Inadeguatezza a se stessi: Il tumulto di Sélim Nassib

Il tumulto, ultimo romanzo di Sélim Nassib, autore ebreo libanese naturalizzato francese, pubblicato da e/o e tradotto da Alberto Bacci Testasecca, è una storia di smarrimento, di identità, di inadeguatezza. Ci parla del Libano della seconda metà del Novecento, dal 1956 al 1982, di una Beirut scanzonata ma, progressivamente, sempre più martoriata. Di una terra fatta di minoranze, di due catene di montagne tra le quali si sono mescolati sciiti, maroniti, drusi, ebrei, siriani, caldei, armeni. Di identità sempre più contraddittorie e, per questo, sempre più inadeguate alle pieghe che la Storia, beffardamente, prende.

“Un filosofo francese ha detto che la caratteristica tipica dell’identità ebraica è una sorta di inadeguatezza con se stessi.”

Il tumulto

Yussef, una vita come tante

Beirut ci viene presentata attraverso gli occhi di Yussef Hosni, un ragazzino ebreo libanese che vive una vita come tante, in una città quasi picaresca dove tutti i tasselli umani hanno una sorta di equilibrio, qualsiasi sia la propria identità etnica e religiosa, senza conflitti, magari mal sopportandosi come, in fondo, può succedere tra semplici vicini di casa. 

Tra la scuola e la famiglia, tra i compagni ebrei, Fuad, l’unico musulmano, i vicini di casa cristiani, dei genitori che si amano ma non si parlano, zii preferiti e improbabili, scorrono i giorni. È il mondo confuso di Yussef, alle soglie dell’adolescenza, tra desideri nascenti e scoperta di sé.

Lo conosciamo alle soglie del Bar Mitzvah, letteralmente “Figlio del precetto”, la cerimonia che segna, nell’Ebraismo, il passaggio all’età adulta e al raggiungimento della maturità religiosa. La vita di Yussef comincia pian piano a ingrandirsi, ad allargare i propri confini, anche geografici, spingendosi verso l’esterno, comprendendo, in un certo senso, sempre più il ricchissimo tessuto di cui Beirut è fatta.

Sgretolamento

Eppure, la vita di Yussef comincia a subire un progressivo sgretolamento, Il tumulto appunto: se già ne avevamo avuto qualche sentore, con il 1968 e la repressione all’interno dell’Università, tutto questo comincia a dimostrarsi inevitabile. Tra le lotte studentesche si cominciano a profilare aggressioni via via più smaccate da parte dei cristiano-maroniti, soprattutto a seguito della vittoria israeliana nella Guerra dei Sei giorni, nel 1967. Yussef e i suoi compagni cominciano a presentire, in un clima di odio crescente, la guerra civile che sta per abbattersi su Beirut e il Libano, che culminerà nel 1975.

Yussef ripara in Francia, ritorna in Libano nel 1982 come giornalista: il mondo si è ulteriormente sgretolato, tra i falangisti e l’incipiente invasione israeliana, l’opposizione tra lo stato Ebraico e l’OLP ha irrimediabilmente spezzato il precario equilibrio libanese. L’alienazione del protagonista e dei suoi amici di sempre si fa sempre più evidente, in un romanzo che diventa un disperato canto di nostalgia per un mondo che non c’è più.

Il tema dell’identità

Il tema portante di Il tumutlo è la crisi dell’identità: Yussef, infatti, è ebreo, cresce nella comunità ebraica di Beirut, ramificando, però, la sua esistenza nella variegatissima realtà che lo circonda, tra cristiani e musulmani e molto di più, nella miriade di possibilità che le minutissime etnie offrono nel paese dei cedri. Yussef è anche libanese: tutto è in equilibrio e non esiste contraddizione.

Questa, viceversa, nasce quando Yussef si trova a fronteggiare l’invasione israeliana e, di conseguenza, altri ebrei, e, dall’altra, la vicinanza alla causa palestinese, senza riuscire, tuttavia, a sentirsene completamente parte. L’identità del giovane comincia ad andare in pezzi, in una descensio ad inferos in cui si allontana sempre di più il concetto di casa.

Lo sgretolamento dell’identità corrisponde allo sgretolamento di un mondo che aveva come cifra la molteplicità e che, inevitabilmente, viene distrutto nel momento in cui una delle sue componenti cerca di soffocare le altre. Tutto è cambiato e niente potrà tornare più come prima: e di nuovo Yussef, ebreo, si chiederà da che parte stare, lui che negli aggressori non si riconosce. Beirut, quella città che era stata casa, rimane in filigrana, un sogno destinato a sfociare, inevitabilmente, nella disperazione.