Non resterà pietra su pietra: “Il Terzo Tempio”

“Il Terzo Tempio” di Ishai Sarid: la distopica disfatta di una tragica e pericolosa utopia

וַיְהִ֗י אַחַר֙ הַדְּבָרִ֣ים הָאֵ֔לֶּה וְהָ֣אֱלֹהִ֔ים נִסָּ֖ה
אֶת־אַבְרָהָ֑ם וַיֹּ֣אמֶר אֵלָ֔יו אַבְרָהָ֖ם וַיֹּ֥אמֶר הִנֵּֽנִי

“Dopo queste cose, D-o mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”
Rispose, “Eccomi” 

(Dal libro della Genesi, Parashah di Vayirah, cap. 22, v. 1)

“Il Terzo Tempio”, scritto da Ishai Sarid (edito da Giuntina, 248 pagine, tradotto da Alessandra Shomroni), caso letterario in Israele all’uscita e vincitore del prestigioso Premio Bernstein, non è un libro semplice, lo capiamo già dalle primissime pagine: l’avviso di un comitato scientifico, ancor prima dell’inizio della storia, anche se all’apparenza potrebbe sembrare solo un espediente letterario, ci mette in guardia e ci avvisa che tutto quello che leggeremo riguarda cose passate.

Cosa racconta “Il Terzo Tempio”?

Ci troviamo improvvisamente alle prese con le memorie scritte dal principe Yehonatan, incarcerato in una fortezza di Giaffa, nelle mani degli Amaleciti, i biblici nemici per eccellenza del popolo ebraico: da questo momento, iniziamo a essere sballottati nel passato delle note, un passato che, però, si rivela essere ambientato in un Israele futuro apparentemente non troppo lontano dalla nostra realtà. Dopo che gli Amaleciti (che scopriamo via via nascondere nel loro nome i popoli arabi nemici dello Stato ebraico), ventitré anni prima, hanno distrutto Tel Aviv, Haifa e le altre città della costa, lasciandole un cumulo di macerie radioattive, il padre di Yehonatan, Yehoaz, raccontando di aver udito la voce di D-o, inizia una guerra che porta alla restaurazione del biblico regno di Giudea.

Nei ventitré anni che intercorrono tra la salita al trono di Yehoaz e il momento in cui Yehonatan scrive le sue note, gli Amaleciti vengono scacciati dal regno, le città della costa, simbolo di un Israele laico che aveva dimenticato D-o, restano abbandonate a perenne monito, Gerusalemme torna ad essere la capitale, viene ritrovata l’Arca dell’Alleanza con, al suo interno, le Tavole della Legge che Mosè aveva ricevuto sul Sinai e, adempimento delle profezie e apice della gloria di Israele, viene ricostruito il Tempio, “là, dove è sempre stato”. 

La realtà in cui si svolge la storia, quindi, è un futuro distopico che sembrerebbe riportare la situazione a una nuova, e stavolta definitiva, età dell’oro, addirittura superiore a quella di Davide e Salomone, più prospera che sotto il regno di Erode il Grande. Eppure, tutto questo è destinato a spalancarsi sull’abisso di quegli Ultimi Giorni annunciati già nell’Antico Testamento e, per superbia, dimenticati dallo stesso Yehoaz.

Cos’è il Tempio di Gerusalemme?

Per capire l’enormità della portata del romanzo di Sharid, dobbiamo fare un salto indietro: cos’è, cos’è stato, cosa è destinato a essere il Tempio di Gerusalemme per gli Ebrei e soprattutto, più nello specifico riguardo all’ultimo interrogativo, per le frange più ortodosse (e talvolta fondamentaliste) dell’Ebraismo.

Nel Tanakh (la Bibbia ebraica) il Tempio di Gerusalemme è il luogo fisico terreno in cui D-o ha scelto di abitare, dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, dove venivano svolti i sacrifici e dove, nel Santo dei Santi, in cui solo il Sommo Sacerdote poteva entrare una volta l’anno, nel giorno di Yom Kippur, il giorno dell’Espiazione, ha sede la Shekhinah, la Divina Presenza.

Se la prima testimonianza della volontà di costruire un tempio in cui D-o possa abitare, dopo i secoli passati a peregrinare con il popolo ebraico, si ha con il Re Davide dopo la conquista di Gerusalemme a danno della popolazione dei Gebusei, possiamo parlare di Primo Tempio solo con il figlio, Salomone (troviamo la descrizione nel Primo Libro dei Re). Con la conquista e la deportazione in Babilonia del popolo d’Israele, però, si assiste anche alla distruzione dell’opera salomonica.

Dopo un Primo, un Secondo?

Il Secondo Tempio, ricostruito dagli Ebrei al ritorno dall’esilio, fu portato a nuovo splendore soprattutto grazie all’opera di Erode il Grande nel primo secolo avanti Cristo, e lo troviamo più volte citato nei Vangeli e nell’opera di Giuseppe Flavio Antichità giudaiche.

