Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo

Il romanzo storico per descrivere l’attualità

Era il 1960 quando Consolo pubblicò questo romanzo, oggi edito Mondadori, spiegando che l’epoca in cui stava vivendo era senza speranza e l’unico modo per descriverla era il romanzo perchè il romanzo è la parodia della realtà, il genere storico perchè da Zola in poi, per lo scrittore, è impossibile sottrarsi alla storia. Il clima a Milano negli anni ’60 era paragonabile a quello di Verga durante la Prima Rivoluzione Industriale e durante il fallimento della Riforma agraria, con gli Scapigliati in pieno desiderio di innovazione.

Il rifiuto della modernità e del progresso da parte di Verga, denota un certo senso di smarrimento che giunge ad una svolta letteraria. E dunque, il romanzo storico risorgimentale è intriso di svolte, di attualità e di desiderio di rinnovamento. Tuttavia, gli elementi ordinati in questo libro non corrispondono tutti alla realtà, perchè il labor limae di Vincenzo Consolo si basa su un curatissimo depistaggio letterario costituito da inserti documentari, una commistione di elementi reali ed elementi romanzati, citazioni ironiche e allusive alla maniera manzoniana e anche alla maniera sciasciana.

L’uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza, s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell’uso ininterrotto. L’ombra sul volto di una barba di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si stendevano in un sorriso. Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. Al di qua del lieve sorriso, quel volto sarebbe caduto nella distensione pesante della serietà e della cupezza, sull’orlo dell’astratta assenza per il dolore, al di là, si sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa  o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini. Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi parte essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio.

I fatti storici e il centro del romanzo

Gli eventi del romanzo si svolgono durante la rivolta contadina di Alcara Lifusi, a Messina città storica cancellata dai terremoti e circondata dai monti Nebrodi, e tali eventi vengono descritti attraverso gli occhi del barone Enrico Pirajno di Mandralisca, protagonista del romanzo e personaggio realmente esistito. I fatti di Alcara Lifusi non presentano l’esistenza di testimonianze scritte, ma Consolo si avvalse di racconti orali e di una eccellente penna.

Un altro evento storico viene descritto dallo scrittore, cioè una delle rivolte dei Moti di Cefalù del 1856, alla quale partecipò l’alta borghesia liberale esibita dall’autore con elementi melodrammatici che giungono al lettore con un certo patetismo. La rivolta venne sedata dall’esercito Borbonico.

Una lumaca. Perchè, a guardar sotto, sotto la lumaca intendo, c’è la terra, vera, materiale, eterna. Ah la terra! E ben per essa che insorsero quei d’Alcàra, come pure d’altri paesi, Biancavilla, Bronte, giammai per lumache.

La libertà per i contadini è la terra, per i nobili una serie di diritti astratti come ricorda la novella Libertà di Giovanni Verga. Ma al di là di un certo percorso labirintico, dalla forma di chiocciola, il centro del romanzo è il sorriso dell’ignoto marinaio, il sorriso del soggetto dipinto da Antonello da Messina, trovato da Mandralisca a Lipari. Quel sorriso, attraverso un gioco di somiglianze con un altro personaggio emblematico, Giovanni Interdonato, è un chiaro e attento simbolo della ragione illuministica di fronte agli eventi che si sarebbero svolti il 17 Maggio 1860 e che avrebbero anticipato altre rivolte.

I contadini assaltarono il casino dei nobili, trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un giovane. Il sopraggiungere dei Garibaldini della colonna Medici ad Alcara Lifusi, dopo alcune settimane di anarchia, condusse ad un disordine e ad una violenza ancora maggiore: alcuni dei rivoltosi vennero incarcerati e dopo un rapido processo, furono giustiziati. Mandralisca, con sguardo attonito, assiste al tradimento della politica e alla reazione di un popolo stremato e oppresso davanti al crollo delle ideologie, e al sorgere di una nuova oppressione con Garibaldi e il Risorgimento.

