Invernale di Dario Voltolini

Un romanzo crudo e commovente quello di Dario Voltolini, Invernale, edito La nave di Teseo e finalista al Premio Strega 2024, proposto dallo scrittore Sandro Veronesi con la seguente motivazione:

Ci sono libri così belli da sbalordire. Cos’hanno in più degli altri? Magari l’autore ha già scritto altri libri molto belli, è una figura nota, apprezzata, i suoi punti di forza sono ben conosciuti e la qualità della sua scrittura non dovrebbe sorprendere nessuno: eppure in quei libri lo fa, sorprende, sbalordisce. Perché? Perché tutt’a un tratto sembra che quell’autore sia nato per scrivere quel determinato libro, e che tutti gli altri che ha scritto prima non siano stati altro che un passo per arrivare a scriverlo? Io non so rispondere a queste domande, ma so che ogni volta che apro un libro, ogni santa volta, in cuor mio spero che si tratti di uno di quei libri, così da ritrovarmi ancora una volta sbalordito per la bellezza e confuso in questo mistero.

Invernale di Dario Voltolini è uno di quei libri.

La bravura di Voltolini è nota. La luminosità della sua scrittura è nota. La genialità del suo modo di raccontare il mondo è nota. Eppure nessuno dei suoi libri precedenti mi aveva sbalordito come questo – ed è per condividere il mio sbalordimento che ho deciso di presentarlo per l’edizione 2024 del Premio Strega.

È un libro che parla di nostro padre, sapete. Del nostro padre macellaio che esce dalla cella frigorifera con la bestia sulla spalla, che le mozza la testa col coltellaccio e che grida solo per un istante sopra al vocio della gente quando per sbaglio si stacca un dito con un fendente. Ricordate? Parla del padre di noi tutti, invincibile, invulnerabile, che lavora senza sosta mentre noi studiamo; del nostro padre generoso che regala la carne agli zingari; del nostro padre immortale che si ammala e muore, d’estate, ancora giovane, lasciandosi dietro un tempo supplementare lungo ormai più di quarant’anni nel quale continua a sfrecciare nei nostri sogni al volante della sua Lancia. Parla di Gino, questo romanzo bellissimo, di nostro padre Gino Voltolini.

La carne e il corpo

Confusione, rumore, carne, sangue: così si apre il romanzo di Voltolini.

Protagonista è il macellaio Gino, padre dell’io che racconta, che si distingue chiaramente all’interno dell’incipit perché in netto contrasto rispetto al resto degli elementi presenti: caotico e chiassoso il mercato, preciso e silenzioso il banco della carne. Freddo e chirurgico l’uomo infilza il coltello nelle carni, inchiodate in fila ordinata alle sue spalle, preparando con cura i pezzi richiesti dai clienti.

L’atto contiene in sé una crudezza che potrebbe disgustare gli animi più sensibili, eppure il lavoro dell’uomo è talmente intimo da apparire come un atto di devozione:

Spaccare la testa dell’agnello che sembra guardarti con le sue pupille che non vedono nulla, farlo in centro, le ossa, la lingua emerge. Spaccare con pochi colpi nello stesso solco. Si vede l’anatomia della testa, i meati della respirazione, la teca del cervello, l’attacco della vertebra nel cranio. Prendere velocemente mazzi di alloro e rosmarino – se c’è, della salvia – pregustare in verità il profumo del cibo nella casa del cliente questa sera, ingolosirsi, presumere il tipo di cottura che faranno. Immaginare in un lampo la casa del cliente, inventarsi ospiti stasera, ritornare immediatamente in questo momento, dare il resto, chiedere a quell’altro e a quell’altra “desidera?”. Percepire nel frastuono l’ordinazione: una coscia, una spalla. Prendere la coscia e sezionarla nella porzione di tempo liberatasi intorno al ceppo, nessun attimo da perdere, menare fendenti nelle scapole della bestia, nei muscoli della bestia fino a spaccare l’osso che questi ricoprono.
A casa non si riesce, con i coltelli che si hanno in cucina. È qui che va fatto il lavoro del coltellone, il gesto che in casa non si può fare, quello del decapitatore.