La distruzione a opera dell’imperatore Tito nel 70 d.C. (completata da Adriano nel 135) segna l’inizio della grande diaspora del popolo ebraico. 

La rappresentazione della spoliazione del Secondo Tempio di Gerusalemme sull’Arco di Tito

La distruzione definitiva del Secondo Tempio ha portato alla più radicale trasformazione della storia dell’Ebraismo: la sopravvivenza del popolo d’Israele e della religione ebraica, così come li conosciamo anche oggi, è passata attraverso l’abbandono di un culto pubblico sacrificale e incentrato su un unico luogo (nello specifico, il Monte Moriah, il monte del tempio) a un culto sinagogale e dedito principalmente allo studio della Torah, del Tanakh, del Talmud, legato anche, se vogliamo, a una dimensione più domestica e comunitaria e non vincolata all’appartenenza o meno alla casta dei sacerdoti e dei leviti.

Ma oggi cosa c’è a Gerusalemme?

Il Muro Occidentale poco dopo l’ingresso dello Shabbat: in secondo piano, da destra, la Moschea Al Aqsa e la Cupola della Roccia

Cosa resta, tuttavia, del Secondo Tempio, oggi? Forse quello che è diventato il luogo più sacro dell’Ebraismo, quello che erroneamente chiamiamo il Muro del Pianto, il Kotel, il Muro Occidentale: un muro di contenimento al di sopra del quale abita ancora la Shekhinah, la presenza di D-o e che, oggi, è una sorta di grande sinagoga a cielo aperto. 

L’Halakhah, l’insieme delle mitzvot (ossia dei precetti) da rispettare proibisce agli Ebrei di camminare su quella che ora è la Spianata delle Moschee, dove troviamo la Moschea Al Aqsa e la Cupola della Roccia, poiché, dopo la distruzione del Tempio, il suolo è profanato e, oltretutto, il rischio sarebbe quello di calpestare l’area del Santo dei Santi, a cui solo il Sommo Sacerdote poteva accedere.

E il Terzo Tempio?

Perché un Terzo Tempio, allora, e perché la sua edificazione resta un punto delicatissimo non solo su un piano religioso? Secondo l’Ebraismo più ortodosso e tradizionale la sua costruzione preluderebbe all’avvento dell’era messianica, all’instaurazione di una nuova era di pace per l’umanità e l’arrivo definitivo del Mashiakh, il Messia ebreo atteso da secoli. Al di là di ciò che vorrebbe la tradizione, tuttavia, l’intervento acritico dell’uomo (e della politica) porterebbe inevitabilmente a uno scontro senza precedenti.

È in questo contesto che, allora, la distopia di Sharid si rivela nella sua completa drammaticità: fantascienza, fantapolitica, fantaesegesi biblica, ma critica spietata alle frange più oltranziste dell’ebraismo ortodosso israeliano che vorrebbe riedificare il Tempio senza sconti. È un’enorme richiamo a ricordare di come il peccato più grande dell’uomo sia la superbia, che si sia credenti o meno, del volersi far D-o, fingendo di fare ciò che si fa proprio in nome di D-o.

Perché “Il Terzo Tempio”?

In un enorme affresco di personaggi, protagonisti e co-protagonisti, i principi perfetti ed egoisti, una regina abbandonata che ha nostalgia della Tel Aviv della sua giovinezza, quella spensierata e laica sempre in opposizione a Gerusalemme, ma era grazie a questa compresenza delle due anime che Israele poteva sopravvivere, la giovane Efrat, nuova moglie del re ed infelice amore infantile di Yehonatan, angeli mandati da D-o, ma non ne siamo poi tanto sicuri, l’ologramma di Yitzhak Rabin indicato come traditore della patria (e alla cui morte, per mano di un fondamentalista ebreo, leggendo queste pagine pensiamo con amarezza, poiché ha significato un punto di non ritorno e non prosecuzione degli Accordi di Oslo).

Da ultimo, la figura di Yehonatan: personaggio emblematico di una vita dolorosa plasmata da una complessità passiva e sofferente, un principe disabile, deforme, a causa di un attentato destinato al padre, e a cui il padre stesso l’ha abbandonato. Un principe che in virtù di questo non sarà mai visto come tale. Un Quasimodo, un uomo a metà. Eppure, in fondo, è solo attraverso di lui che passa la possibilità di salvezza dell’umanità, poiché è la coscienza che, in extremis, riesce a salvare. 

“Il Terzo Tempio”, in fondo, non è solo un libro scritto con maestria, una lettura avvincente, in un certo senso, ma è un appello diretto agli israeliani e non solo, per fuggire dal fanatismo religioso e vigilare su ciò che può minare ulteriormente la coscienza democratica e far cadere nel baratro di una deriva senza ritorno: se è impossibile imprigionare D-o tra le mura di pietra di un Tempio, Ishai Sarid si e ci chiede come distinguere la voce di D-o da quella di un demone. Il demone dell’uomo che vuole farsi D-o.