Il tempo dell’infanzia in Denti di latte

Denti di latte è l’interessante romanzo d’esordio dell’attrice e performer Silvia Calderoni, che ripercorre i luoghi della sua infanzia trascorsa a Lugo in Romagna.

Il tempo dell’infanzia

L’infanzia per Silvia è un tempo lunghissimo e interminabile. I suoi occhi di bambina si sgranano curiosi sul mondo e su tutto ciò che lo abita riempiendola di meraviglia e stupore.
Silvia è una bimba che cammina costantemente sul filo tra realtà e sogno, perché grazie alla sua fervida immaginazione si proietta in mondi alternativi in cui può rifugiarsi ogni volta che ne sente il bisogno.
In questi spazi reconditi della sua mente fantasia e ricordi si mescolano e, come per magia, la aiutano a evadere dalla vita noiosa di tutti i giorni.

Immagini della memoria

L’autrice mette per iscritto i ricordi della sua infanzia per fissarli in modo che non svaniscano: le descrizioni degli ambienti, degli oggetti, i loro colori e odori vengono descritti con grande e minuziosa abilità. Chi legge può davvero condividere con la bambina percezioni e pensieri.

La mia memoria straborda di spazi, la mia memoria è piena di spazio vuoto.

Gli altri e la malinconia

Gli altri, gli adulti soprattutto, sono delle figure che non hanno ampio spazio nella narrazione, hanno poca rilevanza nel mondo magico creato dalla protagonista.
I genitori sono delle figure che appaiono raramente: il papà è quello che più trova spazio nel racconto, mentre la madre, malinconica, è troppo spesso fuori casa per lavoro.

Denti di latte è un libro che rievoca l’infanzia come il luogo della malinconia.
Malinconia per un periodo della vita che non torna più, per i pomeriggi passati in compagnia di un papà un po’ burlone, della mamma che ritaglia dal Burda un cartamodello per cucirle un vestito da Peter Pan.

La percezione del corpo

Denti di latte non è solo un romanzo di formazione, delicato ed emozionante, ma un viaggio intimo che velatamente fa riferimento anche alla percezione del proprio corpo.
Silvia infatti, in un passaggio in particolare, si sdoppia in un’altra bambina che lei vede uguale a se stessa ma nella quale non si riconosce come attraverso uno specchio magico. Da quel momento in poi comincerà a provare un forte senso di disagio tutte le volte in cui, chiusa da sola in bagno, si guarda allo specchio. Mentre si crea la propria immagine esistenziale diventa difficile per lei accettarsi com’è.


Il romanzo è un ottimo esordio, la narrazione non tradizionale è un esercizio di stile molto interessante che rende questo memoir non banale, donandogli anzi una grande capacità evocativa. Chiunque sia affascinato dal mondo fatato dell’infanzia ricaverà da questa lettura un profondo piacere.