Nel romanzo aleggia il sottile e quasi impercettibile fumo di speranza in una giustizia che scavalchi, in una Sicilia già dilaniata, il dilagare di violenza, oppressione e inganno. Il nobile Mandralisca, che esercitava la libera professione di malacologo e che svolgeva ricerche su chiocciole rare nella Val Demone, finisce per abbandonare ogni ricerca e per gettare via ogni chiocciola perchè queste rappresentavano la negazione della vita e l’“allegoria delle ingiustizie del potere”, dei “privilegi della cultura” e della “proprietà come usurpazione” secondo il critico Segre.

La proprietà, Interdonato, la più grossa, mostruosa, divoratrice lumaca che sempre s’è aggirata strisciando per il mondo. Per distruggere questa i contadini d’Alcàra si son mossi; e per una causa vera, concreta, corporale: la terra: punto profondo, ònfalo, tomba e rigenerazione, morte e vita, inverno e primavera, Ade e Demetra e Kore, che vien portando i doni in braccio, le spighe in fascio, il dolce melograno…

Sicilianismo e ceto borghese-mafioso

Ne La corda pazza, Sciascia parla del ‘sicilianismo’ inteso come l’istituto dell’Apostolica Legazia per il quale lo Stato siciliano deteneva la delega di poteri ecclesiastici e religiosi all’interno del quale, proprio negli anni del Risorgimento, stava nascendo una nuova classe sociale di tipo borghese, ma mafiosa proprio come il Calogero Sedara de Il Gattopardo.

Questo tipo di classe sociale vedeva nel sistema elettorale una possibilità di ascesa che i Borboni non davano. Rinunciare a certi privilegi autonomistici era un prezzo gradevole da pagare per ottenere un passaggio di consegna accelerato dai gattopardi agli sciacalli su una realtà destinata all’immobilità per anni a seguire. E ancora, in Per un ritratto di uno scrittore da giovane, Sciascia descrive i mezzadri, cioè coloro che lavoravano un podere associato al proprietario per mezzo della mezzadria, che erano i nuovi borghesi-mafiosi e che esercitavano ruberie, usure e soprusi ai padroni, intimorendoli.

Questa categoria sociale è il soggetto del giudizio morale e storico (magnificamente espresso dalla descrizione del paesaggio ne Il Gattopardo: ” […] luce di cenere, il paesaggio sobbalzava irredimibile”), insieme all’aristocrazia, nei romanzi di De Roberto, di Tomasi di Lampedusa e di Consolo. Ma se De Roberto, ne I Viceré, attribuisce delle colpe all’aristocrazia, Tomasi di Lampedusa dà loro degli alibi che bruciano ogni idea di progresso, che relegano nella polvere secolare di un destino umano e immutabile, e in uno “spavento della storia” che sa di precarietà e di morte.

E ancora, il fulcro del romanzo di Consolo è il crollo delle ideologie e il giudizio morale e storico che ne deriva. Il punto focale della chiocciola è l’angolo acuto, cioè il sorriso del marinaio che cambia aspetto quando cambiano le sorti della storia: da ragionevole e consapevole a maligno e luciferino perchè rappresenta una metafora. Il Risorgimento politico si rivelava il fallimento del Risorgimento delle masse e delle “magnifiche sorti e progressive” leopardiane. E infine, per l’appunto, ciò comportava il superamento dei gattopardi da parte degli sciacalli.

Con una scrittura barocca, fatta di parole arcaiche e anche di matrice dantesca, di rimandi letterari, di simbologie sia negli oggetti sia nei personaggi, di planimetrie metaforiche dei luoghi intesi come approdo storico (come ad esempio l’Acitrezza verghiana), di cambi di registro e dell’uso del dialetto (messinese e di San Fratello che presenta tratti lombardi), il romanzo di Consolo venne definito dalla critica l’Anti-Gattopardo, ma risulta essere totalmente accostabile sia al Gattopardo sia ai Viceré, se non addirittura sembrerebbe commettere il rispettoso azzardo di superare questi due monumenti della letteratura italiana perché specchio di una realtà estremamente recente e vicina ai nostri anni.