James Baldwin: nessuno sa il mio nome

Ormai da tempo assente sugli scaffali delle librerie italiane, Nessuno sa il mio nome, la raccolta di saggi di James Baldwin, pubblicata per la prima volta nel 1965 da Feltrinelli, torna finalmente in una nuova edizione curata dalla casa editrice Fandango.

Ma, attenzione, al suo seguito porta con sé anche gli altri scritti dell’autore, già pubblicati dalla casa editrice romana, in una nuova veste grafica a cura di Francesco Sanesi e Van Dé Die, per celebrare i cento anni di amore e di lotta dell’autore.

Il fardello identitario

Interrogarsi sulla propria identità e faticare a darsi delle risposte è un fardello che prima o poi accomuna tutti gli esseri umani, tuttavia quando sei americano e nero le cose si complicano ulteriormente.

Il filo conduttore che lega queste riflessioni, scritte tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, è infatti la questione dell’identità nera, in primis, ma anche di quella americana, non meno importante per l’autore.

Nella prima parte della raccolta, A casa…, James Baldwin constata come trovare qualcosa che accomuni i neri americani tra loro, indagando oltre il colore della pelle, non è affatto semplice, così come non lo è per gli americani tra loro. Infatti è possibile definirsi, sembra dire l’autore, soltanto in rapporto con l’altro, a ciò che è diverso da noi. Ecco perché la permanenza a Parigi sarà così importante per lo scrittore, sia per comprendere la sua identità nera…

In Europa diventò chiaro, come mai prima qui in America, che fra noi ci conoscevamo infinitamente meglio di quanto ci conoscesse qualsiasi europeo. E diventò chiaro anche che ovunque fossero nati i nostri padri e per quanto avessero sofferto, la nostra comune formazione europea faceva parte della nostra identità e del nostro retaggio.
Trascorsi due anni a Parigi, prima di capire tutto questo. […] Fu Bessie Smith, con la sua voce e le sue cadenze, ad aiutarmi a recuperare come avevo parlato un tempo, da bambino, e a ricordarmi le cose che avevo sentito e visto e provato. Le avevo sepolte in me, nel profondo. In America, non avevo mai ascoltato Bessie Smith (così come per anni mi ero sempre rifiutato di mangiare angurie), ma in Europa mi aiutò a riconciliarmi con il fatto di essere un “nero”.

… sia per cogliere la sua identità americana:

Non ci si meravigli, intanto, se gli scrittori americani continuano a rifugiarsi in Europa. […] L’Europa ha ciò che noi ancora non abbiamo, il senso degli arcani e inesorabili limiti della vita, in una parola, il senso della tragedia. A nostra volta, noi possediamo ciò di cui l’Europa ha doloroso bisogno: un nuovo senso della possibilità che la vita offre.

Che cos’è la cultura?

Nonostante si tratti di una raccolta di saggi, Baldwin non rinuncia a utilizzare uno stile narrativo, tanto da regalare al lettore magnifici quadri di paesaggi e ritratti di intellettuali; particolarmente evidente nel secondo saggio, Principi e poteri, dove l’autore scrive del primo Congresso degli scrittori e artisti neri (Le Congrés, des écrivains et artistes noirs) tenutosi a Parigi nel settembre del 1956 come fosse un racconto.

La narrazione infatti si apre con un’amena descrizione della città:

Era una di quelle giornate terse e calde che ci piace considerare caratteristiche della capitale intellettuale del mondo occidentale. Le terrazze dei caffè erano affollate, i boulevard pieni di ragazzi e ragazze, le strade percorse da biciclette pressate da chissà quali urgenti commissioni. Cose e persone sfoggiavano allegria, perfino i vecchi palazzi di Parigi, che non dimostravano i loro anni. Chi non poteva pagarsi un affitto, poteva almeno, grazie al sole, godersi la strada e sedere indisturbato nei giardini. I ragazzi e le ragazze, gli anziani e le donne che non avevano niente da fare né un posto dove andare, né programmi stabiliti o che avrebbero potuto esserlo per loro da altri, contribuivano a far bella Parigi passeggiando sui Lungosenna. I giornalai erano allegri, e così i loro clienti. Perfino gli uomini e le donne che facevano la coda davanti ai fornai – c’era uno sciopero dei panettieri, in quei giorni – avevano l’aria di esserci abituati e di non prendersela.

Subito dopo Baldwin descrive gli intellettuali presenti al congresso e le loro posizioni su molteplici temi affrontati. Particolarmente interessante è osservare come lo scrittore si inserisce nel testo; egli non prende parte ai discorsi, si limita ad ascoltare le varie opinioni e raramente esprime il suo giudizi su queste ultime. Il suo è un atteggiamento, ancora una volta, da narratore, illustrando ciò che accade con tacito rispetto e ascolto.

Vale la pena riflettere assieme a James Baldwin e agli altri intellettuali presenti al Congresso (tra i quali ricordiamo Alioune Diop, Richard Wright, Leopold Senghor, Aimé Césaire e Jacques Alexis) sulla questione della cultura nera.

