Io che non ho conosciuto gli uomini di Jacqueline Harpman

Un lungo flusso di coscienza senza interruzioni e capitoli che spezzano e dividono la narrazione, Io che non ho conosciuto gli uomini è un romanzo che non definirei propriamente distopico, ma più un post apocalittico. Se vi aspettate di immergervi in una storia che racconta di un futuro alternativo con descrizioni e dettagli accurati, allora questo libro non fa per voi; se, invece, cercate una storia ricca di spunti di riflessione sull’esistenza, sul ruolo delle donne nella società e sulla sopravvivenza, leggete subito questo romanzo. Il testo è uscito di recente per Blackie Edizioni, al suo interno troverete una forte componente introspettiva e analitica, inevitabile visto che l’autrice è una affermata psicoanalista belga.

40 donne rinchiuse in una cella

In un bunker sotterraneo, 39 donne e una bambina, sono tenute in isolamento in una cella.
Non hanno alcuna memoria di come sono arrivate lì, di cosa sia successo nel mondo per portare alla loro reclusione. Sono strettamente sorvegliate da alcune guardie, che non permettono che abbiano alcun contatto fisico o che esprimano alcuna emozione, altrimenti le minacciano con il sibilo di una frusta.
Le guardie, oltre a fornire due volte al giorno gli alimenti da cucinare, non rispondono alle loro domande e non hanno alcun tipo di interazione.

Nella cella non c’è nessuna nozione del tempo e i ricordi delle loro vite passate si affievoliscono giorno dopo giorno. Si va avanti per inerzia, non c’è più motivo per sopravvivere e ogni tentato suicidio viene ostacolato.

Tra tutte le donne c’è però una bambina, che dapprima isolata per la sua diversità perché a differenza delle altre non ha mai avuto un passato nel mondo reale, diventerà la chiave di svolta di tutta la storia.

Una protagonista diversa da tutte le altre

La storia è raccontata in retrospettiva proprio dalla più piccola delle donne, ormai anziana e giunta alla fine dei suoi giorni per via di un male all’utero. “La piccola” così chiamata da tutte le donne, visto che non ha mai avuto un nome suo personale, è cresciuta nel bunker, non ha mai conosciuto i suoi genitori, non ha vissuto esperienze, non ha ricordi del mondo.

E’ una creatura di quel mondo, proprio per questo la sua diversità e le continue domande poste alle altre donne, crea scompiglio e incomprensione, ostilità. Fin quando all’interno del bunker, in seguito al suono di un allarme e della caduta delle chiavi della cella da parte di una guardia, la piccola riesce ad aprire la porta e le donne si ritrovano “libere”.

La tanto agognata libertà non è come avevano sempre immaginato.
Ad attenderle c’è una terra arida, priva di costruzioni, di altri esseri viventi, anche le piante scarseggiano.
E’ arrivato il momento per loro di sopravvivere in mezzo al nulla, ma la domanda che si pongono tutte è “A che scopo?“.

Tra il post apocalittico e la distopia

Come già introdotto all’inizio dell’articolo, non mi sentirei di definire questa storia come una distopia, ma più come un post apocalittico. Non sappiamo come le donne si siano trovate rinchiuse o cosa sia successo al mondo, che ruolo avessero le guardie o dove si trovassero i generatori che per anni e anni, continuavano ad alimentare la struttura; sappiamo solo che è successa una tragedia, che il mondo non è più quello di prima, le donne si trovano ancora sulla Terra? O si trovano su un altro pianeta?
Sono tante le domande senza risposta, che continuano a creare confusione nel lettore, anche dopo il termine della lettura.

Romanzo post apocalittico perché come in La strada di McCarthy, le donne tentano disperatamente di sopravvivere, di ingegnarsi, di trovare uno scopo. A livello di atmosfere ricorda molto La strada, il senso di sospensione, di sgomento davanti le scoperte che non fanno presagire nulla di buono, questa lotta per la vita, la continua speranza di trovare una traccia dell’uomo.
Questa angoscia avvolge il lettore e lo fa stare in allerta, lo scuote.

Un romanzo introspettivo

L’elemento caratterizzante “Io che non ho conosciuto gli uomini” è sicuramente l’introspezione, da cui scaturiscono numerose riflessioni. Tra i vari temi su cui riflettere c’è sicuramente quello del senso della vita e del ruolo della donna.

Per quanto riguarda il primo tema, le donne avendo vissuto una vita precedente non riusciranno mai a trovare un senso, ma la piccola che non ha mai conosciuto niente a parte quello, riuscirà a trovare uno scopo, attraverso l’esplorazione, l’imparare cose nuove, dandosi da fare. Sul ruolo della donna, le riflessioni sorgono in merito alla femminilità e su come questa dipenda dal contesto in cui si vive, anche in questo caso la differenza tra le donne e la bambina è netta. Quest’ultima, infatti, è sterile, non avrà mai le sue prime mestruazioni, non conoscerà il piacere, ma svilupperà altre capacità e caratteristiche.

In conclusione, si tratta di un romanzo molto originale e particolare che sta riscuotendo molto successo.
Si legge tutto d’un fiato, anche per via della sua brevità e riesce a stupire, oltre che far riflettere.