libro chiedendovi se si può guarire, perché il punto non è qui. Il punto di queste pagine sono quelle di farci vedere in che modo ci si può prendere cura, chi può farlo, che cosa vuol dire prendersi cura e, soprattutto, come comunicare i propri bisogni. Il nostro corpo può cambiare e dobbiamo essere noi a leggerlo con un linguaggio diverso da quello medico. Cosí come ha fatto e fa tutt’oggi, ancora, Jan Grue.