Nel contesto del congresso, la questione era inevitabilmente subordinata a un’altra, e cioè: è possibile chiamare “cultura” ciò che potrebbe, dopotutto, non essere altro che una storia d’oppressione? Questa storia e gli avvenimenti attuali che coinvolgono milioni e milioni di individui separati da migliaia di chilometri e sparsi in tutte le regioni del mondo, che operano, e hanno operato, in circostanze diversissime, sortendo effetti diversissimi, e che hanno originato un’infinita varietà di storie secondarie, problemi, tradizioni, possibilità, aspirazioni, postulati, lingue, ibridismi, questa storia basta per aver reso i popoli neri della terra qualcosa che si possa a buon diritto definire “cultura”? Che cosa, a parte il fatto che tutti a un certo punto hanno lasciato l’Africa, hanno davvero in comune i neri?
E tuttavia, a mano a mano che il dibattito procedeva, appariva chiaro che c’era qualcosa in comune a tutti i neri, qualcosa che li univa al di là dei punti di vista contrastanti, e collocava in un medesimo contesto le loro esperienze tanto diverse. Quello che avevano in comune era il precario, indicibilmente penoso rapporto con il mondo bianco. Quello che avevano in comune era la necessità di reinventare il mondo a loro immagine, di imporre questa immagine al mondo, senza più essere controllati dalla visione del mondo, e di loro stessi, dagli altri. Quello che riassumendo i neri avevano in comune era la pena della condizione umana, una pena che univa persone che altrimenti sarebbero state lontane persino nella definizione dell’uomo.

Generazioni a confronto tra il Nord e il Sud degli Stati Uniti

Se la storia degli stati del Sud ha mostrato con con chiarezza i suoi problemi con il razzismo, rivelandosi luogo fertile per il segregazionismo e i pericolosi movimenti razzisti, gli Stati del Nord, per quanto più tolleranti, non sono liberi da colpe.

Basta osservare un quartiere come Harlem, descritto da Baldwin in maniera limpida, in cui emerge l’amarezza di ogni strada, di ogni abitante. Per i bianchi del Nord sembra più semplice lavarsi le mani e non affrontare la questione razziale, lasciando che le cose facciano il loro corso, ma avendo premura di non dare troppo spazi ai neri, confinandoli tacitamente in specifici quartieri della città.

Il problema fondamentale infatti è l’incapacità dei bianchi di considerare le persone nere come semplici esseri umani, un problema che si presenta in forme differenti da Nord a Sud del Paese: da un lato viste come vittime e dall’altro come incapaci.

Né il bianco del Nord né quello del Sud riescono a considerare il nero semplicemente come un uomo. Sembra indispensabile all’autostima nazionale che il nero venga considerato o una specie di incapace sotto tutela (e in questo caso ci fanno sapere quanti neri l’anno scorso hanno acquistato una Cadillac e quanto pochi, in paragone, sono stati linciati), o una vittima (e in questo caso ci assicurano che non voterà mai nelle nostre assemblee e non andrà mai a scuola con i nostri bambini).

Anche la risposta nera all’atteggiamento razziale, constata Baldwin, è profondamente differente tra vecchie e nuove generazioni: da un lato il movimento musulmano insiste sulla totale separazione delle razze poiché «non si aspettano assolutamente niente dai bianchi di questo paese», dall’altro invece il movimento studentesco è pronto a lottare incessantemente per liberare l’America dal razzismo portando avanti «un atto di fede» verso la nazione. Le posizioni sono così in contrasto per ragioni generazionali e Baldwin, se da una parte ha fiducia nella lotta, dall’altra non condanna posizioni più conservative perché ricorda come, durante la sua gioventù, i bianchi plasmavano le menti dei giovani neri sui banchi di scuola e non solo:

Quand’ero ragazzo, s’insegnava ai neri di questo paese di vergognarsi dell’Africa. Lo si insegnava loro senza tanti giri di parole, per esempio affermando che l’Africa non aveva mai offerto il “minimo” contributo alla civiltà; oppure, in modo più subdolo ma con la stessa finalità, al cinema, mostrandoci dei cannibali ballare seminudi con movenze buffonesche, e che erano quasi sempre cattivi, talvolta ridicoli, talvolta l’uno e l’altro insieme.

… con tutto nella mia testa

La seconda parte di Nessuno sa il mio nome si concentra maggiormente su temi ed episodi legati al suo essere uno scrittore. Lo stile di James Baldwin si fa sempre più narrativo, arguto e magnetico, trasportando il lettore tra le strade di Harlem, i caffè parigini e le feste mondane newyorkesi.

Il saggio su André Gide gli serve per riflettere sulla prigionia della mascolinità e sull’omosessualità; il racconto dell’intervista al regista svedese Ingmar Bergman mette in luce la sensibilità dell’artista e la sicurezza della sua identità, contrapposta al processo di “americanizzazione” che pian piano sta invadendo le città europee; il toccante ricordo di Richard Wright evidenzia quanto sia importante sentirsi rappresentati anche quando si è in forte contrasto d’opinioni.

Un falso tentativo di autofiction presenta gli scritti contenuti in questa seconda parte, o meglio, degli Appunti per un ipotetico romanzo. Con piglio critico descrive il processo creativo di uno scrittore che si appresta a scrivere di sé e del suo passato per farne soggetto di un romanzo:

Sono nato in una lunga strada di Harlem, in quel quartiere che allora era chiamato “il fosso” e che oggi si chiama “il fosso dei drogati”. Erano gli anni Venti e, quando nacqui fioriva il cosiddetto “Rinascimento nero”; il più eminente sopravvissuto di quell’epoca è Langston Hughes. “Rinascimento nero” è un’espressione elegante che significa che i bianchi avevano scoperto come i neri erano in grado di recitare, scrivere, cantare e ballare.

Indossando i panni del romanziere torna qui sugli stessi temi precedentemente affrontati, in particolare continua la sua riflessione sull’identità nera e americana. Il resoconto del suo passato, reale e immaginario, sembra voler rispondere ad una sola, incessante domanda: io, chi sono?

[…] non si può smettere di interpretare una parte solo perché ci si rende conto di interpretarla. Tutte le parti sono pericolose. Il mondo tende a intrappolarti e bloccarti nella parte che hai scelto; e non è sempre facile – anzi, è sempre molto difficile – conservare una specie di beffarda e vigile distanza tra come si appare e come si è realmente.