Iran: una storia privata di Shida Bazyar

«Non c’è nulla di privato, c’è solo la rivoluzione» urla lo strillo in quarta di copertina. E invece Di notte tutto è silenzio a Teheran di Shida Bazyar (Fandango editore, traduzione di Lavinia Azzone) è sì la storia dell’Iran, ma è anche una storia privata, di famiglia, fatta di piccoli segreti, sconfitte e bisbigli sotto le coperte.

La rivoluzione

È il 1979 e Behsad è un giovane rivoluzionario comunista pieno di speranza e voglia di combattere. Le strade di Teheran pullulano di uomini e donne vittoriosi, volevano un cambiamento e sono scesi in piazza per ottenerlo. Ora c’è fermento in città, il sangue non è ancora stato lavato via del tutto dai marciapiedi, ma lo Scià non c’è più, il futuro è possibile.

Eppure, Behsad si rende presto conto che lui e i suoi amici hanno già iniziato ad abbassare la voce, che le loro riunioni assumono sempre più un’aria di clandestinità, perché «è molto più facile credere a un dio che a idee nuove» e lo Ayatollah Khomeini riempie le piazze e i programmi tv. E allora la lotta continua, trasformata, ma non meno forte, pericolosa e Behsad ne è il portavoce, l’uomo che parla poco e che tutti ascoltano, che tutti seguono.

L’esilio

È il 1989 e Behsad è un esule. Ha abbandonato l’Iran perché non poteva fare altrimenti, non se voleva continuare a vivere. La rivoluzione è riuscita solo fino a un certo punto e ora è pericoloso per lui e per la sua famiglia. In Germania è la moglie Nahid a prendere la parola e a raccontarci cosa c’è dopo la rivoluzione. Lei, che ha condiviso con Behsad la passione per la lotta e che ora vive in attesa, dei documenti, della burocrazia, dei notiziari, delle telefonate da casa, quella casa che non è più sua. In attesa di un cambiamento che renda finalmente possibile tornare.

Ed è strano che non ci sia affatto la paura di parlarne ad alta voce, forse perché tutto il resto è già proibito, perché si teme già troppo per temere tutto.

Il ritorno

È il 1999 e Laleh, la figlia di Nahid e Behsad, torna in un Paese a cui appartiene, ma di cui conserva solo ricordi vaghi, sprazzi di memorie che le fanno sentire una nostalgia di cui non si libererà mai, per tutta la vita. Laleh è iraniana, ma è anche tedesca ormai, ha due patrie, ma è come se non ne avesse neanche una, a mezzo ovunque vada, diversa e fuori luogo in qualsiasi posto.

Ma ora Laleh è a “casa”, lo capisce dalla risata squillante di sua madre Nahid, quella risata che in Germania non ha mai sentito, lo capisce dai parenti sempre in visita che la ammirano come fosse un gioiello prezioso. Eppure sa, nel silenzio della notte, che a Teheran è tutto finto, che è solo una facciata che nasconde crepe che lei ancora non riesce a capire, ma che presto faranno un gran frastuono.

La rivoluzione, ancora

È il 2009 e Mo, il fratello di Laleh, è un giovane universitario pieno di domande e voglia di combattere. Guarda i notiziari e i video su YouTube che mostrano le strade di Teheran verdi di striscioni e manifesti. I suoi coetanei, i suoi familiari, donne e uomini, sono compatti in una protesta pacifica che però non genera meno sangue delle lotte a cui aveva partecipato suo padre Behsad anni prima.

Mo si sente addosso il peso della vergogna e della responsabilità, non è lì eppure dovrebbe anche lui lottare, a modo suo. Così attraverso i suoi occhi e le sue domande vediamo le proteste in Iran e gli scioperi in Germania, torniamo alla rivoluzione e al senso di sopraffazione che tutti nella sua famiglia hanno provato almeno una volta, pur senza riuscire mai a parlarne davvero. 

Io non vedo molto, penso, io non vedo molto perché qualche volta guardo per tessa quando passano le immagini in tv, perché qualche volta chiudo gli occhi, perché io sono qui e non sono lì, e non vedo molto adesso, io non posso vedere molto.
Di notte tutto è silenzio a Teheran-Iran

Da leggere se…

Siete curiosi e affascinati, se vi interrogate sulla storia recente e su cosa significa oggi essere esuli. Di notte tutto è silenzio a Teheran è un romanzo pieno di riflessioni sul senso di appartenenza e di famiglia, sull’integrazione e sulle storie che le persone si portano dentro, sui diritti che diamo per scontati e sulla difficoltà di essere figli e figlie a metà tra due Paesi. Shida Bazyar ha saputo costruire una storia attuale priva di retorica con una scrittura delicata che riesce ad andare oltre la superficie.