Imperium, di Ryszard Kapuściński: la dissoluzione di un mondo

Imperium, del reporter polacco Ryszard Kapuściński, non è solo il racconto della dissoluzione di un mondo: inserito da Feltrinelli nell’elenco dei cento classici di nuova generazione, in poco più di trecento pagine, scopriamo la narrazione di un viaggio per lo più sconosciuto, spezzato nel tempo e nello spazio, all’interno delle frontiere dell’Unione Sovietica.

In un arco temporale che va dall’infanzia dell’autore alla caduta di Gorbačëv, dal 1939 al 1992, ci troviamo davanti un reportage polifonico che va dal mar Baltico all’Oceano Pacifico, dal Caucaso al Circolo Polare Artico, dal sole della Bessarabia alle nevi della Kolyma. Mentre la grande storia fa il suo corso, con i nomi che conosciamo, Kapuściński ci guida nella Babele di lingue, culture, storie minute della gente comune, quella che, in fondo, resta fuori dal lungo occhio di Mosca.

Nell’Impero sovietico che ci viene raccontato ci sono storie, temi, luoghi che si rincorrono nel corso degli anni, in viaggi e contesti diversi, eppure, anziché concludersi in una sintesi superiore e definitiva, tutto arriverà a disintegrarsi. Sappiamo dalla Storia che, mentre Kapuściński scriveva, è proprio quell’impero ritenuto eterno ad andare in pezzi. Al suo posto, ci dice l’autore stesso, sorgono nuovi stati e la Russia, “abitata da un popolo tenuto in vita e unificato per secoli dall’ambizione imperiale”.

Primi incontri: da Pińsk alla Transiberiana

Il primo incontro del reporter con l’Impero avviene con l’invasione della sua città natale, Pinsk (oggi in Bielorussia), a opera dell’Armata Rossa, nel 1939: da subito scopriamo il senso di minaccia, di tensione e di oppressione che comincia ad aleggiare sulla realtà. Dalla scuola, all’inizio della deportazione, un concetto sconosciuto che diventerà sempre più presente nella vita non solo del giovane Ryszard, ma di tutto il paese. Così come la parola “borghese”, un epiteto tremendo. 

È in questo contesto che Kapuściński sente per la prima volta parlare di Siberia: “ignoravo dove fosse, ma da come [i grandi] pronunciavano quella parola si capiva che la sola idea faceva paura”.  

Eppure, il primo vero incontro con l’Impero avviene proprio lì, quasi vent’anni più tardi, sulla Transiberiana. Siamo sempre abituati a considerare (soprattutto romanticamente) il viaggio da Mosca a Vladivostok, ma qui avviene il contrario: da Pechino, Kapuściński entra in Unione Sovietica. Non da Mosca, ma verso Mosca, in nove giorni.

Spazi e frontiere

L’incontro con l’Impero avviene attraverso una frontiera: eppure, la gente, ci dice l’autore stesso, non è fatta per vivere in situazioni di frontiera e, infatti, cerca di sfuggirle il più possibile. Tuttavia, non facciamo altro che imbatterci in frontiere su frontiere, non solo sulla carta. Anche nel cervello umano si svolge un continuo tentativo di oltrepassare un limite. Forse perché è un concetto che porta con sé qualcosa di definitivo. Un po’ come il confine tra la vita e la morte: forse è per questo che Kapuściński ci fa notare quanto il concetto umano del Paradiso sia intrinsecamente sconfinato.

Appena oltrepassati i reticolati che si snodano a perdita d’occhio, ci si accorge che sì, “Questa è la Siberia”, quel mondo che, a Pińsk non ci si riusciva ad immaginare: fuori dal finestrino, tutto è irrigidito dal freddo, assolutamente immobile, bianco, di un bianco che distrugge chi cerca di avvicinarglisi. Qui, la terra è senza fine, ma l’essere umano ha bisogno di spazi da attraversare in un fiato, non è fatto per una simile dismisura, lontano da tutto e da tutti. Ma come si fa a dare una misura di lontananza, in questo impero incommensurabile?

“Eh, è la vita!”

Kapuściński si sofferma, mentre è ancora sulla Transiberiana, su quanto il genio russo sia racchiuso nella frase: “Eh, è la vita!” Una risposta che, allo straniero, il diverso, lo spurio, il corpo estraneo, non può bastare. Eppure, uno dei pilastri sul quale si posa l’intero sistema sovietico è mantenere questa estraneità: l’isolamento è necessario, nonostante le distanze sterminate, il che sembrerebbe una contraddizione. Persino Berdjaev, dissidente espulso dal paese nel 1922, parla dell’effetto delle distanze sull’anima russa: qualunque strada imbocchi, appare interminabile. Per quanto si cammini, sarà sempre Russia, ma per mantenere uno stato così grande, tutta l’energia sarà convogliata nel conservare quelle smisurate dimensioni. E non ne resterà per il resto, rendendo tutto labile e fragile.

A sud, a sud!

A quasi dieci anni dal viaggio in Transiberiana, Kapuściński torna nell’Impero, ma a sud, attraverso le sette repubbliche meridionali dell’Unione Sovietica: Georgia, Armenia, Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan.

