Il tempo della perdita di Daniel Schreiber: elaborare il lutto e lo smarrimento

Dopo aver affrontato il tema della solitudine in Soli, pubblicato con ADD editore, Daniel Schreiber torna in libreria con Il tempo della perdita sviscerando un argomento che abbraccia tristemente tutta l’umanità: il lutto.

La perdita di una persona cara, di un sogno, di una speranza per il futuro o della libertà viene subita da tutti almeno una volta nella vita. Qualsiasi addio è un dolore molto personale che può diventare, per alcune persone, anche assoluto e impossibile da elaborare (come succede in Respira di Joyce Carol Oates). L’autore ci parla proprio di questo complesso processo di accettazione, che richiede pazienza e coraggio, oltre che una buona dose di clemenza verso se stessi.

Lo smarrimento è la sensazione che più mi appartiene in questo periodo. Mi sembra di vivere in un mondo che mi è noto e che continua a funzionare in base a regole che conosco piuttosto bene, solo che ora mi si presenta con un volto nuovo. Se tento di descriverlo, anche le parole mi sfuggono. Questo mondo non è alla mia portata. Sulle prime mi fa cenni incoraggianti, ma poi mi volge le spalle, scuotendo tristemente la testa.

Il lutto personale

Daniel Schreiber ci porta a Venezia dopo aver ininterrottamente lavorato per mesi, cercando volontariamente di distrarsi e occupare di impegni tutte le giornate fra viaggi e scrittura. La vita no-stop che ha condotto però lo porta allo sfinimento mentale e fisico finché non si sente costretto a fermarsi e dedicare del tempo al suo mondo interiore, ferito e smarrito.

Ciò che ha fortemente evitato è il pensiero rivolto alla perdita di suo padre, dopo una estenuante patologia oncologica. L’assenza e i rimorsi creati dal lutto gli hanno aperto un buco nero interno che non riesce ad accogliere e capire. Così, a Venezia, l’autore pensa di poter elaborare emotivamente il dolore immergendosi tra le opere d’arte, le letture, i canali lagunari, gli esercizi di yoga, il buon cibo e la scrittura. O almeno di cominciare a farlo.

Contro il dolore del lutto si può fare poco. Non si può sfuggirgli, e nemmeno lo si può attutire, cercando rifugio, per esempio, nel cibo, nello sport, nelle medicine o in altre sostanze. […] Il dolore del lutto è estenuante, che si decida di accoglierlo affrontandolo o, al contrario, di respingerlo con fermezza.

Tra riflessioni, riferimenti ad autori come Freud e Jaspers, condivisioni intime e citazioni letterarie, Il tempo della perdita invita ad abbracciare l’ignoto e la paura di accogliere il lutto, con tutte le sue sfaccettature.

Il lutto collettivo

L’autore fa di più, non ci parla solo di perdite personali ma anche di perdite collettive legate agli avvenimenti mondiali degli ultimi anni: il cambiamento climatico, la pandemia, le guerre e tutto ciò che hanno comportato nelle nuove generazioni. Le certezze sono crollate. La speranza per il futuro è scomparsa. E tutte queste piccole perdite, secondo Schreiber, si accumulano nel tempo legando tutte le persone del mondo con una sorta di ferita universale.

Il lutto per la sua morte mi accompagna ogni giorno. Allo stesso tempo, ho la sensazione di aver perso anche molto di più che mio padre. Mi pare che la sua morte si inserisca in una serie di piccole e grandi tragedie, e che la mia perdita personale si aggiunga alle tante perdite collettive che abbiamo vissuto in questi anni. Ne appare quasi potenziata. Qualche volta ho la sensazione di non sapere bene chi o che cosa piango, non sono certo di riuscire a discernere ciò che in apparenza è piccolo da ciò che sembra grande, la quotidianità privata dalla storia del mondo

Muovendosi in una Venezia nebbiosa e silente, Il tempo della perdita affronta il tema dello smarrimento di un intero pianeta, in cui i lutti personali si sommano e si amplificano nella ferita dell’esistenza. Eppure ciò che accomuna tutte queste perdite è l’umana incapacità di accettare il lutto, come se in tutti noi ci fosse un’enorme resistenza interiore che cerca di non farci prendere vera coscienza del peso dell’assenza. Un peso, quello della mortalità, che ci terrorizza dagli albori dell’umanità.

Il tempo della perdita

Il dolore del lutto può attenderci a lungo, nascosto in una qualche nicchia del nostro Io, senza che ce ne accorgiamo. Sono soprattutto le perdite rimosse e non elaborate a sommarsi, per poi colpirci con violenza.

Come già scritto in L’anno del pensiero magico di Joan Didion, la morte di un proprio caro apre le porte ad un mondo sconosciuto fatto di confusione, pianti, insonnia e pensieri ripetitivi. Per quanto questo periodo possa sembrare privo di scopo e interminabile, in realtà è una fase di elaborazione molto importante e utile per il processo di accettazione personale.

È importante sfogare la tristezza, parlare con qualcuno, avere una rete sociale e di sostegno, prendersi cura di sé e fare tutto ciò che ci fa sentire “meglio” e meno soli. Il lutto insegna anche l’arte della pazienza, della clemenza e dell’amore, senza forzature e senza pretendere troppo da se stessi. Perché ogni lutto ha bisogno del proprio tempo e del proprio modo di esistere. Non c’è un modo giusto di affrontare la perdita di una persona cara. Ogni storia, ogni legame e ogni dolore è soggettivo e altamente personale, nonché sempre valido.

Una parte di noi è sempre consapevole di quello che comporta il vuoto lasciato da quel qualcuno o qualcosa. Sappiamo che no vivremo mai più quello che abbiamo vissuto con quella data persona o in quel determinato momento. Sappiamo che quella persona i quel tempo sono stati unici, nel verso senso della parola, e che dunque, anche se la vita continua, le cose che subentrano al posto delle nostre grandi perdite non potranno sostituire ciò che perdiamo.