Io resto re dei miei dolori di Philippe Forest

Nel 1954, all’alba degli Ottanta anni di Winston Churchill, il pittore Graham Sutherland viene incaricato di realizzare un ritratto del Primo ministro. Il romanzo di Forest si incentra su questo evento, ispirato anche da alcune scene nella nota serie The Crown, ed immagina una conversazione tra due personaggi così apparentemente opposti tra loro. Ne nasce un dialogo in cui si condensano passioni, vita e morte, che porta i due personaggi a confrontarsi ed aprirsi, scoprendo di condividere qualcosa di più, oltre il tempo che passano insieme: l’amore per la pittura e la perdita prematura di un figlio.

Si va in scena

Il bicchiere, il sigaro, perché no? Dopo tutto i monarchi di un tempo avevano diritto ai loro emblemi. Non li si rappresentava mai in tutta la maestà della loro divisa d’apparato: lo scettro in mano, bardati nelle loro armature, piume in testa, talora a cavallo del loro più sontuoso destriero. Dovrebbero osare un ritratto equestre come se ne vedono a Windsor, tra tanti altri quadri dello stesso genere il suo non sfigurerebbe e potrebbe anzi, perché no?, fare un gran bell’effetto

Il sipario sta per aprirsi, gli attori entrano in scena, le luci si accendono, gli spettatori ansiosi prendono posto per gustarsi lo spettacolo. Philippe Forest decide di scrivere una storia basandosi su evento apparentemente semplice, le sedute di un ritratto, e lo fa dando voce a degli attori, in un luogo fuori dal tempo e dello spazio quale è il teatro, d’altronde il romanzo somiglia al teatro perché somigliano entrambi alla vita.

Il lettore si trasforma in spettatore, non è solo a godersi lo spettacolo ma lo fa insieme ad altre centinaia di persone, mentre sul palcoscenico viene messo in scena il dramma della vita, della vecchiaia, delle occasioni mancate, della solitudine e del dolore, cieco e assordante, della perdita.

La bravura di Forest, con la sua scrittura scorrevole e intrisa di richiami al mondo shakespeariano, sta nel portare in scena questi due personaggi, l’uno austero e rigido, chiuso nella posizione di rilievo che riveste, l’altro, il pittore, pronto a ritrarre uno degli uomini più famosi del suo tempo. La conversazione che ne imbastisce è schietta, spontanea e naturale, ma mai banale. I due scoprono di avere una affinità, di amare entrambi la pittura, ma di averne opinioni divergenti e con la stessa semplicità con la quale, nel terzo atto, Churchill chiede al pittore “Le piace Rubens?” così dirà “Sapevate che anche io ho perso un bambino?”.

Due domande, accomunate dall’apparente semplicità e naturalezza, celano tutto il dolore e la desolazione di un uomo, Churchill, per la perdita della figlia, Marigold, a soli 4 anni. Dall’altra parte dello spazio scenico, lo stesso dolore è condiviso dal pittore. Un tema, quello della perdita e della sofferenza, che ricorre spesso in Forest, il quale ha perso la figlia a soli quattro anni, ed emerge in altri scritti, come in Tutti i bambini tranne uno (Alet, 2005), vincitore del Prix Femina du Premier Roman 1997.

Si giunge all’epilogo, il sipario si chiude, il ritratto è completato, le luci si spengono, il pittore si congeda, non si rivedranno mai più. Gli attori che tornano nei loro camerini sono consapevoli di essersi fatti carico di altre emozioni, di gioie e di dolori, così come anche gli spettatori, quando si chiudono le porte del teatro, e allo stesso il modo il lettore, quando terminano le pagine del libro.

Cosa ne è stato del ritratto? Churchill non ne fu entusiasta e ad oggi non è possibile ammirarlo. Dopo la presentazione in una cerimonia pubblica alla Westminster Hall, sembra che esso sia stato portato nella casa di campagna del Primo ministro, a Chartwell, ma mai esposto, finché di esso non si persero le tracce, distrutto probabilmente poco tempo dopo la sua consegna.