Il terzo incontro si rivela sorprendente: se all’immaginazione occidentale l’URSS appariva come un organismo uniforme e monolitico, nelle repubbliche “meno russe” dell’Impero la percezione è estremamente diversa. Queste piccole nazioni erano riuscite a conservare qualcosa della loro storia, delle loro tradizioni, del loro orgoglio tenuto nascosto per necessità.

Un popolo che non ha un proprio stato si rifugia nel culto del simbolo, la cui difesa è alla stregua della difesa delle frontiere, un atto di patriottismo, ed è particolarmente vero nelle repubbliche meridionali dell’Unione (basti pensare, come ci ricorda l’autore, al legame che hanno gli armeni con i libri e il proprio alfabeto, ad esempio). Il nazionalismo è un frutto proibito alla cui tentazione a queste latitudini è difficile resistere, in una grande ambizione a ricostruire un Grande Ieri.

Nonostante tutto, però, nessuno sembra rendersi conto del rischio in cui si incorre nel giudicare popolazioni che, in condizioni terribilmente sfavorevoli (i deserti del Turkmenistan, le alture del Tajikistan), sono riuscite a sopravvivere per millenni, creando una cultura pratica che consentisse a intere nazioni di nascere e svilupparsi, mentre altre, più avvantaggiate, cadevano nell’oblio.

Gli ultimi viaggi

Gli ultimi viaggi di Kapuściński avvengono nel 1989, quando, ormai, la parabola discendente dell’Unione Sovietica è in caduta pressoché libera, eppure l’autore si propone di attraversare questa fetta di mondo un’altra volta, rimanendo all’interno di questa suddivisione cardinale: a occidente, la frontiera polacca di Brest (suoi luoghi natali: dove tutto, in fondo, è iniziato), a oriente, il Pacifico, a nord, la città mineraria di Vorkuta, a sud la frontiera con Afghanistan e Iran.

Un’idea che germina nel reporter quando vede che tutte le notizie sulla Perestrojka arrivano da Mosca, anche quando accadono da tutt’altra parte: Mosca differisce dal resto dell’impero, dalla sconfinata terra incognita di cui è capitale. Ma chi siede, nella capitale?

In nessun’altra parte del mondo la persona del sovrano, sia esso lo Zar o il segretario del PCUS, sia esso Alessandro I, Pietro il Grande, Stalin o Chruščëv, la natura del suo carattere, le sue manie e le sue fobie imprimono un marchio così forte sulla storia del paese? 

Una miriade di frammenti, un unico uomo

Gli zar vanno e vengono, le vecchie generazioni passano, le nuove generazioni popolano il mondo: eppure, in filigrana, si vedono già i frammenti in cui esploderà l’impero. Dalle spinte nazionaliste del Nagorno Karabakh e dell’Abkhazia, le province estreme ribollono ma vegetano perché non si riesce a intravedere il futuro. Resta un’enorme contraddizione: cosa resta dell’homo sovieticus? Sovieticus non per convinzione, ma perché fino ad ora l’unica identificazione sociale era l’appartenenza all’Unione Sovietica. Ma se cade lo stato, cosa succede all’identità?

Eppure, l’homo sovieticus è figlio della storia dell’URSS: migrazioni più o meno forzate, ricollocamenti, deportazioni, intere popolazioni spostate in territori sconosciuti al fine di creare un uomo sradicato, strappato alla propria cultura, spaesato e, quindi, più docile alla causa dell’Impero.

Cosa resta, dopo la bandiera rossa ammainata sul Cremlino, delle spinte indipendentiste, delle deportazioni, dei gulag, di quell’inesausta aspirazione del popolo dell’impero alla sofferenza, come aveva già intuito Dostoevskij?

E poi?

La Russia ha aperto il secolo breve con la rivoluzione del 1905 e l’ha chiuso nel 1991 con la caduta dell’URSS e, in fondo, nessuno pensava che quello che era diventato il sistema apparentemente più stabile del mondo sarebbe collassato. 

Kapuściński ci offre ił suo doppio sguardo: da una parte, lo schermo del televisore, il teatro della grande politica, dall’altra lo schermo del quotidiano, il teatro della vita di tutti i giorni. Questo sguardo all’apparenza schizofrenico (per stessa definizione dell’autore) insiste sull’abissale differenza che intercorre tra il tempo della cultura materiale e il tempo della Storia.

Poco più di trent’anni fa, questo libro si chiudeva con la domanda “e il futuro?”. Domanda difficile. Lo è tutt’ora, in fondo, anche guardando gli ultimi anni. La futurologia, tuttavia, era già in crisi allora, e lo è anche oggi: l’immaginazione umana si è plasmata per millenni sulla misura di un mondo piccolo, ma questo presente non lo consente più. 

Forse è per questo che si fa così necessario rileggere questo reportage: forse lo dobbiamo fare anche alla luce di questi ultimi trent’anni, perché se vogliamo riportare un qualche genere di futurologia, per dirla come Kapuściński, ci servirà una speranza che nasca, anche, dalla conoscenza del passato.