Difatti l’agnello, chiaro simbolo biblico e sacrificale, viene decapitato, sì, ma con rispetto: stride nella mente del lettore questa immagine talmente cruda da risultare quasi disgustosa.

Poi un momento di distrazione e tutto muta.

Il sangue dell’animale e quello del macellaio entrano in contatto, finiscono per confondersi: il corpo dell’uomo non accetta quel sangue alieno e, inevitabilmente, si ammala.

Oltre la freddezza invernale

La malattia debilita il corpo di Gino, costringendolo a lasciare frequentemente il banco della macelleria sino a doverlo infine abbandonare. Per lui però lasciare il lavoro significa anche rinunciare all’atto sacro del taglio, a quegli attimi di devozione e contemplazione che porta con sé, dire addio a una parte significativa e intima della sua esistenza.

Pian piano Gino si incupisce sempre di più, la vita perde di significato e gli unici momenti di vigore sembrano essere quelli dedicati alla visione delle partite di calcio in televisione. Chi scrive però è Dario, suo figlio, ed è il suo punto di vista quello al quale il lettore si affida: non tanto la malattia, ma il rapporto padre-figlio è il vero protagonista, silenzioso, di Invernale.

Lui si alza. La lattescenza del mattino. Ci sono mangrovie che piovono legno nell’acqua, fanno cattedrali che si specchiano in laghi senza trasparenza, sbarre che scendono e irretiscono tutta la scena in una geometria di gabbia. Ci sono aurore boreali che sventagliano nei cieli gelati come scogliere che disperatamente vogliono emanciparsi dall’assalto dell’oceano che sempre si muove, e allora ci divincoliamo anche noi scogliere, sempre ferme a reggere gli urti senza intelligenza della massa d’acqua, in alto nei cieli, festoni festanti, ci divincoliamo come sipari che non ne possono più di tutto questo cazzo di teatro.

Il protagonista osserva suo padre: un uomo ruvido e taciturno, fagocitato dalla malattia. Tenta di comprenderlo, di stargli vicino, di sostenerlo nelle cure e nel cammino luttuoso che ormai si è avviato, eppure trovare un terreno d’incontro non è semplice per loro, che si amano profondamente ma con la freddezza che il rispetto dei ruoli necessita: soltanto l’interesse per le partite in tv sembra accomunarli.

La difficoltà del loro rapporto non è mai esplicitata da Dario Voltolini e nemmeno l’affetto che li lega: nelle parole, spesso liriche e taglienti del figlio, però, è mostrata la distanza che li separa e, al contempo, il legame che li unisce.

Un romanzo toccante, Invernale, e commovente, in cui la crudezza e il lirismo delle immagini si mescolano creando uno stile pulito e delicato. Voltolini utilizza con sapienza le parole, facendo percepire al lettore tutto ciò che viene taciuto, mettendo in luce il non detto.

Esistono momenti in cui in un lampo appare in tutta la sua evidenza che c’è qualcosa che sta da un’altra parte rispetto alle emozioni e ai sentimenti. Qualcosa che sta prima di loro, che sta dopo e che quindi sta anche mentre, ma non è un’emozione, non un sentimento, non si sa cos’è. È un lago di pietra perpetua che si intravede in un baleno di notte, è uno stato. La festa non festeggia, la gioia non può gioire. Persino la paura è annichilata da quel lago intravisto e immediatamente scomparso, che però c’è, come se fosse l’unica cosa che c’è, sebbene ciò sia falso. La rabbia si è sconvolta lei stessa nei suoi visceri, sparandosi addosso, si è suicidata in un suo stesso eccesso. La tristezza è qualcosa che svanisce di colpo davanti a quella pietra, proprio lei che con falsa umiltà pretende di avere l’ultima parola di fronte a certe circostanze – una parola di circostanza, appunto.

Il dolore e l’amore, quando così forti, sono indicibili, tuttavia palpabili in ogni frase.