Il sussurro del fuoco e la potenza del femminile

Il Sussurro del fuoco è il brillante romanzo d’esordio di Anya Bergman. La giovane scrittrice britannica, dopo aver vissuto per anni in Norvegia, ha deciso di restituire alla storia il terribile processo alle streghe dell’isola di Vardø e delle tante, troppe donne condannate a morte per stregoneria.

Vardø

Nella Norvegia del 1662 essere una donna è difficile. Soprattutto nella remota isola di Vardø, che non è null’altro che un anonimo scoglio nell’estremo nord dell’arcipelago. Qui, sorge un’imponente fortezza, che sarà testimone di uno dei processi più sanguinosi della storia nord europea.

La narrazione si apre con l’arrivo di Anna, esiliata nell’estremo nord e completamente ignara di ciò che le riserverà il futuro. Abituata agli agi di corte, non ha idea di quanto lo spettro della fortezza sia vivida negli incubi più oscuri degli abitanti dell’isola. È lì che vengono rinchiuse, processate, e poi barbaramente uccise le donne accusate di stregoneria.

Questo è il destino della madre di Ingeborg, Zigri, rinchiusa in una cella buia e torturata con qualsiasi mezzo solo per ottenere una confessione. In realtà, scopriremo, la sua unica colpa è essersi innamorata di un uomo sposato. Assieme a Ingeborg ci sarà Kristen, sua sorella minore, e l’eccentrica figura di Maren, marchiata come figlia della strega.

Da un lato Ingeborg, dall’altro Anna: sono due facce della stessa medaglia, due donne che combattono per trovare una loro identità in un mondo dove essere donna sembra essere una colpa atavica da lavare con il sangue.

Sussurro del fuoco

Le donne del Sussurro del fuoco

La narrazione si articola su due punti di vista: quello di Ingeborg Iversdatter e quello di Anna Rhodius. È attraverso i loro occhi che il lettore entra in relazione con il mondo oscuro e gelido di Vardø, scoprendo anche le altre donne che abitano questa storia.

La costruzione dei personaggi ha una caratterizzazione unica. Come si vede nella figura di Maren, l’aspetto esteriore sembra essere un riflesso dell’interiorità di ognuna di queste donne. I punti di vista delle due narratrici vanno sempre a celebrare la bellezza e la potenza che esse irradiano. Quando Ingeborg parla dell’amica, sembra considerarla come una vera forza in perfetta comunione con la natura, qualcuno da ammirare per il suo coraggio di non conformarsi ai canoni dell’isola.

Maren, come già accennato, è l’incarnazione della spavalderia: consapevole di essere inevitabilmente destinata a essere marchiata come strega, fa di questo epiteto la sua forza. La sua pelle scura e i capelli ebano rimandano sempre di più alla sua condizione di outsider, emarginata dalla società in cui si muove.

La figura di Ingeborg è profondamente diversa. La prima cosa che l’autrice prende in esame sono i suoi occhi castani, dai quali traspare immediatamente il suo temperamento mesto, di chi ha già visto e udito troppo delle brutture del mondo. Ma per lei, questo romanzo si trasforma in un vero e proprio bildungsroman. La presenza di Maren, e la drammatica esperienza nella fortezza, la porteranno a riappropriarsi di sé stessa quasi come se fosse un processo dialettico.

Infine, è il turno di Anna. L’idea di Anya Bergman di narrare la persecuzione anche dall’altro lato è vincente. Dietro alla figura di colei che inquisisce, si nasconde una donna che è stata lei stessa ostracizzata dalla nobiltà norvegese a cui apparteneva. Figlia di un medico, lei stessa diventa esperta di erbe medicinali, motivo che la renderà immediatamente estranea a chiunque la circondi. Come Ingeborg, anche Anna cerca disperatamente qualcosa. Se all’inizio il suo unico obiettivo era tornare nella capitale, alla fine anche lei si troverà ad affrontare dei demoni che non si sarebbe mai aspettata.

Il complesso legame fra male e uomini

Il tema del male si intreccia in maniera indissolubile con quello della mascolinità. Maren, nel suo essere completamente estranea ai meccanismi della società che la circonda, non ha alcun dubbio nell’identificare il Maligno con gli uomini che la circondano. Spesso, durante la narrazione, ribadisce a Ingeborg di non temere delle presunte forze metafisiche: chi compie il male è ben presente su questa terra, e agisce nel nome di Dio.

Maren ha in mente la persecuzione perpetrata ai danni delle donne: torture, stupri e roghi compiuti nel nome di Dio, ma che hanno alle spalle una crudeltà di fattura solo ed esclusivamente umana.

Per quanto concerne la figura di Ingeborg, è osservabile come grazie alla sua compagna inizi un vero e proprio percorso di autocoscienza. All’inizio dell’opera, è convinta che le streghe esistano veramente e che il maligno copuli con loro al fine di portare il male sulla terra. Solo dopo la conoscenza con Maren, Ingeborg comprenderà un’altra fondamentale verità: le streghe non sono altro che coloro che vivono fuori dagli schemi, che rifiutano di integrarsi in una società che le vuole schiave.

La ragione dietro la caccia alle streghe è, dunque, il timore. Come testimoniano i numerosi studi sul fenomeno storico in questione, le donne prese di mira erano tutte coloro che sembravano sfuggire al controllo sociale.

Donne mai sposate, anziane che conoscevano le proprietà delle erbe, chiunque volesse esercitare la propria libertà. Le streghe sono coloro che vogliono autodeterminarsi e scegliere della propria esistenza.

Ed è questo che Maren, con fatica, riesce a insegnare a Ingeborg. Entrambe si riappropriano dell’epiteto “strega”, perché è solo così che gli uomini dinnanzi a loro le temeranno.

Conclusioni

Ed è a questo punto che, leggendo Il Ssussurro del fuoco, sorge, necessariamente, una domanda: quanto risulta attuale il testo della Bergman? La caccia alle streghe sembra un tema così lontano dal nostro tempo, e guardiamo ad esso come se fosse una barbarie che mai si potrebbe ripetere. Siamo figli del secolo dei lumi, della scienza e della razionalità del XX secolo.

Eppure, se ci soffermassimo su tutte quelle donne ingiustamente accusate e mandate al rogo, ci accorgeremmo che non siamo differenti da loro: in quanto donne, è ancora necessario combattere per la propria autodeterminazione e per i propri diritti, spesso non riconosciuti.

La condizione femminile è complessa e composita: ci sono paesi dove le donne ancora non hanno la garanzia dei diritti civili e politici fondamentali. E questo non è altri che il frutto di una serie di azioni e pregiudizi che hanno le proprie radici in una cultura errata, che ancora non riesce a vedere nella donna un’essere autonomo e indipendente, e non come un mero possedimento. Essa si insinua nei gesti più piccoli, spesso banalizzati nel nome di qualcosa di altro, ma il problema culturale resta, radicato da secoli nelle nostre esistenze.